COME INTENDERE LA PSICANALISI – Gabriele Lodari

di Gabriele Lodari

Vi sono segnali sempre più frequenti a conferma del fatto che oggi la psicanalisi può nascere e germogliare quasi soltanto nelle piccole associazioni. La sola psicanalisi è questa; che non teme di confrontarsi con l’Altro, essendo consapevole di doverlo fare (almeno per ragioni di sopravvivenza), e che, pertanto, è costretta a reinventarsi incessantemente, pescando nelle risorse della lingua, della cultura, dell’estraneo, anche perché l’estraneo si trova più frequentemente a doverlo ospitare. Il compito della psicanalisi è anche e soprattutto quello di portare, per così dire, l’immondo del gergo, del dialetto, dei linguaggi creoli, verso la loro destinazione naturale, che non è altro che la qualità della parola. La reinvenzione implica un linguaggio nuovo svincolato dalle parole d’ordine e dagli slogan. Le piccole associazioni si trovano ad assumere il rischio della parola soprattutto sul versante retorico, e non avendo nulla da perdere, non essendo compromesse sul piano della diplomazia o del servilismo, possono facilmente occupare quel posto Altro, irrinunciabile per rilanciare qualcosa dell’esperienza freudiana.
Ibrida, soprattutto oggi, è la psicanalisi, nell’era della frantumazione geografica, della dispersione di Internet e del crollo dei centri di egemonia culturale. Da tempo, Parigi e i francesi hanno ben poco d’interessante da offrire, soprattutto coloro che per qualche decennio sono calati in Italia con il desiderio di colonizzarla, mentre le grandi associazioni (che magari proclamano di non volerlo fare) si adeguano sempre più al linguaggio centralista e burocratico. Infine, la loro risulta un’operazione d’integrazione al linguaggio medico o statalista, con la scomparsa di qualsiasi riferimento alla parola.
La psicanalisi, essendo, dunque, una pratica originaria, si reinventa in ciascun atto. Ciascun atto è atto di parola, ed è la parola ad agire, non il soggetto.
Come soffocare il debutto, che è sempre intellettuale? Nell’écolavanderia, l’usanza impone d’iniziare con il tirocinio del caso clinico, scartando subito la novella e il racconto. Già all’inizio occorre mondare: la modestia (che è sempre falsa) e il servilismo isterico rimpiazzano l’umiltà connessa al rischio che è della parola. Non si può che cominciare adattando il caso di parola al protocollo gnostico della medicina, al quadro nosografico. La sanità e la malattia, il bene e il male, sono già stabiliti, alle spalle.
La psicanalisi, essendo pratica originaria, si reinventa in ciascun atto. Ciascun atto è atto di parola, ed è soltanto la parola ad agire, non il soggetto. Quella che viene chiamata correntemente psicanalisi si è ormai compromessa con la psicoterapia, con la psicologia, con la psichiatria, con l’università, con l’ipnosi, con la biologia, e con altro ancora. Infine, con le istituzioni, per presentarsi accreditata e mondata dall’inconscio. Certamente una disciplina può essere un pretesto per imbattersi nella psicanalisi e anche l’occasione per restituire il testo che la disciplina stessa adombra sotto mentite spoglie, ma l’etica della psicanalisi richiede ciascuna volta, appunto, l’originalità del testo. Nonostante infinite discussioni e gli sforzi dello stesso Lacan, è ancora mancata la questione della trasmissione della psicanalisi, che è senza soggetto. Non c’è famiglia, “delfino”, gruppo segreto o istituzione pubblica che possa garantirla, certificarla, amministrarla. La storia della psicanalisi è testimone di questa impossibilità. Del resto, la richiesta di garanzie è fatta per evitare d’imbattersi nella novità ancora prima di cominciare un percorso analitico.
Al taglio operato dal significante nella rappresentazione, gli ecoanalisti, tristemente, preferiscono il taglio della seduta, dimenticando che l’atto è della parola, che è la parola ad agire, non qualcuno. Nei manuali ormai frequenti, sulla psicanalisi cosiddetta lacaniana, a sparire è proprio il sembiante, e la vita. Orrendi manuali che trasmettono soltanto la testimonianza della loro impotenza, per un affaccendarsi che certamente ha più alta mira che non quella di seguire la traccia della verità. Questo la psicanalisi non lo consente; non consente il sistema, il sovrapporsi del sistema, del logos, sulla parola, come non lo consente la scienza che è novella e racconto. Il logos, dunque il linguaggio: come mondarlo da se stesso? La ricerca del linguaggio, del sistema, è un altro modo per togliere l’equivoco dalla parola. L’inconscio sarebbe come il linguaggio? Eccolo servito come supporto per una logica fondamentale. La logica sarebbe dell’Uno? Ecco nuovamente servita la logica circolare del “delfino” nella sua vasca.
Eccolo, eccoli tutti alla ricerca del Graal; di una teoria del soggetto e di una logica fondamentale dell’inconscio: una logica ultima, quella decisiva, una logica del significante che spianerebbe infine la strada. Ma la logica non viene prima del significante, il quale, anzi, ne consente l’articolazione. L’Altro non è padroneggiabile. Però, non è strano che proprio coloro che si autorizzano come psicoanalisti, non ne vogliano per nulla sapere, e proprio dell’inconscio? Ovviamente, che importa la psicanalisi? A loro basta di essere in buona compagnia: l’operazione di una logica ultima (logica del discorso nevrotico, ma infine del discorso d’occidente) è stata tentata da Cantor, Frege e altri, in matematica, e da Aristotele fino ad Heidegger, passando per Hegel, in filosofia. Che importa presentire che, come sempre è avvenuto, si staglia già sulla porta il demolitore di turno? La psicoanalisi è in buona compagnia e può anche funzionare come suggestione; non le basta forse il consenso che può giungere anche dal sussiego, dal compromesso, dal servilismo?
Con la gravità contegnosa e l’altera compostezza da rigor mortis, inalterabili perché allenati nei lunghi corridoi delle loro mortifere assemblee, il sapere essendo supposto soltanto al loro “delfino”, finiscono per esibire la mancanza del loro “delfino” come un dato irrimediabile e universale dell’umanità. La vita è dura sulla roccia del reale!
A proposito di reale, poi, la castrazione è il viatico buono per tutti i discorsi: al posto della parola agente, che seguendo a sé medesima sprigiona il desiderio, cioè, ancora la possibilità di proseguire oltre se stessa, è richiamato il reale dell’oggetto, il reale del desiderio che sarebbe lo scoglio che affonda la nave, e che ci rende tutti mortali. Il circolo così è preservato, insieme con il Centro che necessariamente individua, per consacrare il malessere intorno.
E’ vero, talvolta il loro delfino (steso quasi sempre eterizzato sul tavolo dei congressi universali) pare nuotare con rinnovato vigore, e siamo presi dall’illusione di sperare che le parole, la vis polemica delle parole alle quali si affida con una retorica, ammettiamolo, incisiva e sorprendente, lo conducano finalmente ad accorgersi che continua soltanto a nuotare in circolo nella sua vasca. Di più, talvolta parrebbe sorprendersi nel trovare che la logica ultima di cui sono tutti alla ricerca, non è che una logica diadica e paradossale. Ma è solo per poco: occorre insistere nel porre l’Uno per salvaguardare il soggetto, cioè, se stesso e il sintomo, l’uno che si divide in due e si fa in quattro come i suoi segretari e portaborse.
Costoro, aborrendo la parola, potranno strimpellare la loro metafrase universale (produzione soggettiva, produzione soggettiva!) nei luoghi opportuni, dedicandosi ai riti mortiferi di convenienza, magari invitando alla presentazione di orrendi manuali proprio quei professori e ricercatori universitari che tartassano gli studenti imponendo loro la censura sul nome di Freud (che, si sa, è superato) e di Lacan, umiliandoli e costringendoli alla ridicola e fatale manomissione delle loro tesi.
Allora può accadere che proprio uno di quegli studenti tartassati da un professore fra quelli di cui si diceva, scriva quasi per caso un articolo, come quello riportato in questo giornale, che molto semplicemente demolisce la logica ingessata del delfino. Se vogliamo sapere cosa sia un paradosso, leggiamo l’articolo del nostro giovane amico.
Leggiamo, poi, La trinità di Agostino: “Ma a chi è altero, e per questo si vergogna di salire sulla nave (a chi non si trova nel pragma dell’occorrenza, della parola, a chi dismette e disdegna la sua natura di figlio per identificarsi superbamente con il padre) che giova intravedere da lontano la patria d’oltremare?” La patria, intravista soltanto dalla terraferma, non è ancora difforme da una matrìa; è l’ideale, a cui non può che conseguire la vergogna, e quindi la paralisi. Per quanto mondiali, o universali, ci si possa immaginare.
E ancora:“oppure, che nuoce a chi è umile il non vederla per tanta distanza, se comunque si trova sulla nave che voga verso di essa e sulla quale il superbo si rifiuta di viaggiare?”
Non importa quanto lontana sia la meta, quello che importa è essere in viaggio. Lo spirito, anche nella memoria o nella scrittura, se il rapporto con il sembiante non viene a mancare, ci sosterrà nel gestire l’occorrenza verso il giusto orizzonte.
Siamo una piccola associazione, ma siamo sulla nave quel tanto che basta a capire che non è il caso di cedere sulla parola e di scendere a patti col potere del logos. Non altra soluzione è concepibile. La questione politica (che c’impone di lottare contro la medicalizzazione della cosiddetta sofferenza mentale, contro lo psicofarmaco, la lobotomia, l’ignoranza universitaria, la burocrazia e il panottico statale) non può essere neppure affrontata se manca l’etica della parola. Non vi è atto possibile se a venir meno è la dimensione intellettuale. Contrapporre il logos è sempre perdente. Soltanto la parola (che è innocente e non malata) è vittoriosa. Come per la verità, anche l’appello illuministico per la libertà rimarrà sterile (ovvero, troppo carico di significato) se non è inteso come libertà nella parola.

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