CARTA BIANCA – Gianluca Delmastro
di Gianluca Delmastro
Or dunque prospiciente un foglio elettronico: come penna lievi battiti sulla tastiera, come suono rumore piacevole d’ogni interpellato tasto.
Novità affrontare la scrittura direttamente su computer, preferendo il foglio di carta, e poi riportar-correggere l’elaborato venuto proponendosi.
Ma il punto di partenza è già differente, e la scia della novità guida la prosecuzione.
Il redattore del giornale preme anche lui, chiede articoli da pubblicare sul prossimo numero.
Non c’è un tema cui riferirsi, mai come ora carta bianca.
Nelle ricerche, nelle letture degli ultimi giorni, affiorato non è un punto che possa collegarsi con altri e consenta di lanciare una tesi.
Il disagio pungolatore innescante la scrittura si traveste di tranquillità antecedente la noia.
Cosa mandare? Cosa scrivere? Si può mica consegnare il foglio in bianco?
Alzare bandiera bianca e spedire articoli di qualche tempo fa?
Un vecchio articolo sarebbe comunque da correggere, da rivedere, altrimenti si perderebbe l’occasione perché l’essenziale del presente abbia a cogliersi.
Ma c’è tempo libero e quindi il cimentarsi con la scrittura si fa decidere.
La scrittura, questo strascico, questa stimmate segnante ciascuno dopo un’esperienza d’analisi, quella che Freud chiamava la peste.
Non più possibile farne a meno. Non per dire ciò che si ha in mente, avvisati che tutto quello che si pensava, che si voleva dire, verrà stravolto, verrà ridimensionato, troverà una nuova dimensione.
C’è la brama, il desiderio di scrivere per sorprendersi della forma, dello stile che si proporrà abitando l’intervallo, lasciandosi andare alla scrittura, non scrivendo ma essendo scritti.
La scrittura contrappasso degli ideali, ultima frontiera del soggetto, occasione perché l’essere non sia e quindi qualcosa possa accadere.
Chance perché l’impossibile si avveri, perché l’infinito si faccia serbatoio d’accadimenti.
La possibilità dei miracoli sta nell’impossibile.
Scrivere perché ogni volta il miracolo avvenga. Sembrava ci fosse niente da dire eppure lasciandosi giocare dalla scrittura l’articolo sta prendendo forma, si sta producendo.
Le idee, le immagini che risiedevano la disordinata-mente, in tempi ignoti pensate, trapassano e si scrivono. Le cose non possono essere scritte ma si scrivono.
Di punto in bianco qualcosa accade. Dal primo punto calato sulla carta bianca qualcosa ha origine.
Le cose avvengono quando sono avveniristiche, quando riguardano l’avvenire.
Il passato procede dal futuro giocandosi nel presente.
Ecco perché il tempo cronologico non esiste; o meglio esiste quando c’è soggetto, quindi malato e da cui il malato cronico.
Il malato è sempre cronico, è sempre immaginario.
L’unico tempo è quello della parola, della scrittura: è il ritmo, la musicalità che un’attività di scrittura propone.
Il tempo è libero quando c’è soggetto. L’unica libertà alberga nella parola e si conclama nella leggerezza della scrittura.
29 Luglio 2004


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