L’attenzione, l’ascolto, il desiderio e il pensiero

Seminario del 15.4.2010

 

 

“Certamente i pianeti sanno che è la

 legge di gravitazione che li tiene sospesi

alle loro orbite nel cielo, ma a loro

non è dato di conoscere questo sapere”

 Jacques Lacan, Radiofonia

 

La clinica ci impone di considerare una questione importante. Quale differenza fra attenzione e ascolto? Non risultano infine la stessa cosa? Sì, potrebbero essere la stessa cosa ma proprio in quanto non sono la cosa stessa. La differenza fra i due termini è in grado da sola di richiamare il terzo elemento che per integrazione ci può consentire di distinguerli? Una domanda certo complicata, ma ineludibile. Parrebbe che l’attenzione, a differenza dell’ascolto, richiami qualcuno che voglia attivarla, un atto intenzionale e puntuale, dunque un soggetto agente. Ma pure l’ascolto, nell’opinione comune, parrebbe determinarsi come ascolto da parte di un supposto soggetto.

 

L’ascolto non differisce dall’attenzione finché non introduciamo un terzo elemento che sia in grado di richiamarne subito un quarto e così via. Se ci limitiamo a supporre l’esistenza di un soggetto (dell’attenzione e dell’ascolto) ricadiamo nell’universale e nella sostanza e togliamo il registro pragmatico del racconto che ci consente di proseguire. Non vi è un soggetto dell’ascolto ma soltanto dell’udire. Questo è il criterio imprescindibile per l’ascolto nel dis-positivo dell’analisi: guai all’analista soggetto dell’udire e pertanto distante dall’ascolto!

In effetti, il soggetto è inteso proprio come la costante universale, ed è questo a impedire l’accrescimento e saturare ogni possibile integrazione nel racconto. Ma il soggetto è l’invenzione necessaria per la logica del discorso occidentale che si sostiene sul terzo escluso e sul principio di non contraddizione, oltre che, quale effetto inevitabile, sul principio d’identità, cancellando le funzioni del sembiante e sopprimendo in definitiva il racconto. L’invenzione del soggetto funziona contro l’integrazione e il racconto. L’imposizione del soggetto è giunta proprio a ostacolare e infine impedire l’invenzione, il sembiante. E il dispositivo clinico non è forse proprio e soltanto l’istanza del racconto?

 

Noi abbiamo introdotto l’ascolto in corrispondenza alla voce e l’attenzione in corrispondenza al tempo, al tempo dell’Altro. Nessun soggetto, se non come contrappunto sintomatico.

Abbiamo tuttavia accennato alla difficoltà di separare l’ascolto dalla voce e la voce dall’ascolto. Dicevamo, niente voce senza ascolto e niente ascolto senza voce. Analogamente possiamo forse dire: niente tempo senza attenzione e niente attenzione senza tempo? Parrebbe di sì, e per coglierne le implicazioni dobbiamo ora proseguire in qualche modo nel nostro racconto. Quale elemento inventare affinché l’attenzione e l’ascolto non si irrigidiscano in uno sterile dualismo favorendo un soggetto che possa nuovamente irrompere dalla finestra?

 

Quando separo la voce dall’ascolto o l’attenzione dal tempo, corro il rischio di separare irrimediabilmente l’ascolto dall’attenzione. Preservare il due è la condizione per la tripartizione e il racconto. Per proseguire. Il racconto sottrae le cose dal presente e le rende consapevoli. Proprio così: le rende consapevoli.

 

Oltre lo spazio e il tempo della rappresentazione mondana, gli uccelli sanno dove vanno. Il salmone sa dove è diretto. Le cose sanno dove se ne vanno, le cose sanno dove vanno a non finire. Ammettendo che le cose conoscano il loro destino, nondimeno il loro destino non è già stabilito, ma occorre che le cose se lo inventino. Sanno dove vanno e dunque si tratta di un destino che dipende dal sapere. Ricordo la frase bella e sibillina di Lacan intorno alla quale in passato ho riflettuto e che qui riporto in esergo. Possiamo anche riproporla così: gli astri conoscono il loro destino per quanto non siano in grado di dirne alcunché. A costo di insistere in questa direzione un po’ stravagante, o che a me pare degna d’interesse forse proprio perché sfiora l’opinione più retriva, vorrei aggiungere che: non sono in grado di dirne alcunché del loro destino, perché le cose non pensano. Le cose non si soffermano a pensare. E’ la piccola differenza o difetto – se davvero si trattasse di un difetto – rispetto agli umani. Allora sorge più spontanea la domanda: ma perché gli umani pensano? A cosa serve il loro pensare?

 

Per quanto riguarda il destino che dipende dal sapere, si tratta ancora dell’attenzione che non si volge affatto in una direzione determinata, secondo un verso già assegnato, per esempio, come già notato, da un soggetto percipiente all’oggetto percepito. L’attenzione risulta piuttosto da questo sapere che Freud e invero lo stesso Lacan chiamavano sapere inconscio, in relazione al quale il sapere e l’attenzione infine risultano essere la stessa cosa. Allo stesso modo occorre constatare che l’ascolto non segue alla voce, ma ne è piuttosto la condizione di esistenza. Niente voce senza ascolto, come dire, niente voce senza sembiante e senza astrazione. L’ascolto è la condizione della voce, come il soggetto è la condizione del discorso e quindi, se vogliamo, della noia e del rumore di fondo. L’immenso rumore di fondo che risale dalla scena delle vicende mondane è un prodotto del discorso.

 

Occorre anche correggere almeno in parte l’osservazione che si faceva la scorsa volta con riferimento ai pensieri. I pensieri non sono il negativo che si opporrebbe al mondo incontaminato, innocente e selvaggio del mondo delle cose (con il rischio di riesumare in altra forma il mito romantico del buon selvaggio alla Rousseau: ogni cosa è buona mentre lascia le mani del Creatore delle cose; ogni cosa degenera nelle mani dell’uomo, L’Émile).

Il pensare non è un’attività degenerata, inerte e passiva, ma è il modo in cui si esprime la ragione dell’Altro, quando poi non indugia in modo eccessivo nella rappresentazione. Ma l’inerzia è il tratto che distingue la rappresentazione, non il pensiero. La rappresentazione è l’immobilità rispetto al tempo. Il mondo si contrappone al pensiero degenerato, che non è altro che il soggetto, soltanto nella rappresentazione.

Il pensiero non è in mera contrapposizione rispetto al mondo. Il pensiero è in relazione con il mondo delle cose, anzi è il solo modo  di approccio con il mondo delle cose. Istanza del pensiero è l’astrazione per l’astrazione, che certamente può degenerare rifugiandosi nella rappresentazione, cioè nella rappresentazione dell’astrazione, ma che è semplicemente un altro modo di parlare. Parlare è anche pensare e pertanto pensare è un modo del parlare.

 

La voce conduce il pensiero all’astrazione. Astrazione, ovvero dis-posizione e attenzione. Quando al pensiero manca la voce, allora ecco il rischio della rappresentazione. Il dualismo bene male, procede di qui, è un attributo del pensiero soltanto. Ma potremmo dire che il bene è semplicemente l’attività del pensiero che non cessa d’interrogare. La convinzione e il concetto sono per converso il male. Ma il male e il bene non esistono se siamo nel gioco del parlare. Si potrebbe quasi dire che il male consista nello stare fermi.

 

Il pensiero interviene nel mondo delle cose. Anche malgrado se stesso talvolta.

 

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