Dal lamento al desiderio

Seminario del  8.04.2010

 

 

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:

“Avete anche inteso che fu detto agli antichi:

non spergiurare, ma adempi con il Signore i tuoi giuramenti;

ma io vi dico: non giurate affatto;

né per la terra, perché è lo sgabello per i suoi piedi;

né per Gerusalemme, perché è la città del gran Re.

Non giurare neppure per la tua testa,

perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello.

Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno”

 

 

 

Colui che si occupa di fisica, ma sarebbe meglio precisare, l’epistemologo, abitualmente si esprime affermando che si tratta di scoprire la legge più o meno nascosta che governerebbe i fenomeni osservati. Nondimeno, proprio i recenti sviluppi della fisica nel mondo microscopico dovrebbero costringerlo a riconoscere che una legge può essere soltanto inventata. Per noi questa differenza tra scoprire e inventare è davvero importante perché dissipa la credenza che la legge sia già scritta da qualche parte e ancor più la credenza che gli eventi con cui si confrontano gli esseri umani si svolgano secondo leggi autonome indipendenti da loro stessi e seguendo una temporalità lineare già stabilita. Che una legge sia inventata non pregiudica per nulla il suo funzionamento, al contrario ne costituisce la sola garanzia.

L’osservazione dello scienziato, che si avvalga di strumenti raffinati come la camera a nebbia, il microscopio elettronico o il radiotelescopio oppure della semplice nuda vista, non potrebbe puntare ad alcun risultato plausibile se non fosse sostenuta da quella che abbiamo anche definito l’astrazione, e che abbiamo specificata nella disposizione e nell’attenzione.

Come quella fra il corpo e la scena, la stessa distinzione fra disposizione e attenzione rinvia soltanto al due originario, alla differenza nella parola. Vale a dire che non possiamo considerare come delle entità contrapposte neppure lo spazio e il tempo; non vi è una realtà originaria che si possa prestare a differenziarle per confronto. E’ come se il tempo e lo spazio si diluissero, avvicendandosi. Appunto, risultando vicende della parola. Di conseguenza, è come se il racconto fosse all’origine del funzionamento del mondo, di quello più vicino ai nostri occhi e di quello lontano. Le leggi del mondo, di quello cosiddetto naturale, umano, animale, vegetale, e delle cose, sono le leggi del racconto. Una buona ragione per avere la massima cura del racconto!

 

Semplicemente, spazio e tempo differiscono anch’essi nella parola. E spazio e tempo risultano pensabili soltanto in quanto contrappunto dell’oggetto nella parola: notiamo, segnatamente, lo spazio a partire dalla dis-posizione, il tempo dall’attenzione.

Lo scienziato punta il suo formidabile strumento soltanto sul sembiante ed è questa la sua garanzia. E non può che pervenire alla cifra, perché è solo la cifra nella sua simultaneità a consentirgli di rendere operativa l’idea che può sorgere dall’osservazione (che a questo punto definiamo astrazione) del fenomeno. Senza l’ausilio della cifra (dunque, il ricorso alla differenza della parola originaria) l’osservazione è annullata riducendosi a vacua percezione; si imbatte in una biforcazione oscillando nella scelta fra allucinazione, scambiata per realismo, e idealizzazione. Il realismo intorno a cui dibattono infervorandosi i filosofi della scienza, non è che accentuazione dell’oggetto allucinato, mentre la posizione mistica corrisponde all’idealizzazione dell’oggetto.

 

L’esperienza clinica è sempre alla radice di qualsiasi teoria. Avviene che l’analizzante non si accorga che al fantasma, nel registro della frase, corrisponde un oggetto necessariamente idealizzato. E un oggetto idealizzato non richiama nessun evento che anch’esso non sia pienamente assorbito dall’ideale stesso. L’ideale usurpa dunque il posto del miracolo, e dell’evento, cancellandoli. All’ideale corrisponde sempre un soggetto, che per definizione risulta un soggetto invalido. Alla parola sostituire il soggetto agente, significa annientare l’agire stesso che è possibile soltanto alla parola.

Il lamento è sempre una domanda di un soggetto rivolta all’oggetto idealizzato e quindi più o meno consapevolmente perduto. L’oggetto nell’ideale non è più contrassegnato dal miracolo, cioè non è più evento. Vi è quindi soltanto un’insistenza a conservare il fantasma nel registro dello sguardo. Questo il lamento che in fondo si appaga soltanto di sé medesimo.

Chi si lamenta (per qualsiasi impedimento, sfortuna, impotenza) si trova nell’impotenza che riguarda il sembiante e tenta di supplire a quest’assenza continuando a supporre possibile una soluzione attingendo alla cosa di cui sarebbe privato. Ma il bisogno è la condizione prodotta soltanto dal lamento, non il contrario. Bisogno di soldi, di una compagna, di un affetto, ecc., mentre si dovrebbe sperimentare la necessità del sembiante. Dell’equivoco nella parola. Il bisogno, la condizione del bisogno si converte nell’aggressività che è sempre rivolta contro qualcuno che non è mai la persona di fronte a cui si sta in quel momento, ma è ribellione nel constatare l’assenza, in quella persona, del sembiante.

Come volgere il lamento al desiderio affinché, proprio in quanto desiderio dell’Altro, ritrovi la relazione originaria nella parola?

Gli esseri umani hanno molti bisogni, dunque nessun bisogno e una sola necessità che è quella del sembiante. La necessità apre al miracolo dell’evento. Occorre accorgersi di questo nel percorso di un’analisi.

 

Ci interrogavamo intorno al sorriso del neonato, cercando di spezzare il circolo chiuso delle spiegazioni dei vari psicologi e pediatri con il loro ricorso all’istinto che spiegherebbe come al solito ogni cosa.

Il sorriso come manifestazione unica e singolare che pare sancire l’esordio alla vita, del neonato. Che schiude al nulla della vita, al nulla dell’esistenza, ma che, annotavamo, è il nulla assoluto che contiene il tutto come sua parte. Quindi, apertura al nulla della parola, dell’esistenza della parola il cui valore inestimabile risiede nella sembianza, nell’equivoco, nel rimando incessante, il cui valore è nell’apertura al tempo. Il miracolo del sorriso di un neonato. Nella corrispondenza amorosa degli sguardi (questo e non altro sarebbe allora l’istinto: rappresentazione della funzione di specchio del sembiante) che annotavamo come, in realtà, si sostenga proprio sulla non corrispondenza e sulla sorpresa. L’abbandono al sorriso, che noi leggiamo sul volto del bambino, non è già piuttosto il primo abbozzo dell’attenzione rivolta al mondo che appare?

 

 

 

Così, possiamo considerare il volto enigmatico della Gioconda come la risposta dell’Altro al sorriso del bambino, e diventiamo tutti bambini davanti al sorriso appena accennato di Monna Lisa. Ora siamo colti dal dubbio: non dipende forse dalla posizione simbolica di chi guarda, che in quel ritratto l’espressione del volto risulti oscillare dal seducente, al tenero compassionevole, al malizioso nell’infinita gamma delle risposte emotive, persino quella sorprendentemente  beffarda?

Quindi la sessualità come effetto di risposta all’equivoco, alla differenza che non può mai fissarsi perché vale come apertura. Il narcisismo del bambino cui corrisponde la piega lieve del labbro della Gioconda enigmatica: affettuosa ma blandamente; disponibile apparentemente ma altrove e inafferrabile dietro lo schermo del suo narcisismo. Un invito al racconto, che risulta rafforzato dalla vicenda di strade, di rocce e di acque del paesaggio alle spalle di quella figura. Quindi la pulsione sessuale come effetto di questo atteggiamento del sembiante. Disponibile e sfuggente, vicina e lontana, ancora l’ossimoro, che accenna al racconto, da cui procedono l’ironia, l’originario, il due. La sessualità.

Il narcisismo della Gioconda e il narcisismo del bambino. La risorsa sta nell’oggetto, oggetto sguardo, oggetto specchio, oggetto voce. La risorsa di non dipendere dall’oggetto. Anche la disdicenza procede da quello sguardo.

Il bambino e la Gioconda, la voce e l’ascolto.

 

Il termine freudiano versagung è stato tradotto con frustrazione, ma l’apertura di senso di questo termine è molto interessante e complessa e certamente non riducibile allo psicologismo comune. Da ver prefisso che indica l’abbandono e la rinuncia a versagung che ribalta l’atteggiamento di rinuncia (all’oggetto) sul piano del dire (sagen), del raccontare. La versagung è la narrazione che concerne un oggetto in perdita e che può evidentemente volgersi in lamento quando l’oggetto è considerato perduto. La versagung è il dire che non può mai essere esaurito dal detto, o il detto che non si esaurisce nel dire. Evoca un fare che non può mai essere ridotto al fatto. Il lamento: dal fare al fatto, alla credenza nel fatto, il lamento che non passa nel dire, volge al risentimento verso l’oggetto. Mentre il lamento è del soggetto, la versagung concerne una proprietà dell’oggetto. La sua inafferrabilità, la sua non corrispondenza con il dire.

Il modo opportuno per relazionarsi all’oggetto è dunque il sagen, il racconto. Nessun altro modo è efficace nei confronti di un oggetto. Raccontare significa assumere, in quanto sperimentata e ineludibile, la non padronanza dell’oggetto e quindi volgere l’attenzione al dire. Sagen rientra nell’astrazione di cui si parlava che è il modo più efficace di relazione con il sembiante. La versagung rileva la non padronanza sull’oggetto.

L’effetto della versagung, è propriamente il narcisismo. Freud ci parla di regressione e in Modi tipici di ammalarsi nervosamente (1912) annota: “Si vedono gli uomini ammalarsi altrettanto spesso sia che depongano un ideale sia che vogliano raggiungerlo”. Ci si “ammala” soltanto nel registro della frase e soltanto in relazione a un ideale, sia che ne siamo trasportati sia mentre lo stiamo abbandonando.

 

Si tende comunemente a ritenere che gli eventi obbediscano a leggi indipendenti dall’agire dell’uomo. Ma l’evento è implicato in qualche modo con l’essere umano e si tratta per noi di cercare di teorizzare il senso di una tale implicazione. Entro quali limiti possiamo ritenere di collegare all’agire dell’uomo l’evento? Di quale agire si tratta? L’evento richiede l’astrazione dicevamo. L’astrazione non è semplice disgiunzione e non è congiunzione con l’oggetto. L’oggetto disgiunto è l’oggetto idealizzato, l’oggetto congiunto è l’oggetto in perdita d’ideale. Il movimento della pulsione sessuale è questo.

L’agire dell’uomo è agire nella parola e ancora dobbiamo ribadire che non è il soggetto ad agire, ma la parola. Qual è la parola che determina l’evento? Occorre la parola puntuale, quella di Cristo nell’Evangelo. Sì, sì, no, no.

Il di più viene dal maligno, ecco la rappresentazione. La ridondanza, che non ha nulla a che vedere con il superfluo del racconto. Il di più è la spiegazione al posto della piega, al posto della giustizia la giustificazione.

 

Non c’è ascolto senza voce, non c’è voce senza ascolto. Ecco il due originario. La voce senza l’ascolto si riduce a rumore di fondo, chiacchiera fastidiosa, mentre l’ascolto senza la voce perde la dimensione dell’Altro e si riduce a un vacuo sentire. Dunque, la voce richiede l’ascolto per fare sembiante, per apparire come un punto vuoto, e l’ascolto richiede la voce. Questa, la puntualità del sembiante, dell’oggetto nella parola. La parola puntuale. Senza alcun punto che la sostenga o che la possa garantire, ma soltanto il contrappunto, ovvero soltanto l’eco che da esso promana. La caratteristica dell’eco è di presentarsi sempre diversa da sé. Ascolto e voce, congiunzione e disgiunzione.

Il contrappunto ha il punto vuoto come supporto e causa, ma il punto se è vuoto non si sostiene che sull’intervallo, appunto sull’ascolto.

Potremmo anche tentare di enunciare la cosa in quest’altro modo: la voce senza l’ascolto (discorso isterico) produce soltanto dei fatti e si limita ai fatti, mentre l’ascolto senza la voce (discorso ossessivo) produce soltanto pensieri. Nessun evento o miracolo in entrambi i casi. I fatti e i pensieri sono produzioni rispettivamente senza ascolto e senza voce.

Non basta la voce, dunque, la preghiera perché miracolo ci sia, occorre l’ascolto. Il rumore di fondo è la voce senza ascolto. I rumori del mondo, il pettegolezzo del mondo, il pettegolezzo dei fatti. Lo spergiuro e il giuramento. Senza puntualità.

L’esortazione evangelica del Cristo: che il vostro parlare sia sì, sì, no, no. E’ la puntualità della parola, che non ammette, non può ammettere alcuna garanzia al di fuori di quella che sorge da sé stessa.

Il corpo vive al di fuori della rappresentazione e non può essere ricondotto, addomesticato neppure perfezionando i suoi cicli, il ciclo mestruale, il ciclo del sangue, la pancia e il cuore che valgono non perché siano circolari. Il discorso isterico, tempo circolare, l’eterno ritorno dell’eguale, senza ferita e senza sangue, senza imperfezione, ma l’imperfezione non è della materia (questa la gnosi). La perfezione anzi può trovare il suo culmine, la sua estrema purezza proprio nell’imperfezione: inter faeces et urinam nascimur.

Il dispositivo è proprio il modo per cui il vostro parlare possa essere sì sì, no no. Il dis-positivo è un disporre le cose e gli argomenti nella parola, lasciare che la parola si pieghi, alla semplicità. Contro la perfezione del discorso isterico, la circolarità e i cicli delle cose. Dis-positivo. Fare in modo che sia consentita la dis-posizione della parola.

 

 

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