L’oggetto che risponde all’attenzione
Seminario del 22. 4. 2010
Annotavamo la scorsa volta che la voce, provocando la disposizione e l’attenzione, sospinge il pensiero verso l’astrazione. Invece tempo addietro notavamo come il nuovo limite fra il corpo e la scena si tracci, ancora per effetto della voce, dissolvendo quello cristallizzato nella rappresentazione.
Impossibile avvertire la linea di confine fra il corpo e la scena, anche e soprattutto nella rappresentazione, poiché ciascun limite è scritto e si scrive nella parola. In fondo, potremmo anche abbreviare notando che il limite già scritto dipende dall’enunciato mentre quello nuovo si scrive nell’enunciazione.
L’infanzia non è una condizione del passato e, nello specifico, smentisce il significato che è racchiuso nel suo etimo; non è la condizione di assenza della parola. Al contrario è il confronto più serrato, benché spesso conflittuale, con l’oggetto nella parola, con il sembiante. E non esiste affatto, non ancora, quella sorta di supplemento o di protesi che è il soggetto della parola. L’infanzia lascia piuttosto scorgere in modo più limpido l’originario o fa risaltare il fatto che il bambino, l’esistenza del bambino e poi dell’uomo, dipende dall’Altro.
Ancora non è presente quel soggetto, che poi risulta non essere altro che il corrispettivo della sostanza. Il soggetto è un’invenzione o meglio il contraccolpo della manovra con cui si vorrebbe inquadrare, fissare la cosa come sostanza, è il nome della cosa elevata all’universale: è cioè il corrispettivo della sostanza, l’ypokeimenon aristotelico, che sarebbe soggiacente a tutte le cose. Ma non vi è che la cosa stessa sotto il nome, e il nome non garantisce neppure per quella cosa, o letteralmente, non vi è la stessa cosa per quel nome. Il nome indica la cosa stessa che può virare altrettanto verso la cosa particolare, oppure verso l’universale e la sostanza in contrapposizione al soggetto. Il tutto della sostanza sta dunque al posto del nome del nome.
Il soggetto è il nome fissato a garanzia, a scaramanzia contro l’anonimato del nome. E’ il nome della sostanza che è la cosa universale. Ovvero la cosa assorbita nel nome del nome.
Ciascuno sorge nel mito, a ciascuno la propria saga, a ciascuno il proprio racconto. Ecco l’infanzia, la costituzione originaria della parola. Non ci resta che indagare come le cose si introducono nella parola, perché questo è l’infanzia, l’esperienza dell’infanzia. Ma il verbo introdurre è metaforico; non si riferisce cioè all’introduzione di qualcosa che prima starebbe fuori; il prima e il dopo, il fuori e il dentro non c’entrano nulla con l’infanzia, ovvero l’infanzia non è altro che l’infanzia della parola. Dentro e fuori sono il dualismo dell’abbaglio percettivo conseguente alla fissazione del due originario, che noi (ancora metaforicamente) indichiamo come il corpo e la scena. Pensandoci bene, non è sempre stato così? Ora come allora le cose si sviluppano nel racconto, nella saga della nostra infanzia.
La percezione non precede l’attenzione, occorre l’attenzione originaria (astrazione dal tempo, e potremmo anche notare che il feto vive già nell’attenzione) affinché possa darsi la percezione. Il non è originario e tramuta qualsiasi frase in una menzogna. Anche l’attenzione non è che la metafora originaria che a noi serve unicamente per aggirare gli abbagli della percezione, ovvero l’attenzione stessa non può essere assunta come ontologica. Di nuovo, l’attenzione non è la stessa, non è la stessa cosa, ma la cosa stessa che procede da due originario.
Nello stagliarsi della parola soltanto sul suo principio, avvengono anche le cose; ecco l’attenzione, il legame originario con le cose. Ammettere che le cose sono nel tempo significa concludere che originano e confluiscono nella parola.
E’ nell’intersezione originaria, nella combinazione del corpo e della scena che intervengono le cose. Non possiamo intendere il rapporto fra il corpo e la scena se non riferendolo alla barra della rimozione originaria. La scena originariamente non si oppone al corpo, ma da esso differisce, differisce in quanto significante. Se il nome preso come significante dissolve la scena, il significante preso come nome dissolve il corpo. Ma il corpo non differisce ancora dalla cosa in relazione al nome, mentre differisce dalla cosa in relazione al significante che dunque gli si oppone nella frase. Originariamente il corpo e la scena; poi, il corpo, la scena e la cosa. Ma impossibile fuoriuscire dalla logica originaria della parola, dal due al tre. Il prima e il poi, il dentro e il fuori richiedono la logica della parola.
Che qualcosa sia rappresentato, non può essere scoperto se non per l’intervento della voce e sulla via dell’astrazione. L’esperienza della parola è un’esperienza di astrazione.
A partire dal loro radicamento nell’infanzia i guai degli umani originano proprio di qui: vivere nella rappresentazione, ma non avere altro modo di accorgersene se non per la funzione terza dell’Altro. La vita artefatta della rappresentazione non può essere smascherata ponendola a confronto con qualche originale di cui sarebbe la copia, non vi è alcun mondo né realtà che la preceda; non c’è alcuna realtà originaria cui ricondurla per verificarla. Donde la pervicace resistenza dei sintomi e le impasse nella storia di ciascuno.
Quando si sopravvive nell’indugio della rappresentazione (in balia dell’enunciato) può accadere (anzi, accade del tutto logicamente) che non lo avvertiamo, proprio perché non disponiamo della copia originale di confronto. In definitiva ci è difficile riconoscere che il nostro dissidio è nei confronti dell’Altro. E non intravediamo l’uscita. Ecco come avviene che scambiamo per realtà la nostra fantasia.
Viceversa, non vi è modo di percepire l’altro tempo e la temporalità dell’Altro se non come una sorta di contrappunto e, dunque, quando stiamo affondando nella rappresentazione. All’Altro possiamo affidarci e, anzi, siamo costretti a questo passo per l’impellenza del sintomo. E’ soltanto il sintomo che può avvertirci che stiamo rappresentando l’Altro e il tempo dell’Altro. Potremmo trarne la conclusione che qualsiasi sapere non è esente da sintomo, perché qualsiasi sapere si fonda sulla rappresentazione dell’Altro. E d’altra parte, un modo positivo per sfruttare il sintomo è far ricorso al sapere che esso è in grado di suscitare.
L’uomo più che un essere mortale è un essere sintomatico e pertanto sapiente, e anzi si è voluto scoprire mortale, fin dagli albori nella storia del pensiero, proprio perché ha rappresentato il suo sintomo invece che riconsegnarlo a quell’Altro di cui esso reca testimonianza. Ha voluto cristallizzare il sapere, rendendolo persuasivo, definitivo e convincente, e in questo modo ha ridotto e annullato anche il sintomo scrivendolo nel catalogo ragionato dei mali che lo affliggono. Il sintomo, rescisso dall’Altro di cui esso reca testimonianza, è stato spogliato anche dal tempo.
Il mondo in cui viviamo abitualmente è il mondo della rappresentazione e non possiamo fare altro che ragionare con le sue categorie, ideologiche, ontologiche, filosofiche. Riconoscere che non vi è alcuna realtà originaria cui confrontarci significa anche dover riconoscere che i concetti radicati nella nostra vita di ciascun giorno sono anch’essi in balia della rappresentazione. La geometria, con i suoi principi fondamentali di descrizione del mondo, è giustificata soltanto nella rappresentazione e altrettanto vale per le categorie della scienza fisica che ci consentono di descrivere il movimento dei corpi. A questi discorsi ricorriamo, più o meno consapevolmente, ogni volta che descriviamo i nostri fatti quotidiani o la realtà che ci circonda. Anche il nostro rapporto con l’evento è quasi sempre in balia di questi discorsi. Obiettare, pur correttamente, che non ne possiamo fare a meno perché non abbiamo nessun altro discorso cui ricorrere, non giustifica il fatto che non dobbiamo avere la cautela e la cura di trattare queste descrizioni come semplici metafore. E’ necessaria questa cautela per accedere alla nostra logica del sembiante. E’ necessaria la cautela di riconoscere che i principi su cui si basano la geometria, la fisica e la metafisica, non sono anch’essi nient’altro che delle metafore.
Nella logica del discorso occidentale l’attenzione è diventata osservazione, lo sguardo è stato soverchiato e alla fine sconfitto dal vedere. Il soggetto (che non è altro che il soggetto percipiente ovvero confinato nel presente, nella rappresentazione) si è così proclamato artefice del sapere e del mondo, generando così l’oscillazione che ha prodotto anche l’opposto; cioè un mondo che sarebbe lì a soverchiare il soggetto. Comprensivo delle leggi del caso o della probabilità. La legge è diventata inesorabile, volgendosi nella condizione di farsi imperativa, la verità che non si oppone ad alcunché, ma non è che la traccia della parola, elevata all’assoluto della verità, è stata utilizzata per sceverare la chiarezza dalla menzogna. Così intesa, la verità assoluta non poteva che partorire la menzogna. Né il mondo né il soggetto esistono prima dell’Altro e del sembiante.
Il soggetto è forse il soggetto dell’attenzione? L’attenzione non è di pertinenza del soggetto. L’attenzione è sempre distratta. I discorsi comuni, che presuppongono il soggetto, la sostanza e il tempo spazializzato, sostituiscono all’attenzione il vedere e il percepire.
L’attenzione si presenta come la linea di confine che cancella il tempo spazializzato. Essa è nella parola che si staglia, non sul nulla ma sul suo principio. L’attenzione non ha quindi alcun mondo di fronte a sé. E’ come se fosse invenzione incessante del mondo. L’attenzione è funzione dell’Altro non del soggetto.
E’ ricorrente nel testo di Freud la distinzione fra rappresentazione di cosa e rappresentazione di parola, ma appunto, questa distinzione che oppone la parola e la cosa è valida soltanto nella rappresentazione (che introduce il soggetto e la sostanza). La cosa non si oppone alla parola ma è nella parola.
Il rappresentante della rappresentazione, è questa l’espressione freudiana che è servita come base d’appoggio per Lacan quando introduce il primato del significante sul significato. Noi possiamo dire che l’attenzione è l’atteggiamento teorico, pragmatico, che consente questo rilancio del significante nel suo staccarsi dal significato. L’astrazione. La punta della significazione che orienta il parlante è caratterizzata da questa distrazione rispetto al tempo. Se la temporalità dell’Altro è la ragione del movimento delle cose, occorre l’astrazione per saperci fare con le cose. D’altra parte l’attenzione è oltre la distinzione fra le parole e le cose.
Se possiamo intenderla come una funzione fisiologica allora dovremo trarne la conseguenza che la stessa funzione fisiologica, per qualche verso e per dirla in modo un po’ strano, anch’essa non è di questo mondo. Sicuramente l’attenzione non è un modo del percepire. L’attenzione contorna la percezione e quindi è piuttosto la percezione un modo successivo e particolare di presentarsi dell’attenzione. La percezione è un’attenzione bloccata e costretta che si serve del tempo spazializzato per trarre le sue leggi relative. Possiamo infine definirla come la rappresentazione dell’attenzione. Le cose non stanno al di fuori della relazione fra il corpo e la scena.
Ho sempre notato con grande meraviglia quella sorta di vigilanza assoluta in cui pare attestarsi il bambino autistico (e almeno per qualche verso, lo psicotico in generale) e mi è capitato di riflettere su quella che alcuni psichiatri hanno definito alquanto rozzamente una pre-comprensione che lo caratterizzerebbe. Ora, possiamo dire che il cosiddetto bambino autistico, che dimora nella sua algida inafferrabile solitudine e nell’identificazione assoluta con il sembiante, non è per nulla escluso ma anzi è immerso prima di tutto nel liquido amniotico dell’attenzione, non ritiene necessario più di tanto affidarsi alla percezione (come se ne intuisse l’aspetto fittizio e di menzogna) lasciando che le cose liberamente scorrano nella parola. Qualche volta si consente delle rapide incursioni nel mondo percettivo e quando lo fa dimostra precisamente il nostro assunto, cioè indica a sufficienza, per l’abilità e l’estrema agilità con cui colloca e disloca gli oggetti che gli capitano sotto lo sguardo, che è l’attenzione la condizione indispensabile per la stessa percezione. Per questo, il bambino autistico quando fa le sue incursioni nel mondo percettivo ci lascia sbalorditi. Lo abbiamo già notato: il movimento degli oggetti dipende piuttosto dall’attenzione che non dalla percezione che si limita a registrarlo.
Il bambino autistico ha optato per l’assoluta astrazione: è nell’attenzione assoluta ovvero sa che le cose non dimorano già separate dal suo corpo.
Occorre per noi sviluppare questo nuovo racconto: il feto è assorto nella propria attenzione e in quella della madre dalla quale non è separato poiché entrambi vivono nel tempo dell’Altro o nell’altro tempo. Forse soltanto alla nascita interviene la disposizione che lo orienta nella costituzione del mondo. La separazione dalla madre non è riconducibile all’ordine del fisiologico o della misura spaziale. La separazione dalla madre avviene anch’essa nell’Altro, non può essere che separazione simbolica, nella parola.
Ci si accorge che c’è e esiste l’altro tempo e il tempo dell’Altro, per esempio reagendo all’altro tempo e al tempo dell’Altro. Come avviene questa reazione all’altro tempo? Con una specie di


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