Narcisismo, autoerotismo e attenzione

Seminario del 29.4.2010

 

 

 

“Ancora una volta saremo costretti a ricorrere alle

distorsioni e amplificazioni di ciò che è patologico

 per comprendere l’apparente semplicità di ciò che è normale”

                                                                                                          

-         Sigmund Freud, Introduzione al narcisismo, 1914 –

 

 

 

Sulla scorta delle riflessioni fin qui svolte intorno all’attenzione originaria possiamo fare a meno di quel racconto che, presentando la solita linea temporale del discorso ideologico che sopprime l’Altro e la simultaneità del sembiante, descrive l’evoluzione del bambino per stadi successivi dal concepimento all’ultimo giorno della sua vita. Almeno permettiamoci di doppiarlo, per così dire, con un nuovo racconto che scorre nel senso contrario dall’ultimo giorno a quello del concepimento, per continuare a constatare che in realtà il racconto autentico ed efficace può regnare soltanto nella sovranità del tempo dell’Altro. Nell’infinito non algebrico né potenziale.

La ragione osservante incappa direttamente nella menzogna se non è sostenuta dall’Altro. Qualsiasi racconto può perdere la proprietà efficace del racconto autentico se obbedisce soltanto al tempo circolare o lineare. Quasi sempre questo è il tempo inventato dalla termodinamica con il suo ciclo mortale che vincola proprio tutto, dall’embrione all’universo.

 

La prima volta. Il primo giorno è davvero il primo? E può esistere l’ultima volta se non come compimento di un racconto?

Non esiste alcun cominciamento delle cose. Le cose nascono dal nulla, ma il nulla non è il prima né il dopo.  Non è al principio o alla fine della vita. Alla fine noi troviamo al massimo l’epilogo o il commiato che non possiamo più chiamare morte.

L’esistenza delle cose non fa più ostacolo o resistenza alla vita, la rappresentazione del simile, come quella del soma o del cadavere, non lascia più vedere che l’unica morte, la morte di cui si tratta, è semplicemente la fine del racconto. Le cose dimorano nel liquido amniotico della parola, compreso il nulla dal quale originano.

 

Per l’embrione nella pancia della madre esiste già il sembiante? Per comprendere la pancia e la madre occorre il sembiante e dunque possiamo dire che l’infinito è già installato nel ventre materno accanto all’embrione. L’embrione, come qualsiasi cosa mondana, non nasce dall’infinito e non è diretto all’infinito, bensì risiede e sboccia nell’infinito della parola. Non nasce dal nulla e non approda al nulla, bensì produce il nulla come fosse una procedura fondamentale per evolversi nella sua esistenza. Il nulla da cui procedono le cose. Occorre il nulla affinché la relazione s’instauri. Occorre produrre il nulla, occorre la relazione con il sembiante, affinché vi sia l’incremento e l’integrazione, non più la successione del tempo lineare.

 

Il nulla segnala l’evidenza della parola come principio: nulla al di fuori della parola. Da qui la procedura e il movimento delle cose. Produrre il nulla è il risultato dell’atto di parlare, ma questa è funzione attivata nel registro pragmatico. Parlando noi produciamo il nulla dal quale originano le cose. Oppure, parlando produciamo il nulla che ci dispone al mondo e alle cose. Approdiamo alla nostra solitudine, parlando.

Dunque, rispetto al sembiante il nulla si produce e, in assenza di sembiante (se questo fosse possibile) o nel suo rifiuto, appare come il nulla risultato della parola. Per questo il nulla è stato posto dal discorso, che ne ha orrore, come un nulla originario o come il nulla della morte. Ma il nulla non si oppone né all’essere né alla parola. Il nulla come risultato della parola dissolve il discorso, mostrando come nel discorso fossero proprio il nulla (che in questo caso è il niente) e il tutto contrapposti a contrastare e rendere impossibile il parlare.

Nulla al di fuori della parola. Nulla, nessuna cosa, nessun limite che non sia della parola, e la parola non confina con nulla, nessun paese del nulla cui approdare. Il paese del nulla è l’apertura della parola che ancora prosegue.

Il nulla è suscettibile di descrizione infinita. Occorre la parola che prosegue perché si possa davvero toccare il nulla. Occorre dunque il sembiante per il nulla.

 

Nel discorso, in assenza del nulla, il tutto o il niente. Che è il niente di questo o il niente di tutto. Che è il limite, della parola, che si para dinnanzi come la sbarra di una frontiera invalicabile. L’andata e ritorno, il tempo lineare con l’impossibile tempo rovesciato. E’ il miracolo indeterminato che nel tempo rovesciato si è mutato nell’incubo, determinato.

 

Nessuna sostanza. Fra l’embrione e l’universo l’infinito della parola, e l’embrione e l’universo nell’infinito della parola. Il limite della parola è la traccia della parola, che è la parola che si traccia. Nessuna barriera.

 

Possiamo azzardare che il feto, il quale intraprende i suoi movimenti nel ventre materno già a poche settimane dal concepimento, instaura il sembiante? In questo modo inaugurando il narcisismo, rispettivamente nell’autismo e nell’automatismo, ovvero come abbiamo notato, nell’attenzione e nella disposizione rispetto al mondo. Nessuna distinzione fra un soggetto e il suo mondo. Ancora l’indagine freudiana, nel saggio sul narcisismo, è impaniata in qualche modo in questo dualismo supposto originario, fra libido dell’Io e libido oggettuale. Ma nel nostro racconto, quelle che ci sembrano ancora categorie storiche nel tempo lineare, si presentano come il riflesso di un’opposizione, o meglio differenza originaria, nella parola: attenzione e disposizione. Dall’attenzione alla disposizione: ecco un modo per situare l’evento della nascita.

 

Il narcisismo è semplicemente la condizione del feto già in presa diretta col sembiante. Ecco l’apparente semplicità di ciò che è normale, ovvero la semplicità che costringe all’incremento e all’integrazione. L’attenzione, la disposizione e il narcisismo, oppure anche: il nome, il significante e l’Altro. Il feto nuota nella parola originaria. L’embrione è in presa diretta col sembiante. La semplicità cui Freud allude nella proposizione riportata in esergo non è che la semplicità della parola originaria, mentre la distorsione e amplificazione di ciò che è patologico non è che il discorso ideologico impegolato nella rappresentazione.

 

L’attenzione possiamo tradurla come la relazione con il sembiante che corrisponde al primo percorso delineato da Freud, sempre nel suo saggio sul narcisismo, precisamente là dove osserva che un essere umano (per noi è già l’embrione) può amare secondo il tipo narcisistico di scelta oggettuale: a) quello che egli stesso è (cioè se stesso), b) quel che egli stesso era, c) quel che egli stesso vorrebbe essere, d) la persona che fu una parte del proprio sé.

Mentre la disposizione possiamo tradurla come la relazione con il sembiante che corrisponde al secondo elenco concernente un essere che, secondo il tipo di scelta oggettuale “per appoggio”, ama: a) la donna nutrice, b) l’uomo protettivo e c) la serie delle persone che fanno le veci di queste.

In tale elenco che assume quasi la forma di una partita doppia  Freud non tarderà ad accorgersi che è in questione alla fine proprio quel dualismo (fra pulsioni dell’Io e pulsioni sessuali) che pure non mancherà di riaffacciarsi con insistenza lungo l’arco della sua opera, rappresentando per lui lo shibboleth in grado di tutelare la teoria psicoanalitica dalle deviazioni o eccessive semplificazioni degli allievi.

Appare ora nel nostro racconto come questa distinzione corrisponda e non possa che corrispondere alla distinzione fra il discorso e la parola originaria.

 

 

 

 

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