La coscienza morale e la sessualità

Seminario del 6. 5. 2010

 

 

Non ci sarebbe nulla di strano se

 riuscissimo a identificare una speciale

 istanza psichica che assolve il compito

 di vigilare affinché a mezzo dell’ideale

 dell’Io sia assicurato il soddisfacimento

 narcisistico e a tal fine osserva costantemente

 l’Io attuale commisurandolo a questo ideale.

-         Freud, Introduzione al narcisismo, p. 465 –

 

 

 

E’ Freud a insegnarci nel terzo paragrafo del suo saggio che vi è un’istanza psichica cui sarebbe affidato un compito di vigilanza; questa istanza psichica suscettibile di degradarsi nella coscienza morale non è che l’attenzione. Nella nostra teoria dell’oggetto insituabile, dell’oggetto che non è mai dato, dell’oggetto che si getta contro, questa istanza, che Freud chiama appunto coscienza morale, può essere intesa come una sorta di rappresentante dell’attenzione, risultando quindi piuttosto un’attenzione sviata, ormai rigidamente codificata; fuoriuscita dal tempo dell’Altro e non più in grado di esercitare l’astrazione; ovvero un’attenzione non più in presa immediata col sembiante. In effetti la coscienza morale è esercitata nei confronti di un oggetto idealizzato, mentre l’attenzione si rivolge all’oggetto nella parola, al sembiante.

L’attenzione non deve esser percepita come tale, affinché non si tramuti nella nostra coscienza morale. Lo specchio, lo sguardo e la voce non debbono essere avvertiti come tali. Occorre essere nell’Altro della parola. E in presa immediata con il sembiante è ormai la locuzione che adoperiamo per indicare in altro modo la condizione da Freud teorizzata in relazione al soddisfacimento narcisistico.

 

Come distinguere il sembiante dall’Altro? Il sostegno dell’Altro è indispensabile almeno quanto quello del sembiante. Anzi, vi sarebbe sembiante senza l’Altro? Riconosciamo l’esistenza del punto vuoto in rapporto all’Altro. Quanto più l’Altro è in grado di articolarsi tanto più sarà assicurata la nostra relazione con il sembiante. Occorre dire che, se l’Altro funziona soltanto perché siamo in relazione con il sembiante, in qualche modo possiamo industriarci per far funzionare l’Altro anche in assenza del sembiante, al fine di poterlo nuovamente assicurare. L’Altro è l’unica possibilità che ci è concessa per riconoscere l’esistenza del sembiante. E quando riconosciamo l’esistenza del sembiante, occorre dire che in qualche modo lo stiamo già perdendo: in effetti la percezione non è in grado di rilasciare se non qualche indizio della sua esistenza, quali contrappunti sul corpo delle sue funzioni di specchio di sguardo e di voce. Gli indizi della sua esistenza, appena riconosciuti, ne cancellano la proprietà fondamentale di essere un punto voto e inafferrabile, o almeno non lo fanno più funzionare come tale. E si fissano nella rappresentazione. Anche per il riconoscimento dell’esistenza del sembiante occorre l’astrazione. E l’Altro, che esiste soltanto nel vacillare, come fessura impercettibile e mancamento, esige il racconto, il sogno e la catacresi per funzionare e per evocare il sembiante.

 

E’ l’articolazione della parola, che è concessa agli umani, è la scrittura. E’ la teoria con la quale produciamo l’astrazione. la distrazione e la sottrazione. Saper mettere in funzione l’Altro, cosa che ci è concessa dal sembiante, vuole anche dire sospendere la rappresentazione del sembiante stesso, porre un argine anche al contraccolpo dell’evidenza dello specchio, dello sguardo e della voce, che ne deriva.

Lo specchio, lo sguardo e la voce s’impongono (come intervenissero da un esterno) quando la nostra coscienza morale è troppo accentuata. Quando l’attenzione si è appunto degradata nella coscienza morale. La coscienza morale è l’istanza che provoca la rappresentazione delle funzioni del sembiante e quindi la sensazione reale che esse agiscano coattivamente dall’esterno. Per noi, in effetti, è questo “reale”, che fa irruzione dall’esterno (che non è affatto originario), reale della sensazione o meglio della percezione (che non è affatto originaria), – su cui ha molto riflettuto Lacan, prendendo delle strade su cui non possiamo seguirlo e che pedissequamente i lacaniani hanno in seguito battuto – che giustifica l’introduzione dell’attenzione alle spalle della sua rappresentazione degradata che, non solo per Freud, è la coscienza morale.

Se, come possiamo verificare clinicamente, la coscienza morale ha effetti reali, allora essa non è una costruzione innocua e arbitraria, non si erige come un vuoto edificio sul nulla: attesta, al contrario, che per essa è proprio la concretezza di questo nulla che è scomparsa. E’ sparita la concretezza del nulla che allenterebbe la presa dello sguardo e consentirebbe di vedere senza empasse (o senza sintomi come mostrano le fobie), cioè di annullare il vedere soltanto percettivo, che è sempre un vedere allucinato da parte di un soggetto, che consentirebbe di vedere con l’Altro e, dunque, che piuttosto consentirebbe un ascoltare. E’ scomparsa la concretezza del nulla, ovvero quel desiderio in grado di scrivere la traccia, in grado di farci riconoscere la direzione reintegrando l’attenzione.

 

La concretezza del nulla è un ossimoro, certo, è l’ossimoro della parola originaria e corrisponde a quello, da noi più frequentato, di materia della parola. Il nulla, una materia senza sito, che dissolve la fobia. Senza materia della parola, senza il nulla, è la scena che si schiaccia sul corpo, è l’agorafobia o il suo contrario, la claustrofobia. E’ il sembiante che diviene tiranno. Se la percezione può risolversi in allucinazione quando trionfa la coscienza morale, è soltanto l’astrazione dell’Altro che può risolverla, per così dire, riconducendola alla normalità, ovvero a una visione sostenuta dall’Altro, a una profezia.

Per questo, il profeta che si affaccia dietro il tempo rovesciato, il sembiante mentre rivela il suo volto non più severo, non più dispotico, è reale quanto lo è la coscienza morale che vincolava il soggetto. Alla coscienza morale corrisponde nel registro dello sguardo il visionario. Per contro, sono le stesse funzioni di specchio, di sguardo e di voce ad allentare la coscienza morale per via dell’attenzione.

 

La percezione non è originaria, dicevamo. Occorre l’Altro per sostenerla. Ne consegue che neppure è originaria la distinzione fra il vedere e l’udire. Noi non possiamo udire senza anche vedere, né possiamo vedere senza anche udire. Per questo motivo, quando per esempio cerchiamo di isolare il vedere dall’Altro possiamo cadere nell’allucinazione uditiva piuttosto che in quella visiva. La condizione normale della percezione, espunto l’Altro che è il solo principio di distinzione, risulta semplicemente l’allucinazione.

Non esiste alcuna cosa data da percepire; la cosa percepita è semplicemente allucinata. Allucinazione può allora intendersi quell’evento psichico (tutti gli eventi sono psichici) per cui siamo caduti nella condizione normale della percezione visiva e quindi è la Voce che s’impone, mentre la percezione acustica corrisponde all’imporsi dello Sguardo. Allucinazione visiva o acustica non è altro che la condizione della percezione senza l’Altro. In realtà non esiste alcuna cosa da percepire, semplicemente le cose non sono distinte nella percezione ordinaria ma lo possono essere soltanto per l’intervento dell’Altro. La cosa non è eguale a se stessa originariamente, ovvero la cosa non è sostanziale. Perché una cosa risulti eguale a se stessa occorre il rinvio all’Altro. E la distinzione non è riferibile alle cose ma all’immagine nel tempo Altro. E’ un diverso modo di constatare che le cose dimorano nella parola, che le cose, originariamente, non hanno luogo né tempo in cui consistere. Letteralmente potremmo dire che le cose quando vogliono essere percepite senza l’Altro cominciano a parlare.

Certamente Freud aveva rilevato, particolarmente nelle Lezioni introduttive alla psicoanalisi, come l’Altro o l’inconscio, ben lungi dall’essere l’artefice del discorso nevrotico o psicotico, fosse piuttosto la condizione stessa del racconto che ci consente un rapporto equilibrato con le cose.

 

E la sessualità?

Se gli eventi che si svolgono in relazione alla sessualità filassero lisci e senza intoppi non avremmo alcuna ragione per interrogarci su di essa. Freud si è occupato della sessualità avviando ciascuna volta le sue riflessioni in termini anche generali (per esempio nell’Introduzione alla psicoanalisi, Lezione ventesima, La vita sessuale umana) cercando di raggruppare la gamma dispersa dei fenomeni in cui essa fa la sua comparsa, ma rimane incerto e confessa di non poterla definire se non con termini vaghi e fra loro scollegati. Anche se conosciamo il mito che sottende la sua ricerca, che corrisponde poi a quello della cieca volontà della natura, in Schopenhauer, per cui l’individuo non sarebbe che il veicolo mortale del germoplasma immortale obbediente al fine superiore di conservare la specie, di cui egli, il singolo individuo, non sarebbe quindi che un semplice anello, è proprio al secondo termine di questo confronto, cioè all’anello zimbello, che egli finisce sempre per volgere la sua attenzione. Constatiamo, nell’arco intero della sua opera, come la sua ricerca sia orientata piuttosto a rendere conto delle difficoltà e delle deviazioni della libido, e dunque, che l’accento non sia posto alla definizione della sessualità nel senso di una visione generale, ma – se vogliamo adoperare le sue stesse parole – partendo sempre dalle distorsioni e amplificazioni di ciò che è patologico per comprendere l’apparente semplicità di ciò che è normale (Introduzione al narcisismo).

 

Infine per Freud, che la sessualità obbedisca al fine procreativo di mantenere la specie, risulta perlomeno uno scopo secondario e marginale; semmai si tratterà di tradurre tale scopo riconducendolo alla dimensione richiesta dalla psicologia del singolo e alla sua esperienza reale, al di là di una presunta finalità che si rivela piuttosto per ciò che è sempre stata nel pensiero umano, cioè come lo sfondo discorsivo creato dalla ragione con l’avallo del pensiero scientifico osservante. Tradurre in altro modo lo scopo procreativo significa allora ricondurlo all’esperienza clinica reale, e pertanto si tratterà ormai di comprendere la sessualità come quella attività che interviene nella vita del singolo con le sue esigenze cogenti, con le difficoltà nel controllo da parte di ciascuno, con gli inciampi, le ripercussioni; in definitiva con la sfilata dei sintomi che conseguono a queste difficoltà nel maneggiarla. La finalità riproduttiva va dunque riletta come una metafora (e ciascun mito va letto come metafora e racconto), la metafora di qualcosa che si tratta per noi di ricondurre alla struttura della parola originaria, ovvero alla relazione originaria; quest’ultima da intendersi nel senso dell’evidenza che gli umani non sono in relazione con alcuno scopo determinato che li trascende, sono bensì in relazione con quella causa unica che è il sembiante, d’altra parte sempre sfuggente e per fortuna inafferrabile dalla ragione. E’ il caso di ribadire un po’ rozzamente che gli esseri umani non hanno bisogno di sesso ma di sembiante!

 

Come il sintomo, la sessualità potrà essere soltanto compresa per gli effetti di contraccolpo su ciascuno, e pertanto in relazione alle funzioni del sembiante, alla rappresentazione. Proprio alla rappresentazione, perché a questo punto possiamo osservare che negare la sessualità è un’operazione impossibile giacché semplicemente  questo vale a praticare l’erotismo.

Analogamente qualsiasi riflessione intorno all’omosessualità che non tenga conto della relazione originaria è destinata allo scacco.                                                     

 

Sempre nell’Introduzione al narcisismo Freud imposta la differenza fra il processo di idealizzazione e quello della sublimazione. Potremmo riprendere di qui

 

La sessualità interviene laddove il nulla si staglia nella sua evidenza, il nulla di che cosa, se abbiamo notato come il nulla non sia che la materia della parola? Allora la materia della parola sarebbe precisamente la sessualità? La sessualità richiede che l’enigma, una figura dell’Altro, non debba essere svelato. Che si mantenga velato, ecco il pudore, che non sopporta le mascherate della rappresentazione della sessualità. La sessualità rappresentata non è più tale,

 

 

 

 

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