L’infanzia fra l’Altro e il sembiante

Seminario del 13.5.2010

 

 

“Tolto l’Altro la madre è la morte”

– A. Verdiglione – 

 

 

 

 

 

Vi sarà capitato di osservare il comportamento del bambino piccolo di fronte alla presenza di un estraneo, per esempio una persona mai vista che si presenta accanto alla madre. Il bambino che sta giocando rallenta il suo gioco e mostra un atteggiamento spaesato. Se è molto piccolo si avvicina alla madre fino ad abbracciarla e da quella postazione può volgere il capo e osservare studiando con maggior attenzione e tranquillità la nuova figura apparsa nel suo campo visivo.

Se è più grandicello, vincendo l’imbarazzo imposterà una recita esibendo le sue abilità nel giocare; in ogni caso si può notare che i modelli di comunicazione con cui risponde o vuole segnalarsi all’intruso sono modelli che egli richiama in quanto ammessi e legittimati nella cerchia dell’ambiente famigliare. Ora il gioco sta sostituendo poco per volta la madre, come se dal muovere oggetti variamente colorati e dunque staccati dal contesto e in grado di disporsi secondo sequenze diverse e sorprendenti combinazioni, potesse trarre quelle risorse che prima traeva dal corpo materno. Possiamo considerare il gioco come un transito dalla dimensione dell’Altro a quella del sembiante e del racconto.

Se la madre del bimbo molto piccolo (fino a tre anni di età) si allontana, questi comincerà a sentirsi perduto e reagirà infine con il pianto, manifestando un comportamento reattivo di angoscia e di profondo imbarazzo. Gli psicologi che hanno studiato in laboratorio il comportamento del bambino si sono limitati a porre l’accento piuttosto sul ruolo rassicurante della madre (o di chi per essa), ma se vi porgo questo esempio è perché mi è parso essenziale per aggiungere qualcosa sulla cosiddetta condizione dell’infans e per chiarire una possibile distinzione fra l’Altro e il sembiante.

In modo un po’ stravagante, considerando la madre come il sembiante che distribuisce l’Altro al bambino, si potrebbe in effetti teorizzare che il bambino abbia bisogno di un rifornimento di Altro per sopportare lo sguardo dell’estraneo e per poterlo a sua volta osservare. Soltanto affidandosi al tempo Altro elargito per così dire dal corpo materno gli sarà concesso di abbandonarsi all’osservazione. Potete già constatare come questi rilievi si pongano in linea con quanto annotavamo le scorse volte con riferimento alla percezione distinta dalla disposizione e dall’attenzione originaria.

Occorre aggiungere un particolare importante: gli osservatori, sempre nell’esperimento citato, più volte ripetuto e allestendo la scena in ogni luogo del pianeta con personaggi di varie lingue e culture, hanno potuto notare che il comportamento del bambino è assolutamente identico, e che permane tale anche se l’adulto che lo accompagna non è la madre ma il padre. Con un modo di agire invariato, il bambino cercherà rifugio tra le braccia del padre o di chi per esso.

Nessuna differenza originaria quindi fra la madre e il padre o, se vogliamo, possiamo confermare a questo punto che la differenza è nell’Altro e semmai adombra per noi quella fra il nome e il significante e che quest’ultima non corrisponde alla prima (cioè a quella fra la madre e il padre) ovvero non è derivata da essa. Al contrario, una madre e poi un padre si specificano in quanto tali soltanto nell’Altro. Ne consegue che, se l’Altro è principio di distinzione, la relazione originaria non è con il sembiante ma con la sembianza. Lo sappiamo anche questo: il sembiante non ammette alcuna anatomia che non sia da ricondurre originariamente all’immagine.

Come intendere questo rifornimento di Altro da parte del bambino? E come cercare di dare un senso alla progressione rilevata nonché alla differenza evidenziata fra il comportamento del bimbo piccolo e di quello più grandicello?

Quello più grande sembra avere più o meno assimilato che l’estraneo potrebbe essere della stessa natura della madre, del padre o di chi per essi. Ovvero, non necessità più di assicurarsi dell’esistenza del sembiante, non si avvicina come quello più piccolo per essere preso in braccio o per toccare almeno il corpo della madre o del padre. Egli dà ormai per scontato che, come non vi è differenza fra madre e padre, così non c’è alcuna differenza originaria rispetto all’estraneo. Non è più di tanto imbarazzato o scosso dallo sguardo, potremmo dire che si è sufficientemente installato nell’Altro e può persino cominciare timidamente a esibirsi di fronte all’estraneo, ovvero può esercitarsi nella conferma che l’estraneo è per così dire della stessa sostanza della madre o del padre e pertanto come costoro sarà in grado di divertirsi di fronte alle sue prestazioni. Si è esercitato sufficientemente a sopportare lo sguardo ricorrendo all’Altro, ovvero può iniziare a risolvere pragmaticamente il rapporto. E’ come se avesse prima di tutto assimilato il convincimento che importante è l’astrazione e che persino gli adulti, indipendentemente dal grado di prossimità con lui, prima di ogni cosa necessitano del di-vertimento, ovvero dell’astrazione come proprietà essenziale dell’Altro. La madre non è più il suo luogo di riferimento privilegiato e indispensabile per rifornirsi di Altro, non risulta più indispensabile e rigidamente determinato; sta acquisendo la propria natura (che ora si rivela autentica) di essere un punto insituabile e vuoto.

E’ alquanto imprecisa perciò l’affermazione di poc’anzi che la madre è il sembiante per il bambino, piuttosto occorre dire che ne occupa il posto o che cerca di occuparne il posto. Pensandoci bene, per tale comportamento agli adulti vien da sorridere benevolmente, come se il gesto del bambino piccolo risultasse non soltanto ingenuo ma un vero e proprio abbaglio. Come se ormai gli adulti avessero sperimentato l’esistenza di una schisi profonda fra la madre e il sembiante, dal momento che il bambino subisce il sembiante sotto forma di sguardo dall’estraneo e tenta di arginarne l’invadenza aggrappandosi alla madre. Gli adulti (non molti, in verità) dovrebbero aver sperimentato la solitudine del sembiante.

Ma il bambino piccolo non è ancora in grado di accorgersi che la sua ricerca è ancora interamente centrata e captata da uno schermo, da una madre-schermo (rappresentato, per ora, dalla madre ma poi – con l’eventuale protrarsi di questo stato per un’insufficiente esperienza dell’Altro – dalla donna per l’uomo adulto) e non è in grado di accorgersi che egli non si è ancora realizzato in relazione con il sembiante.

Proprio la natura di punto vuoto e insituabile nello spazio e nel tempo, tuttavia, non ammette che sia identificato un verso temporale al nostro racconto sull’infanzia. Il tempo dell’Altro, in cui si precisa l’esistenza del sembiante, è un tempo che non viene né prima né dopo, che dunque fa accadere il sembiante nella simultaneità variandone le proprietà a seconda delle vicende di questo stesso Altro. Con questo esempio, in altro modo abbiamo dunque portato una nuova versione del mito o del racconto del bambino infante, con la consapevolezza nondimeno che abbiamo soprattutto consegnato il bambino al malinteso del racconto, spostandolo dal piano dell’equivoco e della menzogna corrispondenti a un sembiante identificato, riconosciuto. Con la nostra narrazione ci siamo dunque accorti che abbiamo spostato il nostro infante dal piano dell’equivoco e della menzogna di un punto pieno al confronto con il sembiante insituabile. Al malinteso del racconto e del mito.

Noi osserviamo un bambino molto piccolo che si rifugia nelle braccia della madre per sopportare lo sguardo dell’estraneo. Ancora lo osserviamo mentre, rassicurato, comincia lentamente a volgere di nuovo il capo verso l’estraneo. E diamo per scontata la sequenza temporale di tale successione. Prima la madre rassicurante da cui il bambino trae la sua stessa esistenza, in seguito il turbamento per l’irruzione dell’estraneo, e questa sequenza è indubitabile. Se tale sequenza è indubitabile, e infatti l’accogliamo, non possiamo però accreditarla con altrettanta soddisfazione qualora vogliamo intenderla come successione lineare nel tempo.

Chi è il sembiante? Perché lo specchio, lo sguardo e la voce? il punto e il contrappunto? l’Altro? e la disposizione e l’attenzione?  Questa la nostra logica; e perché sostituire questa logica così complessa al racconto lineare che descrive la vicenda di un bimbo piccolo che si stacca dalla madre e diventa grande imparando a distinguere e apprezzare l’estraneo? Il fatto è che ci accorgiamo proprio con la semplice osservazione che l’infinito e l’Altro intervengono in ogni tappa di questo percorso. Che lo stesso racconto si allinea soltanto perché vi è un Altro che passo per passo lo conduce quasi per mano e che questa sequenza, infine, riguarda il bambino ma anche lo sperimentatore che sta registrando gli eventi osservati. Il sembiante assoluto che non precede l’Altro; ecco l’enigma. Il sembiante assoluto, simultaneo, che procede dall’Altro, e non viceversa. La relazione originaria che allinea gli elementi osservati. Di nuovo si affaccia la nostra logica del sembiante. E l’arcano della parola originaria si staglia, da cui anche lo spazio e il tempo procedono.

Se la relazione con il sembiante è relazione originaria, proprio per questo il sembiante procede dalla relazione, e non vale il contrario.

 

Poi osserviamo il bambino più grandicello che parrebbe ormai saperci fare con l’assenza o la presenza discreta della madre che ora è più sfocata. L’ambiente in cui stava giocando si è tramutato nella sfondo di un teatro in cui già si muove come attore protagonista. Possiamo ben dire che questo bambino si sta esercitando nell’impostare un gioco che prima di tutto risulta una procedura; ed è alla recita sostenuta e alimentata dal racconto che ora affida il compito di sostenere e rintuzzare lo sguardo dell’estraneo. Il racconto non è ancora che un racconto quasi sussurrato, un racconto solitario appena abbozzato e che procede per paratassi, ma già indirizzato sia pure timidamente verso l’estraneo. Forse che il bambino non pare già del tutto consapevole che il legame con il simile (che a questo punto non è più l’estraneo, ma si specifica come sembiante) è rappresentato dal racconto?

Sostenere e rintuzzare lo sguardo con il racconto, ma anche eventualmente con la follia, qualche volta con la sua parodia, cioè con la pazzia. Ecco le funzioni del sembiante ed ecco il suo contrappunto. Ecco l’arte come contrappunto, la recitazione, il teatro come contrappunto dello sguardo.

A questo punto il passaggio risulta vertiginoso. Ma ciascuna volta il passaggio è vertiginoso, per ciascuna sequenza l’infinito. Mentre per il bimbo piccolo la madre non è disgiunta dall’Altro e dal sembiante, e quindi il sembiante non è ancora tale, ossia non è in grado si svolgere le sue funzioni, per quello grandicello invece il sembiante comincia funzionare come il punto vuoto e come contrappunto. Dunque, è la relazione a instaurare le funzioni del sembiante e in mancanza di relazione non c’è sembiante alcuno.

E’ quella scena (luogo di un esperimento o qualsiasi realtà possa essere) che sfocata si allontana sullo sfondo mentre in primo piano lascia emergere il racconto. La dimensione pragmatica del racconto.

Senza la modulazione, del tempo Altro, offerta al racconto, il sembiante può anche infuriare come un temporale improvviso sul capo del bambino oppure profilarsi come una bonaccia o come una promessa di sereno. Il sembiante è pertanto già sempre lì, eppure non è in nessun luogo e in nessun tempo. Nessun luogo e nessun tempo, è la caratteristica del sembiante che al limite si può definire solo per contrappunto. E il contrappunto nei confronti del bambino in realtà è un contraccolpo alquanto violento finché non intervengono il gioco e il racconto a modularlo. In altro modo possiamo descrivere ciò che accade al bambino rilevando che è l’intrusione di un significante che funziona come nome del nome a generare lo scompiglio, ovvero di un nome che non è in grado di avviare l’integrazione alla serie dei significanti. Perciò il bambino appare ancora maldestro con l’Altro.

E’ per contraccolpo del sembiante che la madre, come avviene nel mito e nelle favole,  risulta figura del terrore, uroboros o la grande madre, quella banalmente ricondotta all’archetipo da Jung.

Come avviene che la madre possa risultare una figura così terribile, devastante e annullatrice? Rispondiamo che il ritorno alla madre non è che il ritorno al punto di coagulo fra l’Altro e il sembiante. Letteralmente, all’inizio la madre può essere identificabile come il contrappunto che imperversa in assenza del punto vuoto. Prima che il sembiante sia punto vuoto, operativo, soltanto il nulla per il bambino più piccolo, soltanto l’esposizione inerme e precaria alle onde gratuite e devastanti dello specchio, dello sguardo e della voce. Ed ecco l’immaginario che dilaga da un sembiante impossibile da mitigare con il racconto.

E perché, come insegna la clinica, una madre può risultare devastante particolarmente in relazione a una donna?

Come intendere l’annotazione che tolto l’Altro, la madre è la morte? La riduzione alla versione unica, al fantasma materno, al tempo circolare. Però la madre qui è da intendersi come l’abbraccio della madre, il contatto con la madre. E’ precisamente la madre a sparire. La devastazione è questa: la madre come immagine straniante, il nome che impazza, la materia della parola che sparisce e insieme a questa il rischio della sparizione del mondo perché mondo e materia della parola sono la stessa cosa. Mater-ia senza parola, madre mortale. Per una donna avviene più spesso che la madre risulti ambivalente, da una parte come matrigna (impossibile rappresentazione della morte) e dall’altra come alleata e protettiva e cioè la ricerca di una persona, qualunque essa sia, che eserciti in quel momento questa protezione. L’ambivalenza nei confronti della madre risulta per la donna più accentuata.

 

Ancora noi, almeno in parte, indugiamo nell’infanzia e come quel piccolo bambino ci rifugiamo nelle braccia materne ogni volta che siamo nel tempo lineare e descriviamo il mondo cancellando l’Altro e il racconto. Dal tempo lineare ci immettiamo in quello circolare. Siamo nell’abbaglio e ancora un abbaglio risulta il realismo descrittivo o la logica della misura cognitivista come pure la cosiddetta presentazione del caso clinico. Quando costruiamo le nostre teorie, comprese le teorie dello sviluppo del bambino, sulla base di una presunta realtà, già data, da descrivere e rappresentare, che obbedirebbe alla successione anziché all’integrazione. Quando preferiamo il discorso della rappresentazione scientista al racconto.