DEPARTURES – Gianluca Delmastro

departuresdi Yojiro Tacita


recensione di Gianluca Delmastro

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A chi ha visto Departures la proposta di proseguire il viaggio, alla ricerca dell’autore, della testimonianza, della lettura.

A chi intende proseguire il viaggio è richiesto di andare oltre, di tralasciare l’evidenza di un film a misura d’uomo, delicato, suscitante sentimenti, emozioni e commozioni.

La tanato estetica del film è espressa in modalità tipicamente orientali, propriamente zen.

Tal delicatezza nel trattamento di un cadavere assai difficile da ottenere per chi si trova a preparare il corpo di un defunto, assolutamente irrigidito.

Pochi si sono trovati o si troveranno a preparare un cadavere per le esequie funebri. Qualcuno in più ha esperienza dell’impressione, della paura che può suscitare trovarsi a guardare il volto di un cadavere.

Questo viaggio sarà coadiuvato dal bellissimo libro di Banchisio Bandinu La Maschera, la Donna, lo Specchio, una straordinaria traversata della mitologia e tradizione sarda.

Proprio in questa tradizione Bandinu rintraccia l’essenziale che occorre riportare per inciso – “ C’è una pausa perturbante in cui il moribondo così famigliare sta per diventare altro: si ortat a mascara, si trasforma in maschera. Corpo caro e soma estraneo: su corpus s’assomat, il corpo si fa soma, peso senza vita. Avviene qualcosa di estraniante per cui il volto comincia ad assomigliare a se stesso….il volto del defunto est a visera, si è irrigidito in maschera, fissazione che rischia da un momento all’altro la rianimazione. Perciò il morto non deve essere lasciato solo nella stanza per troppo tempo: vive l’ambivalenza della stasi e del risveglio. Qualcuno deve vigilare il defunto ma anche il guardiano, su tentatore…e comunque non deve fissare il defunto: se incontra il suo sguardo subisce uno spavento sacro che inverte il corso del sangue. L’incantamento della maschera procura smarrimento e follia. Maschera del defunto come specchio straniante. Il morto è la sembianza più vera del proprio destino: è il testo dell’esistenza, scrittura di un’esperienza. La smorfia del defunto condensa tutte le connessioni del tempo vissuto, ma nello stesso tempo è cifra di ciò che è rimasto nascosto, la parte in absentia della vita.

Il detto popolare dice che la maschera del morto è la cristallizzazione dell’ombra che per l’intera vita ha fatto da controcampo al corpo…” -.

Intendendo invece il volto come parte del corpo, senza indagarlo specificamente, nell’iconografia sarda è rintracciabile la madre ad abbracciare il figlio morto, il figlio ucciso.

Cosa coglie la madre nell’accoglimento del corpo del figlio morto?

Perché la madre e non il padre, impossibilitato ad accogliere il corpo morto, e pronto solamente allo spargimento di sangue, alla vendetta?

Perché nei Vangeli Giuseppe di Arimatea avvolge il corpo di Cristo nel lenzuolo ma sono le donne che vanno ad ungere e aromatizzare, a prendersi cura del corpo di Cristo.

Nel film di Yojiro Tacita è addirittura il figlio a prendersi cura del corpo del padre. E dunque?

Qua si enuncia la questione della madre come indice di qualcosa che va oltre la donna, oltre il padre, oltre il figlio, oltre l’umano. Ecco perché l’humanitas non è di questo mondo.

Qua si enuncia la questione del corpo vitale, del corpo in gloria, del corpo passionale.

A parlare non è il corpo della donna indemoniata, della donna strega, della donna anticipatrice, della donna vacante, della donna che parla a vanvera, della donna ventriloquo.

Non è l’inconscio come linguaggio del corpo a parlare, perché il corpo parla, vive perché preso nel Parola. Ma quale linguaggio, quale Parola? Il non del linguaggio, il linguaggio impossibile, del corpo in gloria, immortale perché preso nella Parola Originaria.

Una lingua indicibile, tanto che Armando Verdiglione la intende tra l’altra Lingua e la lingua Altra, tra l’altro Tempo e il tempo Altro.

E così i biblici miti di Babele e della Pentecoste.

La madre non ha complicità con il figlio, non c’è comunicazione diretta. Il sangue dello stesso sangue perché sta a fianco all’infante nel cruento distacco dal mondo della mamma, dal corpo della mamma, dal corpo naturale, dal corpo ovattante, dal corpo dell’identità visiva, dal corpo padroneggiabile. Lei si affianca con l’improprietà dell’esperienza, con l’esperienza di un corpo immondo, un corpo indomestico, non addomesticabile, sanguineo, mestruale, fluido, inarrestabile, fluente come un fiume carsico, che va in calore, indice di una sessualità non tarpabile con il godimento erotico del più eretto e lineare obelisco, né riempibile con lo spermatico liquido. Si affianca al nascituro nell’impatto Originario del corpo pulsionale.

L’austerità, la severità materna non ha nulla di patriarcale, non è soggettuale, manualistica, da gioco di ruoli: è assoluta, è l’esperienza originaria, e l’esperienza di vita che si scrive.

I miti, i racconti sardi non narrano di personaggi di Sardegna, sono la narrazione della difficoltà di separarsi dalla matria, dalla terra, dalla patria. La questione che viene elaborandosi riguarda ciascuno e quindi anche la donna. Ciascuno come autore impossibile della madre come mito, come saga, come racconto di un passato che si scrive, che proviene dal futuro, sempre secondo, sempre secondo l’occorrenza delle parole usate per scriversi, autore di una testimonianza che prende corpo, che prende tono.

Perché sia possibile il distacco dalla mamma, dalla patria, dall’identità, occorre il distacco per cui le cose sono prese nella spirale della parola, ove non è possibile vedere e udire direttamente.

La narrazione come atto scientifico di memoria originaria, mai prima, mai ultima, mai definitiva.

Investimento di parola, di scrittura, come scommessa perché l’atto non sia mai stato commesso, perché non dia adito al discorso inquisitorio, ma tragga la giustizia dalla sembianza, dalla maschera, dal simulacro della parola.

Questa traversata porta quindi all’intendere la sembianza nella parola.

L’analista può occupare dunque il posto del sembiante?

L’analista può essere il padre di cui si sarebbe in cerca, perché mancherebbe nella società odierna la funzione paterna?

Lacan diceva che l’analista risponde, cioè funziona inconsapevolmente, involontariamente, con il suo esserci. Dopo questa traversata occorre intendere questo esserci come occorre che sia madre, che sia corpo in gloria, come dice Armando Verdiglione, che sia indice di malinteso, che di fronte al distacco, alla ferita incolmabile della Parola Originaria è come dicesse “prosegui, sull’orientamento della traccia, continua a dire, l’angoscia non è fagocitante, va accolta come strettoia, come collettore per la riuscita”.

Dispositivi di direzione come l’analisi, perché la questione sia aperta.

Nessuna possibilità al discorso diretto della domanda e della risposta.

La questione non può andare senza apertura, perché la questione è aperta e le cose giungono a sembianza, barluminano nella parola, autorizzano ad usare la parola “questo” Ecco Istu. Ecco, qualcosa viene incontro, ecco che si scrive, si cifra, si qualifica, nel gerundio della vita, ecco che le cose avvengono, si fanno, si dicono senza precedenti, con assoluta novità, si trova l’idea, la strada per proseguire.

E l’idea non è farsi o avere l’idea di se e degli altri, ma l’idea come trovata.

Impossibile trovare le idee e poi mettersi a fare, a raccontare. Raccontando, scrivendo, facendo si trovano le provvidenziali idee, i puntuali incontri, le straordinarie risorse.

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