Vergine Madre, figlia del tuo figlio

 

Seminario del 27.5.2010

 

 

 

 

 “Vergine Madre, figlia del tuo figlio.

Umile e alta più che creatura,

termine fisso d’etterno consiglio,

tu se’ colei che l’umana natura

nobilitasti sì, che il suo fattore

non disdegnò di farsi sua fattura”

 

Il Paradiso, Canto XXXIII

 

 

Ciò che ci rende cautamente disinvolti nel proseguire lungo il nostro cammino, a ben vedere, è una sola consapevolezza: la nostra clinica del sembiante è una clinica della vita. Qualsiasi principio non può che sostenersi sull’esperienza, in definitiva noi formuliamo una teoria soltanto alla prova della pragmatica.

Possiamo precisare di quale esperienza si tratta?

In linea generale, parrebbe che l’esperienza che consente a noi moderni di librarci più consapevoli, nel confronto serrato con molti pensatori nostri progenitori del passato, non sia che l’esperienza della differenza sessuale. Anzi, forse la questione è ulteriormente precisabile: è la consapevolezza della differenza sessuale in quanto originaria e in quanto temporale, e non più riconducibile al biologico, né allo psichico né al somatico o a qualsiasi preliminare distinzione.

Detto senza presunzione, è l’arte di questa differenza che ci consente di emergere in qualche modo per osservare la storia – sia quella personale biografica sia quella con la maiuscola, la Storia dell’umanità –  affrontandola diversamente nelle sue vicende e trasformazioni. In effetti potremmo forse dire, seguendo Foucoult, che le presunzioni della ragione, le credenze e i sistemi filosofici, le pratiche e i saperi, fino alle sopraffazioni e agli abusi nella storia, fino alle guerre, si sono sempre caratterizzati per questa negligenza o vero e proprio rigetto della differenza in quanto differenza sessuale.

Infine, siamo forse più ironici dei nostri progenitori. Ed è l’ironia che rende vincolante e legittima la nostra esperienza. L’ironia che procede dall’esperienza della differenza sessuale ci rende sicuri, anche se siamo costretti a vivere in una precarietà che pervade la nostra vita stessa, contro una precarietà per così dire esteriore, più collettiva e politica, del passato. E’ la differenza irriducibile e originaria. Questa differenza non è più riconducibile come in passato a quella fra gli uomini e le donne e neppure a quella fra il maschile e il femminile. Quest’ultima risulta anzi un impaccio e rappresenta il limite del discorso.

 

Intorno a cosa gli umani si capiscono? Ha senso una simile domanda?

Quando gli umani si impegnano l’uno per l’altro è perché credono di capirsi, ma un conto è l’intendimento (che poi non differisce dal malinteso), un altro conto è il capirsi, che concerne la menzogna e che non consente loro di proseguire nel rapporto, o che rende evidente la natura di rapporto della loro relazione. Se la relazione è originaria nella parola, pervenire al malinteso del racconto è la condizione vitale di qualsiasi pratica clinica e politica.

 

La donna non esiste; non esiste l’insieme delle donne, vale a dire di coloro che sono installate nel discorso isterico, dunque non c’è differenza rintracciabile fra discorso isterico e posizione femminile. La posizione femminile acquista in nobiltà dal discorso isterico, anche se soltanto nel confronto con la supposta posizione maschile, vale a dire ossessiva. Caratteristica del discorso isterico è la decisione, che si presenta come anticipazione ma di quale anticipazione stiamo parlando? In che senso possiamo assegnare una natura reale a questa anticipazione? L’anticipazione risulta reale soltanto se confrontata con qualcuno che si ritrova in posizione attardata. Non c’è anticipazione misurabile se non in riferimento a un ritardo; né il ritardo né l’anticipazione possono essere misurate rispetto a un equivalente generale o a una costante cui confrontarle. In altre parole, è soltanto rispetto al discorso ossessivo che l’isterica gioca in posizione di anticipo. Occorre concludere, un po’ schematicamente, che il discorso ossessivo non è che una derivazione del discorso isterico che ha subito un irrigidimento.

Pertanto, quando parliamo della coppia maschile-femminile siamo nella mascherata e nella sembianza; la differenza sessuale non rinvia e non può essere significata dall’uomo e dalla donna ma procede dal tempo, nella parola originaria e dalla sua cristallizzazione possibile nel discorso rispettivamente ossessivo e isterico.

 

Anche la domanda che cosa vuole una donna? rispetto alla quale Freud confessava di non essere mai riuscito a formulare una risposta, va interpretata in questa direzione, vale a dire rinviandola alla questione temporale in cui si specificano i vari discorsi. Potremmo riconoscere che essa persiste nell’urgenza di una risposta e quindi irrisolvibile soltanto per il discorso ossessivo, ma che, a ben vedere, essa fa da contraltare e rappresenta lo sviluppo deformato di un’altra domanda più aperta e fondamentale da cui essa origina, che concerne l’ambiguità fra il sesso maschile e femminile tipica della posizione isterica. La radice della domanda ossessiva, che dando per scontata la differenza sessuale, irrigidisce su un unico polo la scelta fra il maschile e il femminile, non può che rinviarci a un’altra domanda fondamentale che è da rintracciare nella posizione isterica. Soltanto per il discorso isterico vale la condizione di emergenza, e relativa indecisione, della domanda: sono maschio o femmina? Soltanto il discorso ossessivo riprende questa domanda sistemandola nella fissità di quell’altra: che cosa vuole una donna? Il fatto è che entrambe le domande non hanno alcuna risposta, dal momento che sono generate dal presupposto dell’esistenza di un uomo e di una donna, mentre la distinzione fra un uomo e una donna può valere soltanto nel discorso.

 

Il discorso occidentale ha inventato la madre come fissità che procede direttamente dal femminile. La madre risulta una maschera del femminile che propriamente non è che la sembianza.

A questa maschera fissata ha sempre cercato di opporsi con risultati alterni il mito della madre, ovvero il racconto della madre, che vorrebbe ricondurla alla sembianza: la madonna. La madonna, la donna madre, è la maschera che diviene figura di un teatro che lascia respiro alla sembianza della parola. Altrettanto possiamo dire del femminile, un’invenzione recente che possiamo far risalire al rinascimento. Almeno in occidente il racconto della madre è indispensabile proprio per sfatare, per dissolvere la maschera del femminile, ovvero la madre in quanto matrigna. La fata e la matrigna che catturate nel discorso diventano la madre ideale e la strega.

La matrigna catturata nel discorso non è che la grande madre, ovvero la madre intesa e rappresentata come universale, la maschera distorta del sembiante alla quale corrisponde il fantasma materno. Talvolta la madre nel discorso occidentale corrisponde al negativo, al femminile di cui occorre fare l’economia. La strega, cioè la madre che si oppone e pertanto procede dalla madre ideale; la madre che non passa nel racconto è la strega, anche se intorno alle streghe fioriscono i racconti, ma non si tratta appunto che di pettegolezzi e dicerie, ovvero non si tratta ancora che del discorso.

 

Vergine madre, figlia del tuo figlio… Il canto XXIII del Paradiso si sviluppa con una serie di antitesi e di opposizioni in un crescendo virtuoso che giunge al culmine nel contrasto fra un Dio creatore (fattore) che si fa creatura (fattura). Ma il risultato è di una tale armonia di sintesi da conferire all’antinomia stessa “una rilevanza impossibile a trovarsi in un discorso che non sia poetico, e ci fa sentire nell’armonia degli opposti, che ciò che non è conciliabile secondo criteri naturali diventa “vero” sul piano che sopravanza la natura” (Sapegno).

Qui possiamo muoverci con una certa disinvoltura. Si tratta dell’antitesi che è travolta dal canto e si volge nell’ossimoro della parola. Il movimento si svolge dall’opposizione, che fissa la madre nel discorso, all’ossimoro; dalla frase al pragma, al canto, al racconto. Le persone divine travolgono nell’arte della parola quelle umane fra loro riconciliandole. L’opposizione e il contrasto si rivelano in quanto figure del discorso e del sapere che finiscono anch’esse travolte dal canto. E al commento del Sapegno sarebbe il caso di ribattere che anche l’opposizione natura/trascendenza è infine travolta in questo movimento: i criteri naturali non sono che criteri del discorso e non possono sottrarsi alla menzogna. La contraddizione si converte nell’ossimoro della parola, ossia nell’apertura.

 

Originario l’ossimoro della parola, la verginità della parola che sospende e dissolve il discorso genealogico. Questo canto è un inno alla parola originaria. Al punto che neppure l’opposizione creatore/creatura è risparmiata. Dio non è creatore, e noi differentemente lo esprimiamo osservando che la causa non si separa dall’effetto, ovvero che la simultaneità del sembiante lo rende sia destinatore sia destinatario. Nelle volute del canto è il tempo lineare, del discorso genealogico, che cede al tempo dell’Altro.

Quando un soggetto desidera l’altro, in realtà è già subito indotto a desiderare di diventare egli stesso oggetto del desiderio dell’altro: il soggetto fantastica di trasformarsi in oggetto di godimento per l’altro. Fino al colmo di annullarsi nell’eccesso di un godimento che può diventare mortale. Questo trasformarsi in oggetto non può avvenire per il soggetto che sul filo della rievocazione del rapporto con la madre. Ma la questione espressa in questo modo riguarda appunto soltanto un soggetto, e la rievocazione assume allora la caratteristica di fissarsi in un rapporto erotico con l’oggetto.  Occorre dire che ciascuno non riconosce la condizione del suo essere oggetto di godimento per l’altro. Un soggetto non è che il soggetto della rappresentazione, è padrone soltanto della scena fantasmatica erotica che lo vincola all’oggetto oppure subisce il rapporto, appunto, in una condizione di assoggettamento. Senza alternative fra il subire e il fantasticare. In assenza dell’Altro e del racconto.

La cosa deve restare inavvertita, o al massimo colta con qualche istante di ritardo, perché non è dato al soggetto di sapere lì dove l’altro lo sta desiderando.  Non è infatti il soggetto che si fa oggetto di desiderio, bensì il sembiante. Il soggetto e il sembiante non possono avere alcun rapporto, o meglio soltanto un rapporto nel discorso e nella rappresentazione, anziché la relazione originaria che richiede l’Altro. Ciascuno può divenire oggetto di desiderio per l’altro a condizione di essere passato per l’esperienza dell’Altro. Occorre accorgersi che la relazione con l’Altro anticipa e segue a questo volgere del fantasma nella riedizione dell’erotico e del materno. Solo in questo caso il desiderio è preservato nel racconto e non si estingue nel godimento mortale. L’abbandono risulta per ciascuno abbandono alla parola, mentre per il soggetto è abbandono al godimento di un oggetto rappresentato che sia l’altro oppure se stesso. Neppure l’alternativa fra l’altro e se stesso regge quando invece è l’Altro del racconto ad animare la scena dell’incontro. L’intersoggettività non può rendere conto della relazione di ciascuno con il sembiante. Immaginare come separato ognuno nel confronto con il partner è immaginare che l’intersoggettività possa rendere conto della relazione. Ma la relazione non è fra due soggetti, fra due soggetti può esservi soltanto rapporto.

Vergine madre, figlia del tuo figlio: questo verso stupendo è anche un’ode alla sessualità in quanto sessualità nella parola. E la frigidità non è che la parodia della verginità della parola. In assenza dell’immacolata concezione, ecco la frigidità. Che quindi punta al colmo del godimento.

Non esiste la frigidità femminile, non esiste quella frigidità che solitamente è ricondotta a un effimero e arido dato statistico, il quale non è in grado di spiegare la difficoltà se non riconducendola ideologicamente, più o meno confermandola, al fisiologico. Se la frigidità non è ricondotta alla clinica del sembiante e al riferimento imprescindibile alla verginità come virtù della parola, essa risulta letteralmente incurabile. Giacché, tutto ciò che è elevato all’ordine dell’universale risulta incurabile.

 

Noi, certamente, possiamo intendere la frigidità come sintomo, ma la intendiamo nella singolarità del contrappunto in relazione all’oggetto nella parola, al sembiante. Occorre allora intendere la frigidità come una rivendicazione della verginità della parola, ovvero come contrappunto al tentativo di salvaguardare la provocazione del sembiante. Se la frigidità, come ciascuna malattia, concerne soltanto un soggetto, essa nondimeno è un sintomo particolare, forse il sintomo per eccellenza, o l’eccellenza del sintomo o ancora, se vogliamo, il sintomo per antonomasia, come se la frigidità fosse imprescindibile per comprendere l’essenza stessa del sintomo, se non altro perché lo riconduce alla sua essenza, cioè al reale del tempo. E’ a partire dalla frigidità, ma anche all’eccesso di godimento, che possiamo, in generale, definire il sintomo come il contrappunto a una temporalità dell’Altro.

L’orgasmo, si sa, è una questione di tempo, ma di quale tempo si tratta?

La frigidità non è forse una sorta di rispetto, quasi un omaggio, del discorso isterico al discorso ossessivo? La frigidità non è dunque in assenza della relazione, anche se può sembrare radicata in un fondamento assoluto e indipendente dalle condizioni della relazione stessa. Al contrario, è una relazione ma che è supposta non giungere mai a un termine. E’ un prolungarsi indefinito del tempo, una dilazione permanente. L’impossibile (dell’orgasmo) ma anche la cosiddetta impotenza maschile non riguardano un impossibile che sarebbe di pertinenza al discorso (fisiologico, psicologico), ma una funzione del non della rimozione originaria che non smette di funzionare. La frigidità ha dunque il suo timbro parodistico; essa esprime l’istanza della rimozione originaria, appunto, l’istanza della verginità della parola.

 

La frigidità: il sintomo per antonomasia, cioè la condizione di ciascun sintomo, ovvero il sintomo ricondotto alla sua pura espressione temporale. Nel proprio manifestarsi, qualsiasi sintomo si presenta greve di godimento, ma questo troppo di godimento che il sintomo evidenzia risponde precisamente a un niente di godimento sul quale in effetti si sostiene. A partire dal quale si giustifica, potenzialmente o in atto, proprio l’eccesso di godimento.

Potenzialmente o in atto il godimento: questo avviene per un’eccedenza della funzione di specchio del sembiante; non è un caso che il sintomo della frigidità riguardi particolarmente il discorso isterico di colei che si defila o che – se può valere come esempio – trascorrerebbe il suo tempo in un cinematografo. Certo pronta a un incontro, ma un incontro che, per quanto al di fuori da ogni misura possibile, da qualsiasi calcolo, da qualsiasi standard, risulta comunque un incontro mancato perché agito semplicemente contro.

Occorre dunque togliere qualsiasi negatività, al sintomo in generale ma particolarmente alla cosiddetta frigidità. Si potrebbe forse cercare di enunciare questo: se la castrazione (che concerne il non nel rapporto con la funzione di specchio del sembiante) è imprescindibile per rilasciare il godimento, invece un eccesso di castrazione è quanto rende impossibile il godimento, dilazionandolo indefinitamente, ovvero incistandolo sul corpo.

 

L’impercettibile accumulo di esperienza in rapporto alla funzione specchio del sembiante isola il discorso isterico nella condizione dell’anorgasmia, ne fa un soggetto pur mutevole e disinibito però non in grado di lasciarsi trascinare nel godimento dall’erranza del nome. Ma allora ne fa un soggetto che attende immobile, nel nome di un godimento assoluto. Un soggetto sulla difensiva e accomunato al soggetto del discorso ossessivo. Se infatti la rinuncia è il sintomo elettivo che caratterizza il discorso ossessivo, nel discorso isterico, che cerca di salvaguardare la relazione pur indefinitamente procastinandola, la rinuncia concerne il godimento soltanto. O forse è attuata la rinuncia al godimento con il fine di salvaguardare tout court la relazione.

Come l’impotenza, la frigidità è in un certo senso un sintomo di compromesso per l’impossibile assunzione contemporanea del discorso isterico e di quello ossessivo.