Come aver cura del sembiante

Seminario del 10.06.2010

 

 

La natura, con buona pace dei biologi, degli archeologi e degli storici, essendo accessibile soltanto come artificio della parola, non ha un proprio tempo da cui sarebbe dominata al di fuori della parola stessa. Ere geologiche e concezioni termodinamiche sono condizionate dalla visione genealogica del tempo. Passato, presente e futuro: un fantasma nevrotico.

Se siamo nelle fantasie ci attardiamo; rispetto a chi o a che cosa siamo in ritardo? Perché non in anticipo? Sull’Altro, rispondiamo prontamente. Ma allora non supponiamo forse che l’Altro proceda secondo un tempo proprio rispetto al quale possiamo stimare il nostro anticipo o il nostro ritardo come si trattasse di prendere un treno in orario? Se il tempo dell’Altro non è misurabile con l’orologio e non è facilmente accessibile sulla base di un accordo comune, come faremo a regolarci in base ad esso?

Il tempo di cui si tratta non è misurabile con nessuno strumento, non è suscettibile di misura. E non ha né un principio né una fine. Se consideriamo la parola originaria, con riferimento al tempo potremo aggiungere che è la parola temporale ovvero che essa travolge qualsiasi differenza e confronto che voglia precederla. Essendo differenza originaria, il tempo è cancellazione di ogni differenza che consegua a quella originaria. Travolge il prima e il poi e il qui ed ora.

Lo sappiamo, il tempo cui possiamo soltanto fare allusione non è che il taglio, ma come il taglio in un’immensa tela di Fontana; il taglio in una tela sconfinata ove il resto, il mondo circostante scompare, e non sono più in vigore i contrasti ontologici dentro/fuori e prima/poi. Possiamo allora soltanto dire così: il tempo non è. Oppure anche: il tempo non è il tempo. La vertigine del tempo è questo non. O anche: nessun concetto possibile per imbrigliarlo. In relazione al tempo sussiste dunque il seguente chiasmo: la parola nel tempo equivale al tempo nella parola. E’ l’apertura.

Possiamo dire che quando trionfa il discorso è come fossimo esiliati in un tempo che ha regole fissate, ci muoviamo sulla base di un tempo spazializzato, non possiamo aver cura dell’appuntamento o falliamo l’incontro che esigono il tempo dell’Altro. In effetti, è il fantasma che imprigiona il taglio, il tempo dall’Altro, e lo restituisce circolare o lineare secondo regole appropriate al fantasma stesso. E il fantasma è l’idea dell’oggetto. Falliamo rispetto all’appuntamento come se fossimo paralizzati, e nell’incontro addio sessualità, se manca l’Altro! Se mai erotismo. Per l’Altro, per il tempo dell’Altro (di cui soltanto possiamo dire essere taglio, e misurarlo dall’efficacia dell’incontro), assistiamo al balletto della seduzione (anche nel mondo animale, perché non dovrebbe darsi anche qui la ricerca di un accordo ogni volta da stabilire con l’Altro, se non esiste alcun tempo naturale già dato?). Assistiamo ai patemi d’animo, al gioco del tradimento, dell’allontanamento e dell’avvicinamento. Il rituale su cui si fonda la cerimonia della seduzione e del corteggiamento, parrebbe proprio impostato come una sintonizzazione con l’Altro. La strategia non è rivolta al simile ma all’Altro.

Due modi di alterazione del tempo nel fantasma: il modo sintattico. In questo caso l’Altro è peraltro invocato. Ma congelato nell’ideale, è l’idea dell’Altro; in questo caso la necessità della poesia non è prerogativa dell’Altro, ma si riduce a un’invocazione all’Altro. E non basta la metafora che fissa l’Altro isolandolo dal corpo. Tutta la verità, il bene e il male scolpiti come valori assoluti, il tutto. La società è stata isterica per molto tempo e in parte lo è ancora. Guai a toccare l’ideale! Ecco l’Altro dell’Altro pronto per l’uso. Il corpo paralizzato, ossia strappato dall’Altro nella sua leggerezza, nella precarietà e nel suo ritmo. Occorre la poesia autentica, che sia catacresi, racconto.

L’altro modo di paralizzare il ritmo dell’Altro è quello di ridurlo alla frase. Alla frase naturalmente può succedere un’altra frase; la strategia è sottile, massimo rispetto dell’Altro per essere certi di annientarlo, ma l’Altro non è da ossequiare, non esige alcun rispetto che implica la separazione anziché la relazione; esige invece l’accoglimento. Se l’Altro non è idealizzato, e già con la frase faccio di tutto per rispettarlo, il problema è rinviato all’oggetto. Nel modo frastico, ossessivo, idealizzato è l’oggetto. Farò di tutto per l’Altro (sempre nella costrizione della frase) e trascurando l’astrazione farò di tutto per impadronirmi dell’oggetto.

Insediato nel concetto l’ossessivo risulta infine attardato rispetto all’Altro. sulle difese che diventano il muro del tempo e impediscono la relazione originaria.

Dunque, idealizzati potranno essere variamente l’Altro e l’oggetto. La domanda che si pone è la seguente: idealizzato l’Altro che ne è dell’oggetto? E la seconda: idealizzato l’oggetto che ne è dell’Altro? Nel primo caso, l’oggetto non è mai quello, questo oggetto, poiché l’idealizzazione dell’Altro ha come conseguenza il rinvio indefinito dell’oggetto. Il secondo caso non è che la conseguenza del primo. Cioè è il questo. Il che cosa.

 

Che cos’è? Quando ci interroghiamo sul cos’è di qualsiasi cosa, quando noi osiamo porre questa banale domanda che cosa? abbiamo fatto un passo di troppo. Come avessimo eliminato la sola logica che ci consente di porre correttamente qualsiasi questione. E’ proprio il che cosa a impedirci di articolare la questione. Che mette un punto e conclude la frase. In effetti la domanda che cosa? presuppone il riferimento a un’altra frase come risposta. E la risposta non può essere che un’altra menzogna.

In quale modo formulare una domanda? Una domanda si formula nel dissolvimento del che cosa e incontra il soddisfacimento proprio nel dissolvimento stesso anziché nel reperimento di qualcosa. Il dissolvimento è provocato dallo slittamento della frase in un’altra, al pari del rinvio della parola a quella successiva. E’ il dissolvimento del che cosa ad appagarci.

Il nostro attaccamento al che cosa può essere chiarito riconducendolo all’investimento della libido relativo alla fase  pregenitale, come la ritroviamo nell’elaborazione freudiana già nei Tre saggi. Questa deviazione, che in sintesi possiamo far corrispondere alla sublimazione, è la soluzione adottata dal bambino nell’età di latenza allorché è confrontato con l’impotenza ad appagare con un qualsiasi che cosa la pulsione perversa che punterebbe alla congiunzione e alla fusione con l’oggetto narcisistico e parziale (ma da lui allucinato in oggetto totale, in che cosa, appunto), e poi la ritroviamo nelle strategie che siamo costretti a usare da adulti, proprio quando ci confrontiamo con la domanda che cosa? Ogni risposta al che cosa? si presenta già sul versante della rappresentazione dell’oggetto, se non dell’allucinazione.

Il che cosa? è la domanda su cui si è impiantato il pensiero d’occidente con la sua ontologia e con la sua metafisica quali costruzioni sintomatiche per l’imporsi del logos. In occidente abbiamo allevato e custodito con cura la frase, isolandola e contrapponendola all’oggetto, assegnandole un’origine, individuando una sostanza, un che cosa a fondamento. Ma il che cosa, ypekoimenon aristotelico, sostanza soggiacente, soggetto od oggetto che sia, è soltanto il risultato allucinatorio dovuto all’imposizione di una frase.

E’ a partire dalla frase, dal significante separato dal nome, dal figlio separato genealogicamente dal padre, che abbiamo pensato il mondo e la relazione, pervertendo la relazione originaria. Abbiamo incarcerato il mondo nella frase e abbiamo impedito alla parola di dischiuderlo. Per quanto l’evoluzione del logos, a partire dal monoteismo ebraico cristiano, con la riflessione teologica, abbia riproposto in qualche modo l’enigma della parola creatrice sia pure innestato sull’impianto del logos aristotelico, infine è stata la frase ad imporsi, conseguentemente alla rappresentazione riferita al nome. Il nome e la cosa, la frase e il mondo.

Quando voi vi scontrate con un coagulo di credenza, con una convinzione, con una condensazione di senso, nel discorso del vostro analizzante, ebbene, potete star certi che lì è in gioco la fase pregenitale come descritta da Freud, ovvero una modalità di godimento perversa.

L’emozione nell’isteria, di fiore in fiore, l’innamoramento senza accesso alla frastica. L’affetto nell’ossessione. Quando per l’isterica l’innamoramento si converte in affetto, essa comincia a incontrare difficoltà, si allontana se ne separa. Precaria se non impossibile per l’isteria la posizione di oggetto di desiderio; oggetto di desiderio esiste solo nel registro frastico della parola. Anche lo sguardo è preso nel campo dello speculare, l’essere guardati è simultaneo al guardare. Lo sguardo è dunque evitato. Lo sguardo, esterno, esiste solo nella frastica. E lo sguardo si pone in contrapposizione alla frase per la presenza della frase stessa. Il guardare lascia irrompere lo sguardo dall’esterno, e diviene un essere guardati. Lo sguardo minaccia la frase perché ne rivela la menzogna, l’arbitrario.

Pensiamo alla cosiddetta nevrosi della casalinga. Vi predomina l’ossessione, la maniacalità, il rito, la ripetizione, proprio come tentativi di padroneggiare la frase e arginare la possibile irruzione dello sguardo. La mania dell’ordine e della pulizia è precisamente il tentativo di riparare lo sguardo aggiustando e perfezionando il guardare, ma restando ancorati alla frase. Lo sguardo è la proprietà del sembiante in gioco maggiormente nella moda e nell’arredamento. Noi giudichiamo pacchiano o kitch proprio lo sguardo irretito nella frase, il guardare che prevale e soffoca lo sguardo.

Lo sguardo, in quanto proprietà del sembiante, oscilla tra questi poli che non sono in semplice contrapposizione, del guardare (padronanza della frase) e dell’essere guardati (percezione dell’insufficienza della frase, svelamento della menzogna nella frase). Non c’è neppure un che cosa? dello sguardo, ovviamente. Poiché l’unico modo per definirlo è per differenza rispetto alle altre proprietà, della voce e dello specchio.

Se siamo nel pragma vi è armonia fra il guardare e l’essere guardati. Il narcisismo è nella parola, è lo sguardo che avvolge custodendo ciascuno che parla. Nella frastica, può sussistere soltanto il ricordo del sembiante; per via della frase il soggetto può controllare lo sguardo ed essere nel guardare. Ma la presenza del sembiante (qualsiasi appuntamento) può mostrare l’insufficienza della frase e quindi il sorgere della tirannia dello sguardo. L’isterica, che ama guardarsi immaginandosi sotto lo sguardo dell’Altro, non c’è composizione possibile fra il guardare e lo sguardo; essa si trova dunque nell’oscillazione continua di queste funzioni. Lo sguardo deve essere dell’Altro. Lo sguardo è direttamente assimilato all’Altro. Nell’isteria, predomina la funzione di specchio, nessuna possibile fissazione dello sguardo. La frase manca, come possibilità.

Il guardare è consentito dalla tenuta di una frase e se la frase vacilla è lo sguardo ad imporsi. Nella fobia assistiamo precisamente a un imporsi dello sguardo sul guardare. Il guardare (pensiamo alla vertigine) è improvvisamente precario di fronte all’imporsi dello sguardo.

Se non disponiamo, come ormai sufficientemente appurato, della cornice ontologica ove inquadrare, del riferimento esterno cui ancorare l’essere, il corpo, lo spazio, il tempo, l’Altro, e qualsiasi ente inventato dall’uomo, allora dovremo osare di far subire analogo trattamento a Dio stesso, staccarlo da qualsiasi gnoseologia che lo preceda e persistere nel riferirlo unicamente alla nostra esperienza più immediata. Noi ci orientiamo soltanto nel pragma, la nostra esperienza di ciascun giorno.

Dio può esistere senza la preghiera? E’ la preghiera a procedere da Dio o non piuttosto Dio che può operare, esistere, soltanto se instauro il dispositivo della preghiera? Chi è Dio? Sappiamo la risposta del catechismo. Ma l’esperienza di un Dio ingiusto è sotto gli occhi di tutti. Dio è la condizione dell’opportunità e del rimedio nel pragma. Occorre giungere al pragma. Anche la preghiera necessita di essere definita. La preghiera è la domanda, ma è la domanda orale, implica il ricorso alla voce. E’ la voce ad attivare il sembiante e dunque Dio. Altrimenti la preghiera rimane impaniata nella frastica, è preghiera vuota, lamento, non accolta da Dio né dalla donna. Rappresenta se stessa e Dio. E Dio non è rappresentabile.

Disperazione nella frastica: “non penso più, non spero più, non voglio più, non posso più…”. Ma non è che prima potessi, il potere e il volere non sono facoltà di un soggetto. La speranza è l’ironia, il modo dell’apertura, la disperazione estrema. C’è una speranza che è una semplice illusione, sempre coniugata con l’oggetto rappresentato. Spero di realizzarmi, spero di riuscire, ecc. questa è speranza mentale. La speranza è ironia. Quando la disperazione non è estrema è perché non giunge all’ironia, cioè all’inconciliabile delle cose. Un altro modo di enunciare l’intransitività della relazione con l’oggetto.

Come giungere alla disperazione, cioè alla speranza senza rappresentazione? Questa la domanda corretta.

Inassumibilità della relazione. La relazione è in atto. Speranza senza credenza e senza superstizione. La disperazione è una maniera, la migliore, di sperare. C’è anche la disperazione facile, il mammismo senza rimedio. Disperazione, la sola speranza è il futuro. La nostra forza è la forza della parola. La solitudine procede dalla disperazione e non viceversa. Il sembiante è solo. La solitudine è proprietà del sembiante.

La disperazione è una domanda infinita, interminabile, una domanda che non vuole appagarsi di alcuna risposta. Evita il senso come risposta. Una domanda all’Altro, una preghiera che non si può e non si deve concludere. Il senso interverrebbe a chiudere il circolo, il senso escluderebbe un Altro che si porrebbe come irraggiungibile. Il senso in effetti è insopportabile, è il godimento solitario, non la solitudine del sembiante ma un godimento che esclude l’altro dal godere.

La disperazione, come sensazione dell’inconciliabile. La disperazione ripete la preghiera, perché diventi insensata, perché dissolva il suo senso, non per raggiungere un senso. E la voce è insensata, la pura voce. Non vi è appiglio possibile della relazione, per questo occorre giungere alla voce, l’unico appiglio possibile, altrimenti posso certamente immaginarmi mondi e cosmi, e corpi, e paradisi possibili.

Il ripiego nell’erotismo del senso, che resta la dannazione e il rimedio doloroso e insopportabile dell’ossessivo, è nell’isteria accuratamente evitato. L’Altro idealizzato argina la possibile irruzione del senso. C’è disperazione nell’isteria? E’ una domanda che vi pongo. Nell’isteria c’è speranza. C’è dunque illusione, ma siccome l’isterica è abbastanza svagata, c’è un incessante richiamo all’Altro che tuttavia resta idealizzato. La domanda non si prolunga indefinitamente, ma si sposta. E’ curioso questo testo di Freud sulla nevrosi ossessiva. Prega l’isteria? Certamente, ma con il rituale ridotto all’essenziale: nell’ossessivo il rituale è più importante della preghiera, nell’isteria la preghiera è senza rituale. Quando si dice che l’isteria manca di diplomazia, proprio questo è ciò di cui si tratta. La credenza nel nome del nome.

Con lo specchio difendere il sembiante, con lo sguardo modellarlo, con la voce nutrirlo. Possiamo dire che l’essere umano dovrebbe essere pienamente impegnato in questo compito di preservare il sembiante. Come lo sono specchio e sguardo, la voce è proprietà del sembiante, ma proprietà è qui da intendere in modo particolare. Propria a, non attributo o funzione giustapposta. Il sembiante è specchio, sguardo e voce. Nel senso che esiste come tale per la funzione dello specchio, dello sguardo e della voce. E’ la provocazione da un punto irrelato. Si tiene con lo specchio, con lo sguardo e con la voce. Non è che il sembiante starebbe da qualche parte come fosse una persona, nascosto o in piena luce rispetto alle sue proprietà. Non vi è rappresentazione possibile del sembiante, altrimenti cadremmo nel discorso nevrotico, che appunto ne accentua alcune proprietà a scapito di altre. La funzione di distrazione propria all’isteria; la funzione di sottrazione propria al discorso ossessivo; e la funzione di astrazione nel pragma. Astrazione è allora da intendere nel senso che non c’è più un da, non esiste più ciò da cui prevalentemente ci si sottrae, oppure prevalentemente ci si distrae. Per la funzione di astrazione il mondo perde i suoi contorni, la sostanza svanisce. La sostanza rifluisce appunto nella sembianza. Inversamente nel discorso nevrotico soggetto e mondo sussistono contrapposti. Il sembiante non si contrappone al mondo, ma lo conduce all’esistenza.

Nell’ossessivo l’Altro è in balìa dell’idea. Nell’isteria l’idea è in balìa dell’Altro. Confusione fra pragmatica e frastica. E’ alla teoria che noi assegniamo questo compito di separare l’idea dall’Altro, di mantenere in atto la loro distinzione.

Di cosa si lamenta il nevrotico? In definitiva, del fatto che i suoi incontri falliscono, diversamente secondo il discorso in cui è sprofondato. Affinché riescano gli incontri occorre l’astrazione acconsentita dal nutrimento offerto dalla voce. Per carenza di voce e insopportabilità dello sguardo prevarranno la fuga, la distrazione, il replicarsi degli incontri (isteria). In carenza di voce e padronanza dello sguardo prevarrà il discorso ossessivo, con la sottrazione.

La voce, particolarmente nella preghiera, deve essere in qualche modo intenzionata. Appare allora fervida, intensa e tale da trascinare se stessi e l’uditorio. Questa intenzione in qualche modo si assegna il compito di varcare la soglia dietro cui le funzioni sono compromesse (quelle dello specchio e dello sguardo). Spetta alla voce di attivare e armonizzare le altre funzioni di distrazione e sottrazione. Fino a che non s’impongano il ritmo e la danza. Il ritmo della voce è armonia in atto fra specchio e sguardo. Rimbalzo  dall’uno all’altro.

Il paradosso è proprio in questa intenzione. Il paradosso è nel fatto che la voce occorre non si lasci distrarre (dalla frase, dalla fantasia, l’essere sovrapensiero) proprio per effettuare la distrazione. Presa da sola, ciascuna delle funzioni presuppone una definita posizione del sembiante; sembiante rappresentato (distrazione), idealizzato (sottrazione), irrelato (astrazione).

Il sembiante è il punto vuoto. Anche questa una definizione approssimata: è una metafora, poiché qualsiasi definizione del sembiante non può sottrarsi al non originario. Sarebbe più corretto dire che il sembiante non è il punto pieno? Certo, ma varrebbe anche questa definizione soltanto in relazione alla funzione di specchio. Sarebbe la definizione impertinente del sembiante. L’altra possibile definizione: il sembiante nessuno lo può afferrare, è imprendibile; è una definizione che vale in relazione alla funzione di sguardo. Si tratta di una metonimia. Infine il sembiante astrae dalla sostanza può valere come definizione in relazione alla funzione di voce.

Ancora: senza la funzione di specchio, lo sguardo non potrebbe distinguersi dalla voce. Senza la funzione di specchio lo sguardo non consentirebbe di vedere. Senza la terza funzione le due restanti non potrebbero essere distinte.

 

Il sembiante è l’oggetto nella parola, ma anche qui la parola oggetto è quasi di troppo. Le attribuzioni che possiamo dare all’oggetto non possono precedere le funzioni del sembiante con le quali esso si presenta. Nessun attributo che sia applicabile all’oggetto prima della funzione di specchio, sguardo e voce. Il troppo stesso non è del sembiante, ma della parola originaria. Il pleonasmo, l’oltre, il di più, l’ostacolo e l’impedimento sono della parola.

Una frase, qualsiasi frase si contrappone all’oggetto. Una frase dunque costruita con una successione apparente, un principio, uno svolgimento, cioè una successione e una fine (per esempio un soggetto, un verbo e un complemento) ha dovuto espellere da sé stessa l’oggetto per mantenere simili prerogative, poiché il sembiante, l’oggetto nella parola non dispone di alcuna di tali prerogative. Il sembiante non ha principio, né durata, né fine. Anche in questo senso la frase è menzognera, è un inganno. Dice sempre come sono state le cose, e tenta di dire come sono quando cerca di agganciarsi alla successiva. Il principio della frase è definito in grammatica il soggetto, il soggetto è il principio ideale della frase anche quando di fatto come può accadere sia alla conclusione della frase. La frase ideale, con il suo bravo soggetto e con il complemento oggetto è precisamente il concetto, l’oggetto catturato e, direi, ammazzato e imbalsamato. Affinché possa durare nel tempo, affinché il tempo stesso possa durare. Affinché il tempo stesso diventi oggetto, tramutato in un concetto. Il tempo della durata è il tempo del concetto. Così trasformiamo l’annotazione di Hegel. Non è la parola o il reale ad essere il tempo del concetto, ma l’oggetto catturato nella frase. La frase di Hegel noi la possiamo trascrivere anche così: la sostanza è il tempo del concetto o il tempo del concetto è la sostanza. Nulla a che vedere con il tempo Altro.

Il mondo crede di durare, noi stessi crediamo di durare, le cose durano o paiono scorrere nel tempo, mentre durano o scorrono soltanto nelle frasi nelle quali abbiamo catturato e imprigionato tutte queste cose. La credenza nella frase è all’origine della durata che noi abbiamo assegnato ed assegniamo alle cose. Ma le cose, l’oggetto nella parola non viene né prima né dopo, non ha alcuna durata.

Abbiamo posto come sentinella delle nostre frasi il soggetto all’imbocco della frase, cioè ancora la sostanza. Anche quando, come fa il logico lacaniano, lo abbiamo travestito riducendolo a un semplice deittico, a un indice che salvaguardi almeno la successione, la durata e il senso della frase. Ovvero, pur nell’atteggiamento della massima accondiscendenza e dell’apparente rispetto per l’oggetto, lo abbiamo in realtà ancora spogliato dell’Altro e della simultaneità del sembiante.

La condizione dei nostri rapporti con il mondo, gli altri e le cose, è fortemente determinata dalla condizione del nostro discorso. Le proprietà dell’oggetto nella parola sono profondamente influenzate dal discorso. Che l’oggetto si profili come impedimento, ostacolo o risorsa, come proprietà che possono mutarsi l’una nell’altra, dipende dal discorso, che, dunque, oltre a condizionare in senso temporale la relazione la condiziona anche nei termini di qualità dell’evento.

Il racconto influenza la logica e poi il concetto che ne è una degenerazione, il cerchio chiuso dell’interrogazione e della risposta. Il principio d’identità, quello di non contraddizione e quello del terzo escluso si fondano anzitutto sull’esclusione del racconto. Ma i teoremi non possono prescindere dal racconto. La funzione logica, in quanto funzione del sembiante, non può prescindere dalla parola originaria.

Il sembiante è condizione dell’innamoramento. Ma, impossibile amarlo come specchio perché la sua inspecularità non risparmia il godimento. Impossibile amarlo come sguardo perché la sua invisibilità non preserva il desiderio. E impossibile amarlo come voce perché la sua inudibilità non trattiene dall’incubo della schisi.