Contro il soggetto. Dalla destinazione alla direzione

 

Seminario del 17. 6. 2010

 

 

 

                                        Il sembiante  sorride all’evento

 

L’esperienza degli antichi attesta che vivere nel mito significa essere sicuri della propria destinazione. A noi moderni dovrebbe bastare la considerazione che vivere nel racconto vuol dire assicurare una direzione alla propria vita. Questa l’esperienza della parola, della vita.

La traccia, la direzione, procedono dal racconto e non dal concetto, ovvero non si precisa de-lineandosi bensì nel mantenere la sua apertura; non ha bisogno del supporto di uno schema che la inquadri. La traccia precede lo schema che vorrebbe inquadrarla.

Per l’avvenire occorre l’apertura. La traccia non ammette di essere già delineata. La traccia non diparte da un bivio, non è in alternativa ad altro possibile sentiero. E’ tenue, evanescente, affiora per subito cancellarsi e anzi richiede di cancellarsi per ritrovarsi come traccia. La direzione è direzione nella parola.

 

Mito e racconto, fabula e logos, non ammettono alcuna realtà ontologica che li preceda e li fondi, a cui rapportarli, e quindi non sono facilmente distinguibili, almeno non lo sono a priori. Li rapportiamo alla parola originaria, che definiamo autentica solo perché la consideriamo attinente al registro pragmatico. La parola originaria è quella che in sé contiene le proprie risorse, esplicandole nell’atto, nel fare, nell’industria.

L’opzione in favore del racconto è giustificata dal fatto che non c’è alcuna realtà che lo preceda: il racconto è implicito al fare e l’atto di parola è originario. Si tratta dell’industria.

 

La direzione precede e fonda la linea, non vale l’inverso. La traccia si va scrivendo nel cielo della parola. La direzione precede la meta, il punto di arrivo e destinazione. Tale la natura dell’atto di Cristo, il privilegio assoluto della scrittura. Non c’è alcuna meta, alcun obiettivo che non suppongano la linea, del tempo, e lo smarrimento dell’originario.

Allora l’originario è orientato? E rispetto a che cosa? Constatiamo che la direzione e l’orientamento presuppongono la finzione del logos, la “negazione” in quanto proprietà della parola originaria. La direzione è accennata dalla parola isolata, anzi dalla parola nella sua solitudine. Isolamento della parola che si determina riconoscendone l’equivocità costitutiva. La direzione è inscindibile dall’equivoco veicolato dalla parola originaria.

Isolare un termine della lingua, o del discorso, vale a rilevarne l’equivoco e simultaneamente a orientarlo. Mentre l’abbaglio comune è quello di ritenere che possiamo lasciarci guidare dal senso, dal discorso stesso già orientato.

 

Questo termine “direzione” deve essere assunto nella sua portata semantica allargata anche all’accezione di “comando”. Si tratta della parola che s’impone, ma che paradossalmente s’impone perché avvertita dell’equivoco da cui non può essere sciolta. Pertanto, “direzione” non vale forse quale sinonimo di “movimento metonimico” della parola stessa? La parola che evidenzia l’equivoco è parola che s’impone perché rinvia ad altra parola. Ecco la direzione.

Invece la meta (se ancora possiamo definirla così) verso cui tende la direzione non è altro che l’ostacolo nella parola, il sembiante. E’ sostituendo all’obiettivo il sembiante che possiamo assicurare una valida direzione alla nostra vita. Puntando con forza all’incremento della parola nella sembianza, una direzione si profila nella vita.

Perciò la direzione si confonde con la speranza o più esattamente con la fede. Come la direzione, la fede non è dell’enunciato, non è prerogativa del soggetto ma dell’Altro. Virtù dell’Altro, come la direzione, essa esige che l’Altro sia in funzione.

Il cedimento nei confronti dell’Altro è anche cedimento nei confronti della direzione ed è la nostra resa incondizionata al destino. Il destino ci confonde e ci fa scambiare di continuo il sembiante con l’obiettivo e la meta. Il discorso come causa al posto del sembiante.

 

Il discorso è sempre destinale e destinato. Nel discorso la necessità dell’enunciato soffoca la libertà dell’enunciazione. L’alone del destino, che è sempre destino di morte, è permeato dal ricordo del fatto, che è il banale rovesciamento del fatto in quanto ricordo.

Il ricordo del fatto non può che trascinare altri fatti a sostegno della propria necessità ineluttabile. Altri ricordi per incatenare il futuro, ad esempio, affinché si svolga seguendo l’identico modello del passato.

L’alone del destino è dunque emanazione del ricordo: del fatto che ha cancellato la natura (di ricordo) del fatto stesso. Ma l’evento è il fatto che si è spogliato finalmente dell’alone del destino.

Perché mai i fatti richiamerebbero altri fatti? Ma il fatto è per sua intrinseca essenza la ripetizione. La credenza nel tratto che si potrebbe ripetere identico. Questa propriamente la caratteristica della ripetizione, della wiederlogunsvan freudiana. Caratteristica della pulsione di morte, o ripetizione, è quella di non essere una mera, identica, riproduzione di un evento, ma di un evento che acquisisce tale proprietà di ripetersi in quanto inserito nel discorso. Ovvero le cose si ripetono (tali e quali) soltanto nel discorso. O ancor più in generale, l’ineluttabile e la necessità sono proprietà soltanto del discorso. E’ la scoperta freudiana.

 

L’alone del destino è dunque emanazione del discorso. Dobbiamo intendere ciò in modo pragmatico. Il destino mortale attanaglia soltanto il soggetto perché soltanto se vi è soggetto le cose si ripetono.

Soltanto nel discorso le cose si ripetono. D’altra parte, nel testo freudiano la ripetizione è definita coazione a ripetere, dunque è semmai la pulsione all’origine della ripetizione, la pulsione che in quanto tale si riproduce, non il fatto.

I fatti nel discorso e gli eventi nel racconto. Il valore di un fatto differisce dal valore di un evento. In alcun modo, sia il fatto sia l’evento potranno acquisire un valore ontologico.

Il valore di un fatto è qualcosa che si assegna a posteriori, sulla base di una conoscenza considerata attendibile e approssimata, accreditata e consolidata, di fatti analoghi che rientrano nel medesimo discorso. Ma per l’evento la cosa è ben diversa; l’evento si pone, per dirsi tale, come assoluta novità ciascuna volta e non ammette alcun sapere o conoscenza, neppure una successione lineare o temporale a cui riferirlo per poterlo commisurare e giudicare.

 

Per quanto stravagante la cosa possa sembrare, il valore di un evento può anche precedere nel tempo l’accadimento dello stesso. L’evento come la parola originaria non è nel tempo ma produce il tempo. L’abbandono all’Altro che è dunque abbandono alla produzione di tempo dell’Altro, effettua la valorizzazione dell’evento.

 

La qualità della parola originaria (e il percorso di un’analisi, che mira proprio a questa qualità) è anche un percorso di qualificazione dell’evento. Ecco come la qualificazione dell’avvenire comporti l’esperienza della parola originaria.

Questo precedere della qualità dell’evento sull’evento stesso è ovviamente avvertibile finché siamo ancora installati nel discorso e dunque ci rivolgiamo all’evento sulla base del tempo successorio e lineare dei fatti in cui trascorriamo solitamente la nostra esistenza. Non si tratta di una differenza con valore assoluto, se assoluto è soltanto il sembiante con la sua simultaneità. Soltanto in rapporto al discorso possiamo parlare di trascorrere dei fatti e di scorrere del tempo.

Possiamo dunque essere profetici in rapporto al sembiante, ossia possiamo in qualche modo avvertire il valore degli eventi che ci stanno venendo incontro. E’ questione di esperienza della parola. Ma questione di canto e di ritmo della parola, non di misura o successione.

 

Dedicarci agli altri significa saper accogliere il tempo dell’Altro e il valore dell’evento che si staglia a noi dinnanzi. I fatti saranno sempre nocivi per qualcuno, favorevoli per qualcun altro, ma soltanto gli eventi avranno valore per ciascuno. In relazione all’evento, l’individuo singolo (se mai potesse esistere qualcosa di simile, dal momento che ciascun individuo è assoluto, indivisibile come sta scritto nella sua etimologia) comincia a non esistere più. Possiamo allora accorgerci che ciò che solitamente consideriamo individuo, il tale o il tal altro che tanto frequentemente nominiamo nella vita, del quale volentieri sparliamo equiparandolo a un fatto e imprigionandolo in realtà nel discorso, non è che una figura del sembiante simultaneo e fuori dal tempo lineare della successione.

In corrispondenza all’individuo, l’intersoggettività cosiddetta, la collettività, la società, sono analoghe astrazioni alle quali ideologicamente assegniamo il valore degradato di un fatto. Ciascuno relazione soltanto con il punto vuoto, il sembiante; mentre il fatto è di qualche “individuo” o della collettività, l’evento è di ciascuno. 

 

Ciascuno e ciascuna cosa, soltanto fuoriuscendo dal discorso serba il proprio valore e serba l’avvenire. Questa la ragione della traccia il cui valore sta nel rinvio al sembiante nella parola.

Perché distinguere un soggetto, perché separare un locutore da un altro, anche semplicemente riducendolo a un mero schifter, a un indicativo, se non per ritrovarlo come effetto, bell’e pronto come alibi a giustificare il discorso stesso? Senza discorso il soggetto non ha più alcuna giustificazione di esistenza. Lo schifter è indispensabile soltanto nella logica proposizionale aristotelica, non più nella logica del sembiante.

Io mangio una mela. Nella logica del sembiante il valore della mela è assoluto non inferiore né superiore a colui che se ne sta cibando. La mela è una e trina; e il soggetto da essa procede ma, sempre, come se fosse una variabile dipendente arbitrariamente elevata a universale. Di per sé insignificante quanto può esserlo il peso o la grandezza o il colore della mela. E solo quando il peso o la grandezza della mela prendono il sopravvento sul suo gusto, che è squisito perché inafferrabile, il soggetto gode di questa indebita promozione all’universale. In altre parole un soggetto corrisponde sempre e soltanto a un sembiante rappresentato. Corrisponde a un nome elevato a nome del nome e a una frase che si conclude con un punto a capo. Ecco l’universale.

Una frase che si rispetti, che conservi cioè la relazione con la funzione di sguardo del sembiante, non può concludersi, non può morire. Un nome che si rispetti, ovvero che conservi la sua relazione con la funzione specchio del sembiante, serba la possibilità di essere sostituito da un altro nome, non si paralizza.

Il discorso nella sua smania di padronanza, nella credenza nella sostanza, non fa che togliere attributi e proprietà all’oggetto con i quali poi indebitamente addobbare il soggetto.