LA PENA – Gianluca Delmastro
di Gianluca Delmastro
In una lettera del 10 Ottobre 1877 Paul Ree comunica a Friedrich Nietzsche le evoluzioni della ricerca storica che sta effettuando sulla “pena”…oggi noi le proseguiamo.
Pena: dal latino Poena, dal greco Poiné, dalla radice Pu = purgare, nel sanscrito Punya = puro.
Quindi il fantasma che sottende alla “pena” sarebbe il fantasma della purezza, della nettezza. Purificare, nettare, purgare, spurgare rendendo conto al fantasma di parità, di ritorno all’origine; qualcosa si è mosso è occorre quindi riportarlo al suo posto per garantire lo stallo, l’immobilismo, la purezza.
Quindi questo pagamento (che un’altra radice indoeuropea collega alla “pena”) corrisponde ed è necessario per ricomporre l’uno originario che per qualche motivo si è scisso.
Tutto ciò appare celato dall’evidenza sociale, comunitaria; qualcosa sfugge dalla logica comunitaria, dalla legge comunitaria, c’è chi esce dall’insieme degli ognuno, dall’insieme degli individui, dall’insieme degli indivisibili per cui dotati d’identità.
E qua appare un clamoroso paradosso rispetto al principio d’identità: di fronte alla crisi si cerca l’identità perduta, le cose in uno Stato vanno male perché non c’è più il valore dell’Identità Nazionale.
Ma l’etimo di identità è Idem, lo stesso , Iste Ipsus, l’istesso, cioè A non potrà mai essere A e soltanto A, A=A, ma possiamo al limite porre A=B, e quel segno uguale (=) indica che quando parliamo di una cosa parliamo della sua stessità rispetto ad un’altra e quindi qualsiasi cosa si definisce per differenza rispetto ad un’altra.
Nella sillogistica aristotelica troviamo l’assiomatica dei tre principi: d’identità, di non contraddizione e del terzo escluso. Rispetto ad essa può essere curioso in un campo da tennis sentir dire: “il tennis è bello perché almeno lì una palla o è fuori o è dentro, non si può rifare il punto, non ci può essere dubbio”, quando invece su certi segni di una palla si lascia la decisione al giudice, ma il dubbio permane.
Alle volte viene da supporre che le traversie del discorso occidentale, con gli anestetismi, i totalitarismi, i fenomeni razziali, le guerre, le religioni, le contenzioni rispetto alla pazzia, i roghi rispetto alle demoniache isteriche streghe, le sostanziali risposte psicofarmacologiche, il penare, l’affaccendarsi, il girare a vuoto, lo spettegolare, siano imperniate sulla logica aristotelica.
Sì, sono lo stesso discorso, ma la logica aristotelica non va presa come causa, cioè mi sono lavato della colpa originaria che non mi appartiene, e al limite se pecco mi vado a confessare, o altrimenti mi pongo come vittima e posso tentare di fare pena, di chiedere aiuto, di demandare perché tanto non ne vale la pena, inutile tentare, propongo lo scetticismo come altra faccia dell’aristotelismo e paradossalmente sono sempre più dubbioso e immobile.
L’istituzione della pena lascia intendere la proposta del discorso causale: c’è la pena perché c’è stata una causa che legittima la pena.
Ma qua fa breccia la domanda: perché gli umani nel loro vivere, nel loro procedere ricorrono all’istituzione di un fondamento? Un fondamento sotteriologico che prevede una strega indemoniata o un fondamentalismo integralista. E la cosa non è da poco, perché se l’aristotelismo alla fine non è altro che un gioco sillogistico, predette azioni, drastici passaggi all’atto, avvengono perché c’è una serietà, un fanatismo che nulla più attiene al gioco.
C’è qualcosa che non si sostiene, che non si sostiene in atto, nel procedere delle giornate.
Sigmund Freud rispetto al discorso isterico si è interrogato è a cominciato a formulare un dispositivo chiamato psicanalisi, per cui le fantastiche storie raccontate dalle isteriche portavano alla scomparsa di quella che appariva la sintomatica sceneggiata isterica.
E rispetto a ciò non poté che giungere a non credere nella veridicità delle storie raccontate, per cui nessuna possibilità di basare l’efficacia della psicanalisi sul discorso trauma-sintomo, causa-effetto.
Freud si interessò molto anche ai sogni, il racconto dei quali lo fece giungere alla formulazione condensazione-spostamento, cioè le storie trovate possono essere così tante che la causalità non è storica, antesignana, originaria, ma l’originarietà, l’inventiva, la novità delle storie trovate raccontando immagini insensate, trova necessario che la causalità non sia altro che “ad un significante segua immancabilmente un altro significante”, e che quindi la causalità sia qualcosa che si trova raccontando, facendo, e che il concetto di causa possa solamente intendere una situazione dove la causalità non sia originaria, non sia in atto, non sia presa nel racconto.
Freud si domandò anche il perché della resistenza rispetto alla psicanalisi. Perché una cosa potrebbe essere l’indifferenza, ma un’altra la resistenza, e quando non basta, la fuga e l’evitamento, fino a giungere anche al tentativo di cancellazione, di soppressione.
Tutta la staticità del discorso causa-effetto per dire cosa non sia la dinamica del gerundio della vita, del due originario, della differenza sessuale, del corpo e della scena, del sembiante e dell’Altro.
Perché e perché è fondamentale che il sembiante non sia l’Altro?
Che cos’è quest’Altro, non toglibile ma escludibile?
Cosa diciamo quando diciamo che una relazione per funzionare non può essere un rapporto a due ma che occorre l’Altro?
Per procedere non possiamo procedere dal punto, dal punto di vista, dal punto di partenza, dal punto di origine, ma dal punto vuoto, dal sembiante.
Eppure oggi un dilagare di manuali e procedure, di obiettivi da raggiungere, di progetti stereotipati; mentre l’Altro reclama per la sua esclusione rispetto ad un fare come indaffaramento, senza spirito d’iniziativa, solamente pregno di iniziative spiritate.
Il dispositivo dell’analisi per innescare l’odio in un discorso d’amore. Per questo le nevrosi vengono chiamate nevrosi da transfert. Perché l’analizzante propone l’amore verso l’analista che si sottrae, che rilancia, che rimanda altrove. L’amore autentico è quindi l’odio da transfert, una provocazione.
Se nella conversazione analitica c’è sembiante e perché la provocazione è intellettuale, le cose procedono dal punto vuoto, si incontrano narrando, imprendibili e intoccabili barluminano imperfette, gestuali, surreali, umbratili, scorbutiche, precarie e sublimi.
Dispositivi sembiantici sono anche la scrittura o la lettura di alcuni testi.
Testi sublimi come la Divina Commedia, la cui incredibilità rispetto alla sua composizione suscita ipotesi esoteriche. L’iniziatico riferito alla lettura di essa è perché provoca al fare incondizionato, e quindi nella giornata, nella vita, vi saranno accadimenti.
La spogliazione di se stessi come soggetti non può essere mai diretta, come accade nelle prostrazioni altruistiche, ma procede dal punto vuoto, senza idea di se, del mondo e degli altri, come dice Armando Verdiglione, procedendo dall’idea che nessuno ha della voce, semplicemente facendo, dicendo, narrando, non essendo più soggetti all’ontologia, all’oggetto rappresentato, non facendosi carico di attributi del sembiante, dell’oggetto nella Parola, che può essere finalmente autentica nella sua originarietà.
Nel gerundio della vita che procede dal punto vuoto, dal sembiante come ostacolo, talvolta difficile, l’Altro è accolto e la vita è miracolosa, è gioiosa nella sua semplicità e non necessità di mirabolanti miracoli.
E’ come se le cose procedessero dal non dell’avere rispetto all’oggetto che sembrerebbe alla portata al non dell’essere che si sperimenta facendo.
Da un corpo in gloria impossibile da detenere, da padroneggiare, ad una scena come squarcio, come infinito in atto, come gerundio, come modo infinito del fare rispetto alla dicotomia spazio-tempo e quindi ad un discorso ontologico transitivo che da un oggetto porterebbe ad un soggetto, rimandando o rinunciando all’infinito.
Con l’avvento della Parola Originaria anche nell’educazione dei bambini, nell’educazione dei figli della società, non c’è l’assoluto bisogno si ricorrere alla pena educativa.
Interessante reperire il discorso della pena anche nello svilupparsi della capacità di offendersi ed offendere vendicandosi.
Come interessante è notare che anche in mancanza di discorsi, che potremmo chiamare penitenziari, l’essere umano riesca comunque a sentirsi in colpa, come se chiedesse, se fosse alla ricerca di una pena, vivendo magari sempre nell’ottica del sacrificio. E quindi qualcosa s’intende rispetto a chi, dopo anni di pena detentiva, non voglia più uscire dal carcere, giungendo talvolta addirittura al suicidio in prossimità della fine dello sconto della pena.
Ed ecco dunque Cristo che si fa uomo per liberare l’umanità dal peccato, cioè dal senso di colpa. Come? Un esempio può essere ciò che dice al ricco, cioè che deve decuplicare le sue ricchezze, come a dire di non cullarsi sugli allori, di fare, di continuare a fare senza scordarsi la parola divina, cioè il suo modo criptico, sembiantico di parlare per parabole.


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