La voce e il nulla della materia

Seminario del 25.6.2010

 

Freud è rivoluzionario perché non ha mai desistito dal compito che si era assegnato: quello di conferire una dignità sconosciuta al sogno e al racconto. Accordare l’attenzione al sogno e al racconto ha avuto il risultato di ribaltare la logica e il pensiero occidentale. Il risultato dello sforzo freudiano è stato anzitutto quello di relegare il soggetto in un luogo marginale, se non di estirparlo del tutto, e di rivolgere l’attenzione piuttosto sull’oggetto. L’intera opera freudiana può essere intesa come un sovvertimento ricorrente in cui è costantemente riportato l’oggetto in primo piano, un oggetto che non essendo pensato come la preda o la presa di possesso da parte di un soggetto, non ha più nulla da spartire con l’oggetto quale concepito dal discorso occidentale, ossia un oggetto che deve essere afferrato, dominato, capito, che si mantiene perennemente eguale a se stesso, che sfugge a qualsiasi malinteso.

L’oggetto ha dunque cacciato in esilio il soggetto in un luogo sempre più marginale. Quello freudiano è in altre parole un oggetto che non ha più nulla da spartire con il concetto di sostanza, e infine con qualsiasi concetto.

 

La clinica freudiana, se ancora non possiamo propriamente definirla una clinica del sembiante, sicuramente è con grande coerenza una clinica dell’oggetto, ovvero una messa in questione radicale del dipendere dell’oggetto dal soggetto. Il termine stesso di “soggetto” non interviene quasi per nulla nell’opera freudiana (per la precisione, due volte soltanto). E allorché parrebbe intervenire sotto diverse spoglie, interviene in realtà come figura del sembiante, ovvero come idea in relazione alla funzione sguardo del sembiante. Anche l’Io (che peraltro non è padrone in casa propria) non potrà più essere inteso come una fissità, come punto di ancoraggio per un oggetto e per qualsiasi visione prospettica del mondo. Anche in questo caso l’Io è invaso e spodestato dall’oggetto. Ciò che dobbiamo limitarci a constatare è che l’Io è il fantasma che interviene in relazione all’oggetto sguardo. Se dell’Io non resta nemmeno una spoglia, è l’idea dello sguardo, ovvero una funzione operativa come qualsiasi altra, a rimpiazzarlo; è una funzione del sembiante.

 

Troviamo una conferma alla constatazione che Freud inaugura una logica dell’oggetto e non più del soggetto, se ricordiamo che egli centra il sogno, ovvero il racconto, intorno a ciò che definisce il suo ombelico; quel punto enigmatico, sfuggente e inafferrabile che funziona propriamente sottraendosi. Freud inaugura propriamente una logica il cui carattere essenziale risulta essere la provvisorietà, rovesciando la credenza della quale si nutre ancora la riflessione occidentale con la sua razionalità fondante: con Freud non è più la logica a porsi quale condizione del racconto, al contrario è nel racconto che dobbiamo saper rintracciare la condizione di qualsiasi pensiero logico. Le stesse funzioni logiche risultano astratte, pure finzioni, imprigionate nel carcere del discorso, se riferite a un oggetto dipendente dalla fissità di un soggetto calcolante e osservante.

 

L’attenzione dalla parte dell’oggetto. Se questo oggetto ora non può non diventare il sembiante è perché anche le categorie a priori che parevano tanto accreditate nel pensiero scientifico o filosofico si sono sbriciolate. La logica del sembiante è il risultato che deriva da un’esperienza pragmatica.

Constatare, come stiamo facendo da tempo, che il soggetto non è che il contrappunto di una rappresentazione del sembiante, ovvero che corrisponde semplicemente a un oggetto rappresentato, significa realizzare la condizione per una radicale sovversione del pensiero. Anzitutto significa far dipendere la logica dal linguaggio, ma più radicalmente valutare le condizioni di sussistenza della funzione logica in quanto funzione assoggettata al racconto.

 

Il valore di verità e falsità di un enunciato non trae più la sua garanzia in quanto dipendente da una realtà, da un oggetto, situabile e afferrabile, ma soltanto in rapporto alla condizione che un tale enunciato sia inserito in un racconto. L’enunciato non risulta più né vero né falso in termini assoluti, ma soltanto se è inseribile in un racconto. E’ enunciato vero quello che può anche ricostruirsi nel racconto. Un enunciato che nel racconto prosegue è vero; un enunciato che si arresta e non può proseguire nel racconto risulta invece falso. Ma allora qualsiasi enunciato di per sé non risulta né vero né falso. Il classico criterio logico di verità si dissolve, mentre una funzione contraddittoria come quella del malinteso acquisisce rilievo. Inevitabile è sempre e soltanto il malinteso.

Senza il malinteso, effetto inevitabile del racconto che prosegue imperturbabile, cioè che prosegue nonostante l’eventuale inciampo (la zappa sui piedi) costituito da ciascun enunciato, senza il malinteso, nessuna possibile logica. Il racconto è la condizione della logica. Ma questo passo ulteriore, in realtà, non porta ad affossare definitivamente la logica?

Il valore della logica, del ragionamento, è un valore persuasivo, poiché vi perdura la credenza che il valore sia in sé incondizionato e assoluto, mentre ora per noi è un valore che origina semplicemente dalla condizione che vi sia racconto.

 

Come definire il racconto? Come distinguerlo da un enunciato o anche da un insieme di enunciati?

Il racconto, lo abbiamo detto, si dipana a partire dall’oggetto, inteso come sembiante, ovvero in quanto inafferrabile e sfuggente. Ma siccome è proprio ciò che sfugge che arriva in primo piano, possiamo anche dire che occorre il racconto affinché un oggetto si possa profilare. Il sembiante per certi versi non è neppure un oggetto, e trattandolo come un oggetto lo stiamo riportando di peso nella logica classica. Noi diciamo l’oggetto nella parola, non possiamo fare diversamente, ma questa è già una capitolazione in favore dell’enunciato e quindi della logica classica, nonché di quella formale e di quella matematica. A rigori non potremmo affatto denominare oggetto questo qualcosa che s’impone (e che altre volte abbiamo chiamato semplicemente evento o miracolo). Quando diciamo che qualcosa s’impone, o si getta contro, o si sottrae, non abbiamo per nulla evitato la rappresentazione dell’oggetto che ciascuna volta è singolare e irrompe con il carattere dell’assoluta novità. Ma questa è una condizione inevitabile, è la dimensione pragmatica della nostra vita.

Alla verità e alla falsità dell’enunciato abbiamo preferito il malinteso del racconto, ovvero all’oggetto rappresentato abbiamo preferito il sembiante, che poi non è altro che la nostra esperienza più estrema e radicale dell’oggetto. Come può un oggetto sottrarsi al proprio destino, al destino, che è quello di comparire come oggetto rappresentato?

 

La caratteristica principale del racconto è quella di essere un’incessante e rutilante invenzione, ma caotica, a volte sconclusionata, discontinua, o piuttosto né continua né discontinua, in balia della contraddizione e dell’esigenza narrativa del momento. Colui che racconta si afferra al materiale che trova in quel momento (ricordiamo Levy Strauss e il suo accostamento dell’affabulatore dei miti con il bricoleur), ed è soltanto quando retrocede, ovvero ritorna sui suoi passi per fare un po’ d’ordine, che il racconto può avvincere e persuadere l’interlocutore. Questo retrocedere è però già il tempo della riflessione logica, l’avvio di una fase in cui viene raccolto il materiale sparpagliato, eteroclito, che forniva di volta in volta la risorsa al racconto, per cercarvi qualche invariante che possa consentire di giungere a una conclusione ineccepibile.

 

Un significante differisce da sé; questa è già la definizione del significante. Un significante che non differisce da sé è un significante bloccato che non funziona se non come metafora, ovvero è un significante che nella logica classica è preso come eguale a se stesso, per arrestarne la funzione metonimica. La logica classica pone l’identità come un dato originario o comunque possibile e procede applicandola alle altre funzioni della parola. Questo è accaduto perché la logica classica ha voluto trattare le funzioni logiche come funzioni astratte, astratte dal sembiante. Il sembiante è corpo e scena e, anzi, non consente di distinguere il corpo dalla scena se non nella parola, non consente di separare il corpo dalla scena come dati. Possiamo chiamare funzioni corporee le funzioni di specchio, sguardo e voce, del sembiante.

 

Le funzioni del sembiante sono l’attivazione di funzioni della parola.

 

Dunque l’ipotesi del sembiante come punto vuoto: punto di distrazione che si avvale di un nome per provocare una metafora, punto di sottrazione per provocare il significante a una metonimia e quindi a una frase. Infine, punto di astrazione per provocare il racconto. Il punto di astrazione (la voce) è un appiglio che funziona in quanto insituabile, che rimane intraducibile, radicalmente altrove, si avvale indifferentemente della metafora e della metonimia e, una volta attivato, suscita incessantemente il racconto. E’ un punto vuoto la cui funzione è quella di attivare una relazione, la relazione originaria, cioè una relazione la cui prerogativa è quella di fissare una relazione proprio perché irrelata. In un certo senso il sembiante si confonde con la relazione stessa. Nessuna relazione possibile fra un oggetto inteso come dato e un soggetto. Occorre il nulla dell’oggetto per la relazione.

 

Anche il nulla, cui alludiamo nel titolo del seminario di questa sera, occorre che lo immergiamo nel racconto se vogliamo che sappia liberare ed esprimere la carica di suggestione che pare trattenere. Così isolato esprime soltanto una metafora, benché una metafora sia già domanda insistente di racconto.

Se il nulla è una figura dell’oggetto nella parola, evocare il nulla equivale a evocare l’oggetto.

Gli umani recitano e parlano per evocare il nulla. Un nulla che non è soltanto dissolvimento della sostanza, dissolvimento del fantasma materno, ma un nulla positivo (l’opera leopardiana andrebbe forse letta in questo senso, ovvero come un’incessante evocazione del nulla, ma un nulla che nutre il desiderio e fa parlare). Evocare il nulla è un esercizio di trasformazione della sostanza nella materia. Materia non più affetta dal dualismo, soltanto leggera e quindi inconsistente, perché non si oppone al pesante. Il nulla della parola è il nulla della materia.