Avvertire l’imminenza dell’oggetto

Seminario del 15.7.2010

 

E’ noto come la disputa intorno agli universali abbia avviato un contenzioso (fra nominalismo e realismo) che ha governato non soltanto la scolastica medioevale. Esso è proseguito fino ai giorni nostri coinvolgendo gli sviluppi più recenti del pensiero filosofico e informando in particolare la riflessione intorno al linguaggio. Il superamento di questo contenzioso ci consente un’adeguata presa di distanza dalla ragione d’occidente, considerando in particolare il dissolvimento dello statuto dell’oggetto ed il suo nuovo ricentramento operato dalla ragione freudiana che si precisa per noi come ragione dell’Altro.

Spostando l’attenzione sull’oggetto nel registro pragmatico della parola, e più non opponendolo alle categorie universali d’impianto aristotelico, anche il rapporto tra le voces e le res, fra le parole e le cose, può forse trovare un respiro teorico sconosciuto ai nostri progenitori.

 

Universalia ante rem, in re, post rem. Questa diatriba (pur risolta brillantemente da Abelardo con la sua posizione moderata che in qualche modo, per quanto facesse ricorso al sermo, ovvero al discorso, realizzava il tentativo di relativizzare gli opposti termini nel confronto fra l’universale e la cosa) poneva con la sua stessa formulazione un’ipoteca sul secondo termine del confronto: sulla res.

Sempre l’universale e la categoria in primo piano. La modalità di esistenza della cosa, della res, era concepita in modo tale da dipendere in ogni caso rigidamente dall’universale e svincolata dall’esperienza di parola che implica l’abbandono di qualsiasi concetto universale prestabilito. Ecco dove si può situare una prima formulazione del canone del discorso occidentale. La res, inscalfittible nella sua inerzia e concepita aristotelicamente come sostanza, risultava il termine di un confronto interamente ribaltato sulle vicissitudini dell’universale, vicende che si riverberavano appunto nel contrasto incomponibile fra il nominalismo e il realismo.

 

La ragione del discorso è insufficiente a comprendere la modalità di presentarsi della cosa. Una nuova diversa dimensione caratterizza l’incontro con la realtà dei simili e delle cose. Proviamo allora a rovesciare la formula della disputa intorno agli universali, cioè a mantenere fissato l’universale e a liberare la cosa dalle pastoie del discorso. La nostra formula, che sottintende una condizione variabile dell’oggetto, inassumibile da parte di qualsivoglia concetto, potrebbe ora diventare: res ante universalia, in universalia, post universalia. Possiamo considerarla come un primo abbozzo della formula della ragione freudiana o della ragione dell’Altro.

Un abisso separa l’intelletto e qualsivoglia concetto dall’oggetto, un abisso al quale nondimeno la ragione post freudiana ha cercato di assegnare un nome, chiamandolo inconscio o Altro. Come abbiamo già visto, il dualismo stesso soggetto/oggetto è stato travolto da questa nuova esperienza, che non liquida più la questione arroccandosi nuovamente su un polo dell’alternativa fra nominalismo e realismo. Questa stessa alternativa è in via di liquidazione dal momento in cui si è appunto rivelata come il risultato conseguente al privilegio accordato alla ragione o al discorso, in definitiva, al fantasma di padronanza sull’oggetto.

 

Liquidare il fantasma di padronanza sull’oggetto, allora, non significa più limitarsi semplicemente a constatare l’inconoscibilità della cosa in sé (con maestria insuperabile a questo era già pervenuto Kant), ma significa constatare che le stesse categorie della conoscenza sono da rimettere fortemente in questione. Significa riconoscere che i limiti della conoscenza, che possiamo derivare dall’esperienza dell’oggetto, procedono da quelle stesse categorie che vorrebbero offrirci una maggior possibilità di conoscere l’oggetto stesso. La straordinaria libertà che possiamo nuovamente concedere all’oggetto è precisamente il risultato tangibile che procede anche e soprattutto dal superamento delle categorie a priori che pretendevano di suggellarlo fosse pure nello statuto dell’inconoscibilità. Certo, l’oggetto permane inconoscibile da parte dell’intelletto o della ragione, ovvero da parte del logos, ma l’esperienza che ne facciamo (dopo Freud, diciamo pure) ora può consentirci di sondare liberamente altre modalità di approccio per descriverne l’occorrenza, prima di tutto non scordando più che si tratta di un’esperienza di parola e di vita. E l’insegnamento freudiano non consiste soprattutto nel riconoscere che l’esperienza e la vita oltrepassano sempre la cerchia chiusa delle mura della ragione?

 

E’ soltanto fintanto che continuavamo a supporre l’oggetto inscritto in uno spazio ad esso preesistente e in un tempo lineare già assegnato, che esso assumeva per immediata sottrazione quegli attributi negativi (che caratterizzano proprio il noumeno per Kant) dell’inconoscibilità, della fissità e dell’inerzia in rapporto all’esperienza che è possibile farne. Possiamo notare, di scorcio, come il lacanismo non abbia ancora fatto i conti con questa concezione sostanzialista dell’oggetto; pur avendone liquidato gli attributi per dir così positivi, non si è ancora affrancato da questa attribuzione negativa all’oggetto (considerato in perdita o perduto), la quale non rimane che l’altra conseguenza inevitabile del concetto e del discorso.

 

E’ questo limite, che ora noi scopriamo essere il limite della parola e non della realtà, che possiamo continuare a interrogare.

L’oggetto si situa originariamente nel registro della pragmatica, che per noi è anche la dimensione del racconto e del sogno, nel rapporto con la funzione voce del sembiante. Oltre le categorie di spazio e tempo e causa-effetto. Riconsegniamo dunque alle voces di Abelardo quella libertà che proprio il discorso della scolastica aveva loro per molti secoli sottratto. La voce, come lo specchio e come lo sguardo, sono le funzioni del sembiante che il discorso, il fantasma di padronanza, ha soffocato fino a cancellare.

 

Che cosa possiamo allora riconsegnare all’oggetto? Il racconto e il sogno, rispondiamo ovviamente. E quindi il tempo dell’Altro che gli conferisce la proprietà della simultaneità, e fino a che punto possiamo spingerci nell’attribuire queste proprietà che possiamo tranquillamente definire reali, di pertinenza dell’oggetto? Anche il sogno, il desiderio e il racconto, sono essenze che rimangono insondabili al di fuori dell’armamentario della retorica, ovvero non sono più enti.

Il nostro confine originario della realtà è proprio quello tracciato dalle figure della retorica. La retorica taglia e ricuce la realtà del mondo. L’ipotiposi, la metafora, l’anacoluto, e possiamo anche scrivere un elenco che si allunghi fino a comprendere qualsiasi figura di stile o di linguaggio, e comprendervi le stesse figure del discorso. O il discorso stesso, purché sia ricondotto e sottomesso alla figura.

 

Occorre dunque trattare il discorso come un sogno. Il sogno e il racconto non stanno prima della figura retorica con cui si presentano a noi: questo vorrebbe dire far precedere il concetto e la cosa alla figura retorica originaria e questa è precisamente l’operazione ideologica e la menzogna del discorso.

Anche il modo dell’imminenza dell’oggetto, potremmo allora dire, è il modo della catacresi, e questo non è un limite dell’oggetto, ma anzi è l’oggetto senza alcun limite che non sia la traccia (la quale, infine, è ancora una figura retorica). Meglio giocare con le parole per apprestare l’evento, meglio liberarci dal concetto per l’imminenza, per avvertire l’incombere dell’oggetto. Infine, che l’oggetto incomba, o si stagli nell’imminenza, dipende anche dalla traccia rilasciata dal piegare di questa stessa parola imminenza, o verbo sostantivato incombere, sulla strada dell’equivoco, più facilmente rintracciabile con l’ausilio dell’etimologia.

 

La ragione freudiana è la ragione della retorica o forse meglio la retorica della ragione. A ben vedere, di una ragione della retorica non possiamo avvalerci per nulla, perché la ragione non ci può procurare alcuna notizia dell’oggetto. Secoli di filosofia buttati a mare, se non fosse che la bellezza di un saggio filosofico lascia pur sospettare e trapelare come lo stile fosse decisivo per l’imporsi della stessa ragione ma prima della ragione stessa.

 

Allora è semplicemente il discorso a contrastare il manifestarsi dell’oggetto nell’imminenza? E’ soltanto per negazione che possiamo asserire qualcosa di reale o positivo sull’oggetto? Se la retorica è originaria, la risposta parrebbe essere sì. Ma questa domanda dobbiamo lasciarla nell’incertezza (questa è la ragione freudiana). Non possiamo quindi neppure rispondere semplicemente di sì. Dobbiamo semmai riconoscere che la negazione non nega qualcosa che starebbe a lei contrapposto; essa non è negazione dell’oggetto (questa è la seconda prerogativa del concetto); la negazione è precisamente una modalità di presentazione dell’oggetto, se non la modalità vera e propria di presentazione dell’oggetto.

Constatare che il discorso contrasta il manifestarsi dell’imminenza dell’oggetto, allora significa anche constatare che il discorso semplicemente cancella la negazione; il non. Il non, che è il modo di manifestarsi dell’oggetto. Il non, che è il modo della relazione originaria. E sulla negazione si staglia anche il tempo reale, ovvero il tempo dell’Altro.

 

Imminente: sporgere sopra, dobbiamo ricorrere allo spazio per indicare qualcosa che non è spaziale ma piuttosto temporale e poi spaziale. Allora cosa facciamo? Facciamo come Bergonzoni, quel divertente comico, mi pare, romagnolo il quale proclama: l’estate è alle porte e mia sorella alla finestra. In questo modo rimescola lo spazio con il tempo e aggioga entrambi al giogo di parole. Alla retorica.