Rappresentare equivale a incontrare la controfigura dell’oggetto

Seminario del 22 luglio 2010

 

Ed el mi disse: “Volgiti! Che fai?
Vedi là Farinata che s’è dritto:
da la cintola in sù tutto ‘l vedrai”.

Io avea già il mio viso nel suo fitto;
ed el s’ergea col petto e con la fronte
com’avesse l’inferno a gran dispitto.

L’Inferno, canto decimo.

 

 

La rappresentazione dell’oggetto non corrisponde soltanto a una riproduzione immaginaria, fittizia e neutrale, a un’immobilizzazione e  un appiattimento in una copia del tutto separata dall’oggetto copiato. Essa è bensì attiva e provoca l’incontro con una controfigura dell’oggetto. Questa la nostra tesi. Ne segue una riconsiderazione della funzione del sintomo. Nella clinica, la questione dell’oggetto e della sua rappresentazione esige il rigore di un riferimento pragmatico per poter essere colta nel suo reale dinamismo.

Se l’inferno può essere concepito come il regno della rappresentazione, quali incontri si possono fare nell’inferno?

Utilizziamo spesso questo termine di rappresentazione in accezione puramente negativa, ma non è facile intendersi sul significato che si deve attribuirgli. Pur ragionando sulla scorta della lettura di Schopenahuer e sulle orme di Freud.  A partire dal riscontro indiscutibile che è impossibile fuoriuscire del tutto dalla rappresentazione dell’oggetto. Soltanto il folle o il poeta, soltanto la poesia della follia o la follia del poeta sembrano poter realizzare questo compito di eludere la rappresentazione dell’oggetto per involarsi nel cielo della pura enunciazione. Se il sembiante, l’oggetto nella parola, è inafferrabile, come contraccolpo non può non risultare che gli umani siano sempre in vario modo prigionieri della rappresentazione dell’oggetto, benché in definitiva il loro sforzo sia sempre quello di sottrarsi a questo vincolo.

 

Abbiamo sondato come la rappresentazione esprima il tentativo di una padronanza sull’oggetto che ottiene proprio l’effetto contrario di distanziarlo, provocandone la perdita e la conseguente disillusione. Ma di quale perdita si tratta veramente?

Abbiamo ancora notato che rappresentare l’oggetto equivale a sottrarlo al tempo dell’Altro e a convertirlo al mero presente; appunto rap-presentare. Ma, poiché non esiste alcuna copia originale dell’oggetto, o del sembiante, che dimora (appunto non rappresentabile) nel gerundio della parola, allora anche l’esistenza di una sua copia risulterà oltremodo precaria. La precarietà coinvolge anche la rappresentazione la quale peraltro finisce travolta dallo smascheramento causato dall’incontro con l’oggetto. Freud e in seguito Lacan ci hanno pure insegnato che è il rappresentante della rappresentazione a condurre il gioco del nostro rapporto con l’oggetto e che un rappresentante, così piazzato all’origine, impedisce già qualsiasi riproduzione fedele dell’oggetto. Sono il rappresentante, l’enunciazione o il significante a condurre il loro gioco in piena autonomia, mentre la rappresentazione, il significato o l’enunciato ne sono un prodotto derivato che si rivela sempre uno scarto; un prodotto sterile poiché affetto dalla scomparsa del tempo e dell’Altro.

Ne deriva una concezione che necessariamente si differenzia dall’opinione comune per quanto concerne l’oggetto. L’oggetto, a meno di non ridursi a una cosa inerte nella rappresentazione, non è mai del tutto scindibile dall’enunciazione, per noi dal racconto.

 

Ma può davvero, una rappresentazione, pur riducendosi a una cosa, essere considerata completamente sganciata dall’oggetto? Trattandosi di un movimento nel racconto, la rappresentazione implica il sussistere di un legame residuo con l’oggetto, altrimenti non potrebbe neppure meritare questo nome. Non dovremmo allora ammettere che una rappresentazione instaura una dimensione della parola che conserva qualche genere di legame con l’oggetto? Peraltro questa considerazione discende direttamente dal fatto che la condizione dell’oggetto non è più determinabile in opposizione ad alcun soggetto; non vi alcun oggetto da una parte e la sua rappresentazione dall’altra, come non vi è alcun soggetto contrapposto alla realtà, ma appunto una differenza che è riconoscibile soltanto a partire dal rapporto originario con l’oggetto della parola, l’oggetto inscindibile dalla parola, nelle sue continue vicissitudini.

 

La tesi che vorrei perciò esporre questa sera è che la rappresentazione dell’oggetto determina una nuova condizione, pur degradata, di manifestazione dell’oggetto medesimo. Che di conseguenza, per quanto concerne la rappresentazione, non si possa considerarla alla stregua di una costruzione deprivata di qualche rapporto con l’oggetto, o almeno che la rappresentazione non realizza uno sganciamento assoluto dall’oggetto. Possiamo chiamare controfigura la diversa condizione in cui si può ripresentare l’oggetto nella rappresentazione. La controfigura non è dunque una copia dell’oggetto, ma un modo diverso di presentarsi concretamente dell’oggetto stesso. Un oggetto degradato rispetto ad alcuni parametri essenziali, ma pur sempre un oggetto.

 

In effetti, la rappresentazione non è disgiunta dall’oggetto; non vi è separazione assoluta dall’oggetto, in primo luogo perché l’oggetto, di per sé, esiste già nella separazione da se stesso. L’oggetto è oggetto nella parola, e pertanto la separazione è rinviata alla parola stessa: la separazione concerne la parola, vale a dire che ciascun significante risulta separato da sé, e dal seguente, soltanto per il tramite del successivo e non dell’oggetto, il quale non ha alcuna consistenza stabile propria. L’unica cosa che possiamo limitarci a constatare è che l’oggetto interviene e si manifesta negli inciampi della parola. Cosa resta dell’oggetto quando incontriamo il sembiante? E’ la parola che prende il sopravvento sull’oggetto, al massimo l’oggetto si limita a esistere nella condizione dell’ostacolo, quindi della risorsa. Ancora meglio: l’oggetto si tramuta in un evento.

 

Dunque non vi è separazione; originariamente vi è l’infinito dell’Altro. Dove l’oggetto dimora come evento. E dobbiamo aggiungere che non vi è incontro possibile con l’oggetto. Il presente nel quale possiamo illuderci di incontrare l’oggetto è sempre, per dir così, un momento inesistente, poiché l’oggetto dimora appunto nell’Altro, nel tempo altro. L’occasione dell’incontro con l’oggetto è invece preceduta dalla differenza, dalla piega della parola che si rivolge altrove. E’ questa piega della parola che chiamiamo erroneamente e con qualche esuberanza, incontro.

In un certo senso l’incontro è sempre mancato, ha ben poco di reale, poiché segue all’appuntamento (questo sì reale) che concerne il sembiante, cioè l’oggetto nella parola. Il sembiante e poi l’appuntamento non possono prescindere dalla puntualità dell’Altro, mentre l’incontro semmai ne costituisce piuttosto l’annullamento. Un incontro si smarca sempre dall’appuntamento, diviene altra cosa. E anche quest’ultimo, di per sé risulta paradossalmente impossibile in quanto tale, poiché dimora nell’altro tempo. Invero, un appuntamento funziona come se fosse sempre già avvenuto, soprattutto quando viene fissato. E’ già avvenuto da sempre, anche se si presenta come incontro fortuito. L’appuntamento è provocato dal fantasma e si realizza fissandosi in rapporto al punto vuoto, al sembiante a-temporale. L’incontro, ciascun incontro, invece non ne è che il contrappunto nel tempo lienare. Ogni incontro risulta perciò necessariamente un contrappuntamento.

 

Altrettanto bene possiamo ribadire che non vi è separazione dall’oggetto nella rappresentazione. Al contrario. La rappresentazione non manca l’oggetto ma lo coglie in pieno, cioè in un troppo pieno. Direi che la rappresentazione è precisamente il modo in cui l’oggetto manifesta la propria esistenza, per così dire, concreta, un’esistenza in cui pertanto si confondono le attribuzioni del reale e della finzione che possiamo eventualmente assegnargli.

La rappresentazione corrisponde all’esistenza per così dire reale dell’oggetto, l’esistenza che definiamo concreta e materiale; il racconto corrisponde invece all’esistenza effimera e cangiante dell’oggetto sotto forma di evento, e dunque al sembiante. Qui l’effimero e il reale incessantemente si confondono e si scambiano di posto. Anche l’effimero e il reale non fanno che rinviare alla differenza originaria che emerge soltanto nella parola.

 

Abbiamo detto che la rappresentazione manifesta l’oggetto riducendolo al presente. Se intendiamo l’oggetto come il sembiante, allora la rappresentazione ne costituisce il contrappunto, ossia il punto pieno. Se è concesso un solo modo per reperire, si fa per dire, il sembiante, tramite le figure della retorica dalle quali procede il racconto, o meglio inversamente, dal racconto che si determina e prosegue tramite le figure della retorica, allora la rappresentazione possiamo definirla come una controfigura del sembiante, ovvero della retorica. La controfigura e quindi il contrappunto.

Geometrizzare la retorica nel tentativo di padroneggiarla: questa è la rappresentazione. Fino a ridurla, come nella retorica pre-ciceroniana, a una precettistica.

Nel gioco interminabile di specchi che la rappresentazione introduce non è pertanto annientato l’oggetto; questo continua a sussistere, perché ineliminabile, ma come si presenta? Occorre giocare con il termine di controfigura. Cosa possiamo intendere con questo termine? Qualcosa, l’oggetto, si presenta comunque ma non è davvero quello che attendevamo.

 

Ci sono ovviamente buoni incontri e incontri cattivi. Per gli antichi la differenza era espressa in qualche modo rispettivamente dai termini kairòs e tyche. La differenza stessa fra gli incontri buoni e quelli  cattivi però non è dovuta al caso. Semmai occorre notare che il caso per qualche verso contrassegna sempre il cattivo incontro, anche se questo non corrisponde pienamente al significato di tyche nel mondo classico. Il caso è ancora una supposizione, ingannevole e non originaria, della ragione. Il caso è un concetto che dobbiamo alla ragione calcolante e la controfigura esprime precisamente questa ambiguità nel modo di presentarsi dell’oggetto, o piuttosto dell’evento, che ha perduto o che sta perdendo l’aura miracolosa del kairos propria all’appuntamento con il sembiante.

Senza la fabula, senza il racconto e senza il tempo dell’Altro, qualsiasi incontro dal kairos si volge perlomeno alla tyche.

 

La controfigura deve ovviamente serbare qualche tratto di somiglianza con l’attore protagonista. Il termine di controfigura designa come è noto lo stuntman, cioè qualcuno, un sosia possibilmente dell’attore protagonista nel film, che lo sostituisca nelle scene più rischiose o in quelle compromettenti, ad esempio nelle scene di sesso. Ma l’attore protagonista rimane in quanto tale insostituibile, se la sua prerogativa è tale da farne un personaggio unico e fuori dalla norma del discorso comune.

La controfigura quali caratteri conserva del protagonista? Ovviamente alcuni tratti di somiglianza somatica; statura, corporatura, colore dei capelli, in modo tale da non svelare per quanto possibile la sostituzione.

 

Come non possiamo asserire che l’evento preceda il racconto, così non possiamo dire che la controfigura (qualcuno che incontriamo e che svela solo qualche tratto di somiglianza con l’oggetto che davvero avremmo voluto incontrare) anteceda il discorso nel quale siamo immersi. La controfigura procede perciò dal discorso, come la figura (la figura retorica, metafora, metonimia, catacresi, ipotiposi ecc.) procede dal racconto. La retorica è la parola che si piega e che si dispiega, che si contorce, che si spezza e si riannoda, che produce originali relazioni.

Una figura retorica splendidamente adoperata dagli antichi? Il poliptoto, che consiste nel ricorrere di un vocabolo con funzioni sintattiche diverse. Starsene con le mani in mano. Abbandonarsi direi quasi ciecamente alla sintassi o alla frase invece che al significato. Qui è la parola mano che finisce per imporsi e sovrastare ben oltre la coerenza logica e semantica del fuori dentro o contenente contenuto. E’ la poesia dell’idioma che deborda, imponendosi sulla logica comune. E’ la libertà della mano intellettuale che reclama il suo diritto di espressione.

 

Il discorso è invece il racconto che si estingue perché vincolato al nome del nome, a un’altra rappresentazione del nome. Per il sembiante, per poterci approssimare al sembiante, occorre la retorica, perché l’oggetto non è del discorso, ma della parola. E’ questo l’evento, ciò che accade. Sempre l’evento accade retoricamente, mentre il fatto, la controfigura è riapparizione nel discorso.

 

Quel tratto di somiglianza della controfigura, che ci ricorda l’oggetto originale, il sembiante, non fa parte di questo mondo; è tratto originale che non ammette sostituto alcuno. Le figure retoriche non sono rappresentazioni che descrivano un mondo già sussistente, bensì lo inventano. Esse vivono di vita propria. La metafora permane unica e originaria, il mondo in quanto tale è da sempre una catacresi. Così l’ipotiposi non ha alcuna copia originale alle proprie spalle; unica dovrà ergersi la caricatura, se vuole richiamare l’originale che non esiste; ecco il paradosso.

L’attore protagonista rimane inimitabile. La caricatura esprime una simile inesistenza trasferendola condensata nel tempo dell’atto: l’oggetto non esiste, ma è esistito, esisterà. Solo al prezzo di una disgiunzione è possibile la congiunzione con l’oggetto.

Il transfinito, fra l’attore protagonista, cioè l’oggetto, e la sua controfigura. E’ l’intervallo che caratterizza l’evento. La figura, l’ipotiposi, è il ritratto originario, nuovo e animato, dell’oggetto; la controfigura invece è l’oggetto da cui è scomparsa l’animazione. La controfigura è ritratto già imprigionato nel recinto dello spazio e del tempo del discorso.

 

Constatare la precedenza della retorica sulla logica (già in Gorgia, e nei sofisti in generale, possiamo leggere questo ribaltamento) implica un corollario indispensabile: originario è sempre l’entimema rispetto al sillogismo e dunque a qualsiasi ragionamento logico. Anzi, qualsiasi concetto può divenire veramente operativo soltanto affiorando come entimema.

Esempio. Anche tu puoi sbagliare, perché sei un essere umano. Questo è un sillogismo che manca della premessa universale: tutti gli esseri umani sbagliano. Ora noi possiamo affermare che proprio in quanto mancante della premessa universale, l’entimema non risulta per nulla un sillogismo imperfetto o mancato, ma è anzi più potente del sillogismo stesso. Nell’esempio addotto, l’omissione della premessa universale non equivale forse a gravarla d’ipoteca, cioè a porla fortemente in questione insieme allo stesso entimema e, soprattutto, al sillogismo perfetto dal quale esso parrebbe derivare? Sono dunque gli uomini a sbagliare oppure l’errore è di calcolo, ovvero non può che insistere in qualsiasi ragionamento?

 

La logica ritorna dunque in vita come una logica della parola che ora non può mancare il riferimento al punto vuoto, al sembiante. La logica (provvisoria) del sembiante risulta l’unica logica possibile. E questa constatazione è valida naturalmente per qualsiasi ragionamento scientifico. Il mondo, le cose, traggono dalla catacresi la loro origine, cioè situandosi fra il corpo e la scena, e poi si immobilizzano, si ripresentano quasi sempre come controfigure nella ripetizione e nell’impasse instaurate dal discorso. Ecco una notazione clinica degna di qualche attenzione.

Anche l’annotazione che la parola si staglia sul proprio principio è in definitiva una catacresi. Il principio non è l’azione ma l’atto di parola, e l’atto di parola, per non essere azione, è catacresi.