CONSIDERAZIONI ATTUALI SULLA GUERRA E SULLA MORTE – Gianluca Delmastro
scritto di Sigmund Freud
Recensione a cura di Gianluca Delmastro
[132]* E’ nel campo della sessualità che si producono le nevrosi
C’è sempre da chiedersi quando si legge un quotidiano o si assiste alla messa in onda di un telegiornale che interesse possano destare articoli di cronaca riportanti notizie di incidenti, sciagure, assassini, in ogni caso annunci di morte. Come se occorresse informare l’opinione pubblica depressa e annoiata in modo da svegliarla e rivitalizzarla con notizie di morte.
Rende attoniti non il botto, il tuono, il fragore dell’esplosione d’un aereo quando precipita, ma le frasi che seguono la segnalazione della sciagura: non c’erano italiani (se siamo in Italia) a bordo – siamo in attesa di sapere se vi siano connazionali nell’elenco delle vittime.
E gran parte degli spettatori sono in attesa, si nutrono e si attendono questo genere di notizie.
Stesso discorso quando ci sono i resoconti di guerra.
Allo scoppio della prima guerra mondiale Freud rimase scosso e turbato, ma poi scrivendo ci regalò nel 1915 pagine che presero il titolo di “Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte”.
Pagine che iniziano con Freud che si chiede come le presunte società civili, che tanto fanno per legiferare penalmente sul gesto di uccidere un’altra persona, possano ancora rivolgersi alla guerra ed alle sue nefandezze.
Ricorda Freud di come le pulsioni umane siano assolutamente egoistiche, testimonianza della quale è l’innocente ma altrettanto perverso e spietato bambino [137]. Se una persona diventa per lui ostacolo con qualche gesto, offesa o proibizione, immediatamente augurio di morte.
Ad un certo punto questi ostacoli sociali, questi influssi di civiltà, indurrebbero attraverso l’erotizzazione il convertirsi delle pulsioni egoistiche in inclinazioni altruistiche [130].
Si proporrebbe cioè la dicotomia amore – morte.
A sostegno di un comportamento altruistico e quindi corretto anche l’inserimento in società della ricompensa e del castigo.
Curioso oggi quante morti, quante guerre, quanti assassini, quanti infanticidi e nello stesso tempo perbenismo, altruismo, impegni nel e per il sociale, ma soprattutto slogan che presentano l’amore come risolutore di tutti i problemi accompagnato da erotismo dilagante in svariate forme.
Nello scritto Freudiano prende però piede l’articolazione dell’atteggiamento umano di fronte alla morte.
Morte all’altro per tener lontana la propria, per salvaguardare il proprio io.
E qua si lega anche una lettura dell’identificazione umana agli eroi di una tragedia per tentare di rappresentare la propria morte, di sperimentarla senza però morire [139].
Ed in coloro nei quali l’identificazione diventa assoluta e vogliono fare gli eroi, la questione starebbe sempre nello sfidare la morte, così da sentirsi sempre più forti, allenati cioè contro di essa, invece di pensare atti da kamikaze come disprezzo della vita rispetto all’idealizzazione della patria e della religione[144].
(A margine possiamo quindi notare come l’identificazione e l’idealizzazione siano caratteristiche sempre presenti quando si parla di identità nazionale o di ideale dogma religioso).
Culminante poi l’annotazione che vedrebbe l’origine della filosofia e le sue speculazioni nell’enigma della morte [141].
Così come [141] la nascita della psicologia dovuta al conflitto emotivo di fronte alla morte di una persona cara: per tentare di dire qualcosa rispetto all’insorgere di un insensato senso di colpa, concomitante magari alla comparsa di spiriti maligni vendicatori.
Verso fine scritto [146] Freud dice che rispetto al passato, dove queste dinamiche portavano verso la chiusura immaginaria della dottrina dell’anima, al tempo in cui scriveva si poteva interrogare la nevrosi e quindi l’inconscio e quindi la sessualità e quindi il sogno (vedesi Introduzione alla psicanalisi – Lez.15, Par.4).
Tocca a noi oggi proseguire da dove Freud si è fermato e rispetto all’inconscio trarne l’essenziale, candido e solamente da cogliere grazie agli elementi che lui ci ha fornito.
L’inconscio non ci appartiene!
L’inconscio è in atto sia nella parola sessuale ove c’è sembiante, sia nella nevrosi; questa la sua importanza.
Il suo irrompere con lapsus, atti mancati, motti di spirito, provoca il riso, sorprende ed è fondamentale perché non indica il desiderio nascosto presunto istintuale, ma perché propone l’equivoco, l’apertura, il dubbio, invece che la rabbia dell’indecidibilità sulle cose.
L’inconscio sembra manifestarsi nell’interpretazione dei sogni. Ma queste sublimi interpretazioni sono lapsus che non ci appartengono perché provengono da un dire astratto, senza un oggetto del dire, da voler dire, da voler comunicare, da rivendicare e di cui lamentarsi.
Da un dire che per dirsi necessita della dimensione narrativa.
Ed ecco la regola fondamentale dell’analisi: togliere l’oggetto del dire e dire la prima cosa che viene in mente (quasi fosse un vocalizzo) per giungere all’essenziale, cioè alla modalità di racconto di ciascuno, allo stile.
Il percorso dell’analisi è il percorso di ogni seduta.
L’analisi induce nevrosi da transfert, la enfatizza e la sottolinea perché provoca fantasie d’amore e morte verso l’analista; ma nello stesso tempo innesca l’odio e la sua intransitività: perché fa parlare, perché provoca la sessualità di un parlare aperto ove l’oggetto occorre perderlo perché desideranti e quindi desideranti di nulla, in una condizione di fede, di incontro verso Altro, dove le cose non sono rappresentate, dove non vi è più la referenza soggetto-oggetto ma dove tutto scorre topologicamente tra nome, significante ed Altro.
L’analisi intesa come dispositivo intellettuale per passare dall’immersione, dal girare in tondo del fantasma materno al mito della madre.
Il mito della madre perché la madre come oggetto per antonomasia, così come il passato, occorre perderla raccontando.
Ci dice Freud che nell’inconscio sembra che tutto sia già avvenuto.
Così il mito della madre che si scrive parlando, dimenticando e trovando, che è sempre un ritrovando, come le cose fossero sempre seconde; non si è mai nati ma si rinasce, cioè il nuovo, l’originario, il creativo che si staglia sempre sul proprio principio.
La madre dunque come deittico materno da trovare, come indicazione, come via, come itinerario.
Freud sempre mitico perché dispositivo intellettuale, perché ci dispone verso un intendimento non letterale sulle questioni sempre “vere” che ci propone, le quali però se prese alla lettera inducono il chiedersi: “cosa fare allora di fronte a problemi d’amore, alle pulsioni erotico omicide, all’angoscia e così via?…”
L’intendimento che ci propone è la testimonianza di come le questioni si siano scritte facendo, leggendo e rivolgendosi alla scrittura in modo aperto e narrativo.
Il suo testo è testimonianza di come per lui le questioni si siano scritte oltre di lui, e siano per noi dispositivo di direzione perché ciascuno trovi il modo di elaborare e trovare questioni, proprie in quanto assolutamente inappropriate, fuori luogo, ingestibili perché contraddittorie rispetto al gesto della mano che tentava di scriverle.
Per concludere, in riferimento al titolo di questo testo Freudiano, si può proprio dire considerazioni attuali perché sempre in atto.
* I numeri fra parentesi [ ] si riferiscono alle pagine del testo facente parte delle Opere di Sigmund Freud – Bollati Boringhieri Editore – Edizioni curata da Cesare Musatti


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