LA POESIA DI ESTER – Gabriele Lodari
recensione di Gabriele Lodari
Biblioteca Geisser, relazione di presentazione dei libri di Ester Ghione, Freddissimo azzurro e L’esultanza del giallo, Edizioni Borla Torino 2005, 22 ottobre 2005
Credo che la poesia di Ester si possa soltanto costeggiare. Per quanto mi riguarda, vorrei riuscire ad essere tanto umile da non sovrappormi al suo testo; la mia formazione non mi consente la posizione del critico, ma forse questo è un vantaggio. Non sopporto i critici. Non sopporto l’imbrigliamento dell’autore in qualsivoglia schema letterario. Ancora meno dell’opera di Ester che anzitutto è una cara amica, e perciò unica. Cercherò di dire qualcosa dal mio punto di vista, che considero comunque privilegiato per questo compito, dal momento che io lavoro soprattutto con le parole degli altri. Devo confessare che ho letto con molta partecipazione le sue poesie perché sono sempre più convinto di poter trarre migliori insegnamenti dall’opera di un poeta che non da qualsiasi testo di psicoanalisi.
Da lettore poco esperto quale sono, vi dirò allora che la poesia di Ester è per me la dimostrazione più estesa che le cose del mondo, gli esseri umani, i fiori e gli animali dimorano nella parola. E’ la conferma che il mondo (senza rimpianto per una qualche sostanza presunta) ruota nell’intuizione poetica del mondo, e che soltanto da questa dimensione trae la sua autenticità. Considero che il mondo (e il poeta stesso che lo canta) non sono che metafore del mondo.
Dall’intensità di queste metafore, come da quelle di un vero poeta (ma non diverso è il procedere dello scienziato), si sprigiona la verità del mondo e per nulla una sua interpretazione soggettiva e personale. Con le metafore Ester si scrolla dalle spalle il mondo, lo svuota dal significato, cioè dalla menzogna, e lo restituisce incomparabilmente leggero. Ne deriva che il poeta e il mondo sono entrambi delle metafore che nel loro rapportarsi, a vicenda, si sostengono. Prima non c’è che la metafora, poi il poeta e il mondo.
La poesia di Ester cancella ogni sospetto di finzione o lamento. La sofferenza incontra sempre la via della parola o, particolarmente nel suo caso, della preghiera. Se la volete intendere (io intendo così la preghiera) come invocazione all’Altro, dunque ancora come stimolo alla parola. Evocazione della parola, la preghiera è parola silenziosa; una pausa che opera, nella raccolta delle sue poesie, con l’intermittenza di una pulsazione che provoca una dislocazione del senso; un mormorio che scorre nell’opera come un controcanto. In effetti, si ha l’impressione che la preghiera fuoriesca con prepotenza dalla sua pagina per invadere l’intera raccolta, come volesse snidare l’ultimo residuo di quel soggetto che ancora giace raccolto nel suo lamento e conferirgli la vita. Nella preghiera si ritrova la condizione di un’estrema vicinanza e lontananza, le cose del mondo si ritraggono, l’uno nell’altro gli opposti si toccano, vi è il tremito di un’attesa che va oltre la semplice speranza. Non togliendo il disagio, la preghiera cancella la disperazione, ma anche l’illusione. La preghiera è risorsa pragmatica, non allontana dal mondo pur dissolvendolo in quanto rappresentazione. Invadendo il suo testo, la preghiera lascia galleggiare intatti i colori e le emozioni, resi leggeri non solo perché depurati dal senso biografico che potrebbe appesantirli.
Il poeta solitamente (se vi sono dei limiti in questa mia interpretazione, imputateli pure alla mia formazione analitica), sempre più fino al secolo scorso, è un poeta rivale di Dio, lo interroga come un contendente, e si presenta, infatti, come un soggetto poeta, quasi sempre patologico; insomma, il poeta si lamenta e canta fino al nichilismo questa sua sofferenza e la ferita di essere al mondo. Non sa viversi più come metafora e nella leggerezza di un racconto o di una saga, come accadeva in passato. Se è pur vero che talvolta c’è qualche nota di scoramento nella poesia di Ester, però le situazioni, come le cose, immancabilmente sono imbrigliate in una metafora che non rivaleggia con la creazione divina. Ester lascia che quelle cose o situazioni si dispongano nella parola, facendosi da parte e pertanto sciogliendole dal giogo della malattia soggettiva. Fino al punto, non sto divagando, che esse si levano in volo (poesia della casa che si leva in volo – pag. 117 di Freddissimo azzurro – dove il tetto e la casa ritrovano il senso di un potente simbolo ebraico cristiano, prima che psicoanalitico) e a me pare che qui la scrollata di spalle del poeta raggiunga un apex che un teologo o un filosofo possono solo presagire. E’ la semplicità ineguagliabile del poeta.
C’è poi una poesia davvero molto bella scritta a Venezia Non salverà nessuno, in L’esultanza del giallo (pag. 295), che parrebbe smentire questa tesi. Qui la riflessione si fa drammatica: Non volano gli angeli di marmo/ né s’alzano/ gli aerostati delle cupole gonfie:/ogni cosa pesa e la bellezza non salverà nessuno. Però, mi giunge in soccorso l’esperienza dell’ascolto analitico. Occorre semplicemente cancellare quel non. In effetti, il pensiero poetico che scorre nella latenza è proprio che gli angeli di pietra potrebbero alzarsi in volo e le cupole lievitare. Il peso di Venezia che affonda, propriamente, non è che il peso del fantasma materno, è l’errore mortifero dell’occidente, che si scrive nella storia dei marmi e nell’oro. L’errore non è dunque la bellezza in sé (come potrebbe esserlo?), ma il destino di restare semplicemente tale. Venezia non è che una testimonianza di questo discorso mortifero, una versione mortifera della bellezza quando è conservata come sterile rappresentazione. Uno spettacolo che rischia ormai di scomparire, prima di tutto perché il suo tempo sembra inesorabilmente compiuto. Ciò che è morto e affonda, rischiando di scomparire per sempre, è dunque semplicemente il gioco dell’invenzione o l’anelito alla bellezza; insomma, è l’etica, ancora la parola. E’ la parola a salvare la vita, mentre ogni cosa rischia di farsi pesante e la bellezza compiuta non salva.
L’odore, il profumo, il colore, gli affetti, le emozioni suscitate dai fiori o dagli animali osservati, non sono meramente contrapposte, rappresentate, ma sono udite e sentite, prima che viste. Vivono della stessa vita intellettuale del poeta. La percezione si rivela qui nella sua straordinaria, autentica essenza, anch’essa sostenuta dal simbolico, dalla parola. C’è una trasposizione incessante. Come può gemere l’albero di un’imbarcazione, un’onda essere impaziente (è un esempio a caso, fra innumerevoli figure sparse nel suo testo)? Certo si tratta della metafora, di una traslocazione, ma queste figure letterarie, questa retorica non dispiega una finzione, bensì avvia un percorso dove l’umano si confonde al divino, l’essere con la parola. In primo luogo perché dire che un albero geme significa prendere le distanze da un soggetto che soffre o si lamenta, da un soggetto patologico. E poi significa contemporaneamente conferire alla percezione, agli effetti di un sentire, una propria intrinseca verità. Questi effetti sono simultanei, sono letteralmente la stessa cosa. Non c’è più un soggetto malato (malato di senso mortifero) contrapposto a un oggetto. Non c’è più questo rapporto che ora si rivela come una finzione. Un fiore, un giardino, ma anche una semplice piazza, non sono fatti per essere semplicemente osservati, percepiti. I fiori sono apparsi, ed ora esistono, per esprimere l’essenza dell’uomo. Soprattutto per il fatto che l’essenza corporea immortale dell’uomo è letteralmente assorbita e impregnata dal fiore osservato; l’essere umano è nel fiore come il fiore è nell’uomo. E’ il mondo che si toglie la maschera, per dimostrare che è il luogo comune a stabilire, per esempio, che le stelle sono immensamente più grandi e distanti della luna. Per Ester, la luna, nella notte chiara, ha bruciato tutte le stelle nella sua fornace. Non c’è più nessun artificio, nessuna menzogna. Non è la riedizione nostalgica di un pensiero infantile o primitivo ormai sconfitto da una ragione che lo relegherebbe nello spazio di una sterile e privata fantasia. C’è piuttosto l’inversione operata dalla sineddoche, che è l’autentico procedere dello scienziato nella sua ricerca. Il modo della ricerca, il metodo sono proprio quelli. Il procedere allo scienziato è consentito proprio da questa inversione del luogo comune (come Einstein confessava, per esempio, in quella pausa irreale, in quella sospensione per cui le coordinate di spazio e di tempo sono sovvertite e la vela può disporsi a un nuovo orientamento). Per questo piace questo verso. Qui la metafora prende il sopravvento sulla cosiddetta e presunta realtà e, appunto, sono le cose che divengono asservite alle parole. Immediatamente quel mortifero soggetto asfissiante della ragione filosofica ed epistemologica passa in secondo piano, si dissolve. Quello è il soggetto malato che doveva necessariamente scavarsi uno spazio, una prigione, per continuare a parlare contro la ragione osservante e il logos mortifero da cui era dominato e alienato. Che doveva rivaleggiare con Dio.
Ogni evento della sua giornata è un’occasione di poesia. Questo incuriosisce. Lo sguardo del poeta non l’abbandona mai, o almeno così dobbiamo supporre ed è qualche volta sorprendente, a me qualche interrogativo lo suscita, il fatto che si deve ipotizzare che stia sempre poetando per il fatto che la sua intensità poetica è forte, tanto il tempo da lei dedicato alla poesia. Da cosa si può riconoscere un poeta, o almeno un poeta che è sotto l’effetto di un’ispirazione (ammettendo che un poeta possa attivarsi da solo, a differenza dei comuni mortali, come facesse uso di qualche farmaco o droga)? Non saprei dirlo, a parte qualche segno esteriore come potrebbe essere l’atteggiamento assorto e svagato (a dire il vero, Ester qualche volta appare così) oppure divagante con gli occhi lacrimosi (alla Jeremy Hiron). Come amico che la frequenta da qualche anno, devo dire che la cosa, a pensarci, non smette di sorprendermi. Insomma, quella di Ester non è un’ispirazione occasionale e la scrittura poetica in qualche modo ha invaso la sua vita, anche se non compaiono i segni esteriori del poeta che si è ritirato dal mondo.
Un paesaggio cittadino o marino, o ancora fluviale, è un’occasione irripetibile. La scena mondana si scompone in cento meraviglie animate dalla parola poetica. La varietà delle descrizioni possibili è potenziata ancora dalla straordinaria pertinenza di un vocabolario che Ester è in grado di padroneggiare con grande maestria e con invidiabile scioltezza. Un’intensità senza pari.
Ester scrive per rubare i colori e le figure del mondo. Disegna i suoi pensieri dotandoli di forma e di colore. Pressoché simultaneo è l’attivarsi di un idioma personale con la scena del mondo che le scorre incomparabile. Il mondo è meraviglioso di per sé e pare non conoscere il decadimento e la morte nel suo divenire. L’autunno è ricco altrettanto di risorse della primavera. E l’inverno, fra le altre stagioni, è in vario modo ricco di colori. Il mondo è meraviglioso perché è prodigiosa la voce, il linguaggio della poesia e se l’uomo è costretto a rubare i colori del mondo, questo accade perché (benché, certamente, l’esistenza dell’uomo si colga in quanto tale nello scarto rispetto alla scena mondana) questa schisi non è mai un dato di ragione, un fatto incontrovertibile, nemmeno una lacerazione incurabile, ma un’originaria e componibile differenza, ogni volta da costruire come un gioco. Questa separazione fra l’essere umano e la scena del mondo è ancora una volta riconducibile alla differenza originaria della parola.
Del suo candore Ester è consapevole. In una poesia istruttiva e, per chi la frequenta, in qualche modo illuminante (Bambina, pag. 124), cerca di comporre il dissidio apparente fra l’anima nuova di bambina piccola e amabile (alla quale probabilmente deve la sorgente inesauribile dell’afflato poetico) con l’età e il pudore che ritiene di dover manifestare per un corpo inadatto a contenerla. Ma anche il dissidio anima-corpo è una fantasia gnostica ed Ester se ne accorge subito, quando, con la sua ennesima scrollata di spalle, ci propone a suo modo questa riconciliazione: amate me/ che meno amabile appaio/ ma ho lei, dolce, dentro. Nessuna lotta, dunque; non c’è alcun corpo in contrasto con qualche anima, e il mito greco è scartato con leggerezza. Piuttosto, immortale è il corpo perché animato dalla parola e indistinto dall’anima. E’ Paolo che trionfa su Platone! Amate me, come tradurre se non così: amate quella metafora inestinguibile che io sono, che ciascuno di voi è; amate la poesia come metafora fuori dal tempo, amate la parola che io sono. Una metafora fuori dal tempo sono l’uomo e la sua maschera. Tutto ciò è straordinariamente implicito in ogni suo verso.
Certo, nella poesia di Ester si susseguono riferimenti non sempre velati alla propria vita personale, si intuiscono momenti non sempre lieti nella sua vicenda familiare, ma chi può dire di non vivere queste esperienze? Nella sua poesia tutto ciò è trasferito su un piano di candore e di partecipazione (che ci riguarda) e che ce la rendono cara. C’è molta biografia nella poesia di Ester, sicuramente c’è l’esposizione che può apparire quasi sfacciata di questioni che s’intuiscono personali, ma ancora l’esposizione è osata perché non riguarda soltanto lei, ma è di ciascuno. Questo confine fra la vita intima e quella pubblica si rivela come un litorale che Ester sa percorrere e interrogare con delicatezza. Con oscillazioni ampie, ma sempre con un’espressione che lo trascende in quanto limite prestabilito. La famiglia è per Ester una traccia preziosa, proprio quando parrebbe che il dramma, la noia e la quotidiana monotonia soffochino la parola. Il silenzio assume il suo valore perché è nostalgia per una parola indicibile o mai proferita, e attesa per quella che potrà essere detta. E questo riguarda ciascuno di noi.
Non sempre ce ne accorgiamo, anzi, quasi sempre siamo occupati all’inversa ragione, e pensiamo allora che il simile, al quale accordiamo la nostra simpatia o che strappa la nostra ammirazione, sia dotato di un organo speciale, di una dote che crediamo naturale, mentre non ci accorgiamo che l’ammirazione da cui siamo catturati è soltanto la bellezza di una metafora la quale, come un motto di spirito, nasce del tutto spontaneamente per forza propria. Non ci accorgiamo che la sorpresa e l’ammirazione sono piuttosto provocate dalla disposizione e dall’accoglimento della piega della parola, che il nostro simile sa mettere in atto. Non c’è l’individuo dotato di qualche competenza nei confronti del linguaggio che gli starebbe di fronte come uno strumento da utilizzare. C’è il linguaggio nel quale immergersi e nuotare, oppure dal quale lasciarsi trasportare. L’individuo si dibatte nel linguaggio, balbetta, ingiuria, reclama, prega o si lamenta, fino a quando è il linguaggio stesso a soccorrerlo e nel linguaggio l’individuo scompare per riemergere come poeta.


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