QUANDO IL VERBO SI FA CARNE. LINGUAGGIO E NATURA UMANA – Diego Busiol

di Paolo Virno,
ed. Bollati Boringhieri, 2003, Euro 20.00

Recensione del libro a cura di Diego Busiol

La tesi che anima l’opera è che la facoltà di linguaggio è la natura umana e che, dunque, fare filosofia comporta riflettere intorno all’atto di parola o, più radicalmente, all’atto di prendere la parola. Ciò significa che ogni enunciazione ripercorre le tappe dell’antropogenesi, è sempre all’origine, non si innesta lungo una presunta linea evolutiva o una continuità di senso. Come precisa immediatamente l’autore, infatti, le tesi del libro tagliano con ogni impostazione ermeneutica o cognitiva, ovvero con ogni teoria che consideri l’atto di parola “sullo sfondo” rispetto alla “realtà” del parlante.
L’autore, Paolo Virno, è filosofo e non pare occuparsi di psicanalisi. Solo in un paio di occasioni cita apertamente Freud e Winnicott, quando si interroga sull’atto di parola del bambino e disegna una traiettoria che lo porta a paragonare per certi versi il monologo infantile al soliloquio dell’adulto, in particolare nel discorso religioso. La riflessione ruota allora intorno alla parola “religiosa” e al rito religioso, inteso come pratica di parola “privata” che però non può che compiersi “pubblicamente”, come può essere una folla di fedeli in preghiera in cui ciascuno parlante è preso da nient’altro che un “monologo collettivo”, in cui predominano l’ecolalia, la fabulazione, l’annuncio di ciò che si sta facendo o si vuol fare. A questo proposito, molto interessante è anche la glossa relativa alle lingue del culto, generalmente lingue morte, dunque perlopiù sconosciute al parlante e dunque importanti per la loro funzione, piuttosto che per il contenuto semantico. Proprio la distinzione tra funzione e significato della parola è ciò che permette, tra l’altro, di cogliere dei tratti che sembrano caratterizzare alcune organizzazioni di discorso di tipo nevrotico o psicotico, cosa che l’autore sfiora solamente.
Il suo pensiero muove dalla linguistica di Saussure e Benveniste e si dipana attorno alcune differenze a noi ben note: lingua/parola, facoltà di linguaggio, (atto della) enunciazione, differenza tra poiesis (produzione), episteme (cognizione), praxis (azione), ma soprattutto è interessante perché attinge alla filosofia del linguaggio in senso stretto (Wittgenstein, Benveniste, Austin…) introducendo i concetti di performativo assoluto, glossolalia, atto locutorio, atto delocutivo, funzione fatica, etc… Può invece essere più facile confondersi quando riflette intorno all’ “Io”, che non è l’ “Io” freudiano, ma un “Io” a cavallo tra filosofia e linguistica.
La seconda e la terza parte del libro costituiscono per certi versi delle “esercitazioni”, delle applicazioni al quotidiano, di quanto teorizzato inizialmente. Tenendo vivo il confronto coi filosofi, l’autore affronta la questione della sensazione, mettendo innanzitutto in discussione l’opinione comune che vede il linguaggio verbale rielaborare la schematizzazione del contesto ambientale operata dai sensi, per chiedersi se non siano piuttosto i sensi la possibile rielaborazione di una originaria schematizzazione linguistica.
Tutto il discorso sul sensismo, che attinge da Wittgenstein e Lichtenberg, e che potrebbe sembrare decisamente astratto, metafisico, può invece essere tradotto per ciascuno nell’evento del riconoscimento di un volto o nella comprensione di un enunciato, cioè nel lavoro semantico che sottende ogni gesto.
Il libro prende poi una connotazione “politica” quando l’autore riflette sulla natura umana. In maniera paradossale, parla infatti di storia naturale, laddove la storia richiama la contingenza (dunque ciò con cui si confronta il singolo, nell’immediato) e la natura ciò che rimane pressochè inalterato nel tempo, ciò che ad esempio caratterizza filogeneticamente la nostra specie. Qui l’autore sembra tracciare molte strade diverse, citando Marx, Chomsky e Foucault, ma non smette di interrogarsi in merito alla facoltà di linguaggio, e mi sembra che in questo sia ancora interessante. La tesi forte, in questo senso, è che l’esistenza di una generica facoltà di linguaggio, distinta dalle miriade di lingue ben definite, possa al più darsi come condizione naturale dell’animale umano. Ma ciò che nell’uomo è naturale, non determina ciò che è propriamente umano, il suo pensiero e la sua cultura, anzi apre alla complessità, alla variabilità delle forme di vita e di relazione.
Le implicazioni sono notevoli e difficilmente riassumibili; il testo è denso di contenuti e in alcuni punti può sembrare di difficile comprensione, anche perché l’autore ci esorta dal saltare a piè pari dei paragrafi giacché, scrive, “il libro traccia cerchi concentrici di ampiezza via via maggiore intorno al proprio oggetto”. Tuttavia mantiene una chiarezza espositiva notevole, soprattutto in considerazione del tema delle riflessioni e degli autori citati, e mantiene chiaro il focus dei suoi ragionamenti anche quando affronta temi che porterebbero facilmente fuori strada. Forse il taglio filosofico-linguistico non rende a pieno la profondità dei concetti argomentati, specie nella seconda e terza parte del libro, libro che mi sento comunque di consigliare a tutti, perché può essere letto a diversi livelli. Innanzitutto riprende con chiarezza alcuni concetti su cui abbiamo già molto discusso in associazione, e dunque può servire a chi ancora sente estraneo un certo linguaggio e non riesce a farlo proprio (in questo, la formazione dell’autore e il taglio dell’opera possono, per altro, essere punto di forza); allo stesso tempo, mi sembra che l’autore estenda notevolmente le premesse alla riflessione sul linguaggio e rilanci in molte direzioni, che in buona parte riprende nei paragrafi successivi, sollecitando tante riflessioni. Forse non è necessario arrivare ad interrogarsi sulla natura umana, c’è il rischio che la riflessione diventi un po’ sterile, ma di certo il libro ha il pregio di non ridursi ad un esercizio intellettuale fine a se stesso, anzi ciascuna premessa è messa decisamente in tensione e questo mi sembra che mantenga vivo l’interesse alla lettura.
Di seguito vi mando anche l’indice del libro, in attesa che la vostra anche minima curiosità vi porti in libreria (questo discorso non vale per chi in libreria ci lavora…;-)

Prima parte L’azione di enunciare

Il parlante come artista esecutore
La sinfonia di Saussure; attività senza opera; virtuosismo verbale; cucinare e parlare; il linguaggio come fenomeno transizionale; senza copione; excursus sul teatro. La scienza e le virgolette; animale linguistico, animale politico.

Il performativo assoluto
Ciò che si dice e il fatto che si parla; comunicare che si sta comunicando; che cos’è un performativo assoluto; la struttura formale dell’enunciato “Io parlo”; per voce sola; ritualità del linguaggio, linguisticità del rito; rievocare l’antropogenesi; linguaggio egocentrico; principio d’individuazione; l’errore di Vygotskij; la parola religiosa; le lingue del culto; della preghiera; in limine;

Ripetizione dell’antropogenesi
De Martino: il farsi e il disfarsi dell’autocoscienza; Saussure: l’origine come condizione permanente; la freccia e il ciclo; apocalissi culturali.

Parte seconda Per la critica dell’interiorità

Sensismo di secondo grado. Progetto di fisionomica
Sensazioni conclusive; Enunciazione e contatto diretto; padronanza di una tecnica; percepire la proprietà di un concetto; il fisiologico come simbolo del logico; riconoscere un viso, comprendere un enunciato; la fisionomia delle parole; parla, affinché io possa vederti; l’evidenza imponderabile e il riscatto della fisiognomica.

Elogio della reificazione
Risarcimento per danni; un antidoto all’alienazione e al feticismo; pubblicità della mente; parole transindividuali; le disavventure dell’ “Io penso”; l’autocoscienza come atto linguistico performativo; confutazione dell’idealismo.

Parte terza Da sempre e proprio ora

Storia naturale
Le virtù dell’ossimoro; la disputa tra Foucault e Chomsky sulla “natura umana”; invariante biologico e orizzonte religioso; facoltà del linguaggio; irruzione della metastoria nella prassi sociale: stato di eccezione o routine; materialismo & rivelazione. Per una semiotica dei fenomeni storico-naturali

Moltitudine e principio di individuazione
L’Uno e i Molti; Preindividuale; soggetto anfibio; Marx, Vigotskij, Simondon: il concetto di “individuo sociale”; il collettivo della moltitudine.

Appendice Wittgenstein e la questione dell’ateismo
Metafisica blasfema; il sublime come forma logica del Tractatus; le ricerche o dell’ascetismo conseguente; per una critica atea di Wittgenstein

Postfazione di Daniele Gambarara
Prassi e ponesi: una precisazione incidentale; facoltà come sistema in Chomsky; facoltà distinta da sistema in Saussure; tra facoltà e sistemi: il posto della prassi; il linguaggio non è comunicazione; il linguaggio è riconoscimento; il linguaggio si fa carico della comunicazione; l’origine del riconoscimento; facoltà e sistemi all’origine; quale facoltà, allora, per questo linguaggio?; la prassi in atto: il mondo linguisticizzato; conclusione: la posta in gioco per la filosofia del linguaggio.