La cura di “pensiero” dell’oggetto

Seminario del 19.5.2011

La simmetria è una proprietà essenziale del

fantasma. Forse è proprio la simmetria il

tratto distintivo fra il sogno e il fantasma.

Uno fra i compiti fondamentali che ci attendono non può che essere quello di smascherare le imposture del discorso. La scienza potrebbe esistere senza il discorso dal quale proviene? E ciascuna scienza – l’annotazione risale ad Heidegger – non ha potuto evitare questa filiazione dal discorso.

Pensiamo alla classificazione dei disturbi mentali, alla nosografia psichiatrica, ma anche a quella psicoanalitica, che tende a risolvere ciascuna sindrome ignorando completamente il significato di qualsiasi opposizione sintomatica (anoressia-bulimia, euforia-disforia, in generale attivo-passivo, esibizionismo-voierismo, sadismo-masochismo, ecc.) e poi si limita a una pedissequa descrizione della sindrome considerata a sé stante, autonoma e indipendente dall’opposta. Questi discorsi, che sono il riflesso del fantasma d’occidente, non hanno fatto altro che fissare, anzi incatenare concettualmente le diagnosi opponendole rispetto a un’asse di simmetria bilaterale, come per l’opposizione salute-malattia, bene-male e via dicendo. Questi discorsi hanno scordato che nella lingua greca il termine farmakon designava contemporaneamente sia il rimedio che il veleno.

Questo significa sottacere del tutto il ruolo del discorso il cui dualismo è responsabile dell’opposizione stessa. Significa, cioè, non tener conto del fatto che il dualismo non è originario, ma rimanda a un ossimoro (questo sì originario) imprigionato nel fantasma materno, il quale ultimo è il vero responsabile della fissazione di ciascuna sindrome su un polo della relazione originaria. Dal vel all’aut: la psichiatria ha ignorato bellamente questo passaggio che caratterizza il processo discorsivo. E questa fissità contrassegna precisamente la nascita del discorso e di quello psichiatrico in particolare (a cui possiamo ricondurre una certa psicoanalisi).

Abel, Freud, Benveniste, Lacan (e per molti versi Jakobson) si sono confrontati sul fenomeno oltremodo interessante del significato opposto riscontrabile in molti vocaboli variamente presenti in ogni lingua, in alcuni casi svolgendo (Benveniste) una ricerca ad ampio raggio, con un’indagine etimologica che passando per la lingua greca e latina affonda nel ceppo indoeuropeo delle lingue, ma in particolare in quella egiziana dove il fenomeno appare oltremodo diffuso (scrittura geroglifica). Questi autori oscillano fra un’interpretazione puramente linguistica storico dinamica o sociologica, e una propriamente clinica del fenomeno. In tutti, ciò nondimeno, per la sopravvalutazione della linguistica, intesa come sistema formale disgiunto dal registro pragmatico della parola, possiamo constatare una difficoltà nei cogliere appieno la questione proprio a livello della clinica.

Anche Freud e Lacan, pur sganciandosi e, anzi (Lacan) criticando apertamente la pretesa della linguistica di risolvere la questione unicamente sul piano sociologico e storico, e pur sapendo intravedere alcune essenziali implicazioni cliniche, hanno continuato a considerare il fenomeno come caso particolare che soltanto può render conto di alcuni aspetti marginali del discorso. Per quanto riguarda Freud (Significato opposto delle parole primordiali, 1910, vol. VI delle Opere) egli sembra aver colto con grande precisione l’originario ossimorico cui riferire la parola, in particolare rinviandolo al sogno e dunque al racconto, benché il fatto di porre in rilievo che nel sogno un elemento possa essere rappresentato dal suo opposto sembri avvalorare quasi la tesi contraria, ovvero che la realtà cosiddetta sarebbe originariamente costituita da opposti e che, pertanto, al sogno ancora spetterebbe l’attributo di un inganno o una finzione. Per esempio, laddove ribadisce, nello scritto citato, che il sogno non conosce la negazione. Occorre leggerlo nella sua interezza, naturalmente. Ma la nostra tesi è che il sogno non potrebbe esistere senza la negazione, e la negazione (o il non è questo) anche intesa come rimozione originaria è precisamente all’origine di qualsiasi processo di parola e di pensiero, così come del sogno e del racconto.

La nostra posizione finisce per costringerci a ripensare ciascuna questione clinica, non importa quale. Il nostro riscontro consiste nel fatto che il dualismo, come l’opposizione, interessa sempre e soltanto il significato o il senso e non il significante. Il dualismo è fondato sul fatto che un polo della biforcazione semantica necessita dell’altro polo, quello rimosso o negato, proprio per rafforzarsi. Considera che il significante, poiché non è senza l’Altro, per sua natura procede dall’ossimoro originario.

Possiamo trovare nella natura una sorta di celebrazione del due originario particolarmente nel fenomeno della simmetria che interessa la maggior parte degli organismi viventi compresi i vegetali (le foglie). E’ poi curioso che, nonostante questa ostensione così diffusa della simmetria assiale, o più raramente di quella sferica, abbia prevalso nel pensiero occidentale il fantasma dell’Uno che si divide in due. Come se il pensiero (ma si tratta di quello catturato nel fantasma materno) sia stato impostato a sua volta in opposizione a qualcosa d’impossibile da formalizzare in termini di universale. Nel mondo umano, come in quello della maggior parte degli organismi animali, dagli insetti ai mammiferi, è presente la simmetria cosiddetta assiale o bilaterale. Si tratta dell’individuazione di un solo asse di simmetria che non si mantiene quando l’individuo subisce una rotazione qualsiasi. Gli scienziati non sanno spiegare la ragione del predomino di questa simmetria. Si può certamente supporre che essa sia stata dettata darwinianamente dalla necessità di assicurare una discreta padronanza sull’ambiente circostante (due occhi, due braccia, due orecchie, ecc.) cercando al contempo di economizzare l’eccessiva produzione di organi che hanno ovviamente necessità di essere sostenuti a spese dell’ambiente circostante, ecc.

Ma non si tratta ancora di un linguaggio metaforico, dell’applicazione di un linguaggio economico (o del fantasma occidentale), del prestito inevitabile di un linguaggio, come avviene e non può che avvenire in generale nella descrizione di qualsiasi processo fisico da parte dell’uomo? In generale l’ideologia che sottende l’approccio teorico delle scienze cosiddette naturali è il finalismo con tutte le deformazioni ideologiche che ne conseguono.

Potremmo forse azzardare che qualsiasi pensiero non avrebbe legittimità di esistenza se non ci fosse quella che possiamo concepire come una “pulsione alla simmetria” che lo sostiene in quanto tale? E’ forse un modo un po’ contorto di tentare un approccio alla questione. Ma per confermare la nostra ipotesi potremmo azzardare una specificazione aggiuntiva. Quale?

Distinguendo una simmetria assiale o bilaterale che orienterebbe la frase, da una simmetria circolare o sferica che sarebbe l’appannaggio della sostituzione metaforica, ovvero di pertinenza della sintassi o del nome. Per noi è comunque indubitabile il fatto che un’asse di simmetria non risulta altro che una rappresentazione della traccia, una traccia che non può mai essere già scritta o già data. La simmetria non precede la frase che la instaura rendendola Uno o la sintassi che la replica moltiplicandola all’infinito. La simmetria non può che risultare un’invenzione concettuale nonostante o proprio per il fatto di essere universalmente diffusa. La simmetria è una proprietà essenziale del fantasma. E forse è proprio la simmetria il tratto distintivo fra il sogno e il fantasma. Fra il sogno e la cosiddetta realtà.

L’ossimoro è originario e di pertinenza del sogno e del racconto. Nessun rinvio possibile all’Altro e alle infinite risorse del racconto senza l’ossimoro della parola. Se dico il profondo azzurro del cielo di questi giorni, con una simile espressione non intendo certo limitarmi a precisare un rilievo banale accordato al colore del cielo, un’eccedente sovrapposizione, una sterile attribuzione a qualcosa di soggiacente, già esistente. Esprimendomi in questo modo gravo d’ipoteca, piuttosto, la stessa esistenza del cielo. L’aggettivo profondo (e ricordo che proprio l’aggettivo “alto” è quello preso in esame da Freud per il suo valore ambiguo che nella lingua latina oscilla appunto fra alto e profondo) non vuole alludere soprattutto all’alterità imperscrutabile del cielo? alla profonda coniugazione oltre che fra alto e basso anche fra dentro e fuori o fra spazio e tempo, alla sensazione inspiegabile, ma che apre un interrogativo incessante, nella quale sono implicato nel mio essere e nella quale, inebriandomi, posso essere coinvolto fino a naufragare, per così dire, non solo nell’indeterminato del cielo ma di qualunque altra cosa?

Come annota Benveniste (citato da Jean-Claude Milner in Il periplo strutturale, Mimesis Edizioni, Milano 2009, pag. 65) la parola greca aidos designa insieme la vergogna e l’onore. Il linguista, affannandosi a presentare un’interpretazione sociologica del fenomeno in questione, finisce per non cogliere il valore dell’ossimoro originario. Si tratta del fenomeno collettivo dell’onore e degli obblighi che ne derivano per il gruppo. E si tratta, per quanto riguarda la vergogna, del cedimento di ciascun individuo sempre nei confronti dell’onore collettivo, ad esempio nel caso di una sconfitta in battaglia. Con una simile pur circostanziata valutazione storica e sociologica, l’ossimoro originario (onore-vergogna), che potrebbe aprire a un’infinita interpretazione e prestarsi a interessanti confronti, è irrigidito in un dualismo che vede un polo della relazione originaria, l’onore, in posizione di assoluta preminenza sull’altro.

Vediamo anche un filosofo, che parrebbe svolgere un’attenta denuncia del pensiero occidentale, Severino (intervistato da Fazio su Raitre) il quale, accennando al termine greco thayma, ci ammonisce che l’autentico significato di questo termine non sarebbe quello accreditato di stupore, ammirazione, cosa meravigliosa, miracolo, bensì quello di angoscia, fino al terror panico nei confronti della morte e di una vita aristotelicamente considerata mortale. Annullando anche qui l’apertura, il valore originario dell’ossimoro, per rafforzare in definitiva l’ideologia della morte.

I guai cominciano, e qui ha buon gioco la nosografia psichiatrica (che può essere a sua volta interpretata come il sintomatico proprio in relazione a ciò di cui vorrebbe occuparsi e curare), nel momento in cui un polo dell’ossimoro originario si stacca e finisce per imporsi con forza sull’altro fino a occultarlo. L’ossimoro volge a una mera opposizione cancellando l’Altro e l’apertura. E’ l’Uno che s’impone apparendo allora all’origine della divisione originaria. Anziché il due originario, è l’Uno che si divide in due. E’ l’ideologia che prende il sopravvento.