A COLPI D’ASCIA – Daniela Berera
di Thomas Bernhard
Adelphi, Milano 2000
Recensione al libro a cura di Daniela Berera
E’ proprio con l’ascia che Bernard devasta il mondo degli intellettuali senza consistenza. Implacabile, critica la società intellettuale viennese degli anni ottanta dalla quale riesce a mettersi in salvo, si presuppone mediante la scrittura. Vienna è la città dove è ambientato questo romanzo. A seguito di una rappresentazione teatrale si svolge una cena artistica nella casa di una copia di conoscenti che l’autore non vede da vent’anni. Dalla bergère, in cui l’autore è installato, con una coppa di champagne nella mano, volge il suo sguardo critico e beffardo su una società dalla quale prende le distanze. Il romanzo fu sequestrato in seguito alla querela del musicista austriaco che si riconobbe in un personaggio. Ossessivo, ripetitivo, martellante, il romanzo si snoda con una tecnica narrativa ridotta all’essenziale.Senza capitoli e con la minima punteggiatura, l’autore riesce comunque a catturare l’attenzione del lettore che in molte situazioni è portato, quasi inconsapevolmente, a identificarsi con il protagonista. Lo stesso autore ebbe a precisare che “i processi interiori che nessuno vede sono l’unica cosa interessante che ci sia in letteratura. Tutto ciò che è esteriore si conosce. Ha un senso descrivere ciò che non vede nessuno”. La paura della solitudine, probabilmente, è il motivo per il quale si sentiva costretto a frequentare quella società che tanto detestava e dalla quale non riusciva a staccarsi.
Asseriva che, a volte, si passano lunghi periodi a frequentare delle persone, poi ad un tratto, ottenuta la loro simpatia, le lasciamo andare, le detestiamo, non vogliamo più la loro simpatia, e ci chiediamo come abbiamo potuto frequentarle per lunghi periodi.Ogni romanzo di Bernhard è in fondo autobiografico anche se ogni volta pare svanire la linea di confine fra se e l’altro.
Ci parla sempre della sua questione, che è anche la nostra, di quello che pensa anticipando quanto eravamo lì lì per pensare, delle sue non certezze. La differenza consiste forse nell’aristocrazia di un pensiero, se non di un portamento, che lo porta a rischiare esponendosi e, al tempo stesso, a non avere timore nel descriver le proprie incertezze. Qualcuno potrebbe definire il carattere fondamentale della scrittura di Bernhard, un sarcasmo beffardo ispirato da un pessimismo cosmico, ma non vi è mai nello scrittore austriaco una visione del mondo che sarebbe lo sfondo ideale della sua opera. Anche il fatalismo parrebbe escluso. Bernhard alla fine tritura ogni cosa. E’ l’intelligenza di una cultura assimilata mediante la lettura approfondita, eclettica, di qualsiasi genere letterario o anche filosofico sembra impedirgli qualsiasi posizione determinata al riguardo. Inoltre è sempre possibile ritrovare, qua e là nelle sue pagine, degli spunti irresistibili che oltre all’ammirazione, ci strappano il riso. Direi, invece, che si tratta d’ironia, e soprattutto intellettuale, nel senso di un’esperienza, di vita e di cultura, vissuta intensamente, sulla pelle per così dire, che alla fine non gli consente alcuna adesione al mondo dei fatti e delle cose. Nell’ironia verso il mondo è sempre attento a includere la sua stessa persona. La conseguenza inevitabile, che rende così rara e interessante la sua opera, è che alla fine sono piuttosto i fatti, le cose del mondo e le persone, a disporsi totalmente al servizio della scrittura. Si tratta di un’opzione che infine potrà apparire estrema, se non sintomatica; quella di forzare la scrittura avendo come fine soltanto la stessa scrittura. Alla scrittura si dedica in modo implacabile, la rende quasi rozza ed essenziale, disprezzando qualsiasi elemento esornativo e lavorando, ironicamente, soprattutto sui luoghi comuni. La sua attenzione non abbandona il compito di porsi alla giusta distanza delle cose raccontate, per ritrovarle, per così dire svuotate, a un livello superiore, nella stessa scrittura. Si potrebbe constatare che Bernhard lascia che sia la stessa scrittura a raccontare. Le sue frasi si susseguono, incalzano l’una sull’altra per interi periodi, per pagine e talvolta per capitoli quando i capitoli sono previsti. Si susseguono come fossero delle travi, tagliate (appunto a colpi d’ascia) in un modo che può apparire rozzo, ma che già è sapientemente orientato verso l’incastro finale. Apparentemente le stesse, eppure gia
impercettibilmente diverse, per giungere alla frase conclusiva che appare, talvolta come il ribaltamento di quella iniziale. Al punto da toccare il grottesco e il paradossale. Oppure, nei momenti in cui il pessimismo non parrebbe lasciagli alcun scampo, e la noia contaminare il lettore fino a una possibile repulsione, possiamo ancora paragonare il corpo delle sue frasi ai segmenti che compongono una tenia. Il suo testo sembra allora inquietante, immobile o scosso da pochi sussulti vermicolari, come se, appunto, abitasse nelle interiora del mondo, una minaccia che rischia, muovendosi appena, di turbare l’apparente consistenza di un mondo statico. L’intestino con il suo contenuto richiamano il discorso ossessivo, ma con la forza della sua scrittura, Bernhard ci mostra piuttosto la possibilità del riscatto contenuta in quel discorso e, dunque la potenzialità e la carica ossessiva. In ogni caso, il suo discorso non indulge mai nell’accendersi in immagini liriche scontate e, piuttosto, incalza pagina su pagina, e per molte pagine ancora. Imperterrito, Bernhard prosegue nella scrittura come se volesse inculcarci che la nostra salvezza consiste nell’ammettere che è il mondo a stare nelle parole e non viceversa. e se così non fosse è opportuno per ciascuno che lo sia.


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