ANDEL, IL FILO ROSSO DELL’ANGELO – Gianluca Delmastro

di Roberto Ghisu
recensione di Gianluca Delmastro

 

In viaggio per un parricidio.

Parricidio = uccisione del padre?
Etimologicamente no, perché con il latino usato nel diritto romano con par si intende qualcosa di relativo ai genitori, ai parenti, a qualcuno di pari livello, della stessa comunità?
Perchè Andel ad un certo punto come in un sogno uccide il padre per poter proseguire il viaggio?
Ma Andel era in viaggio?
Andel era confuso, Andel era un angelo che viaggiava, come dice la bella storiella della nonna del film, accompagnato da un altro angelo
perché potesse accadere un incontro, perché Andel trovi.
Fin a quando Andel era un angelo, cioè un messaggero, non poteva viaggiare, perché era mandato e demandava.
L’Altro, il campo dell’Altro, la dimensione dell’Altro, la temporalità dell’Altro accompagna sempre ciascuno.
Va sempre ricordato Freud quando tenta di dire a proposito della diatriba già in voga agli albori della psicanalisi tra inconscio individuale e collettivo. La sua affermazione non chiarifica nulla ma fa intendere molto: “l’inconscio è collettivo in quanto è a disposizione di ciascuno.” Ecco l’importanza dei dispositivi intellettuali. L’Inconscio, Dio, l’Altro come operatori che ci guidano nel viaggio. Occorre che non sia un soggetto a parlare, a fare, ma che sia sempre un Altro. Niente soggetto ma solamente la soggettività, la solitudine in cui ciascuno si trova al manifestarsi dell’incontro, dell’atto mancato, del lapsus, quando un nome precipita. “Ogni giorno sei nato, ogni giorno diluire”*
Il nome come funzione di padre, come funzione di zero, come incontro nell’erranza del figlio, dell’uno, del significante. Non vi è un significato celato dietro lo scorrere dei significanti ma un significante che resiste a farsi nome ed un nome che funziona nella rimozione. “Chi resiste teme di bruciare, ma anche di essere illuminato”
Nessuna interpretazione da ricercare in quanto veritiera, nessuna analisi di un’opera d’arte, perché artistica e destabilizzante è l’apparizione dell’equivoco e della simultaneità delle cose in cui ciascuno capita che incorra.
Come occorre fare per incominciare il viaggio, per trovare l’idea, per trovare la traccia, perché non basta non cercare, come non basta vagare disordinatamente. “Quando non cerchi trovi”
Occorre la puntualità e la precisione dell’inconscio, dell’Altro e quindi occorre astrarre.
Quale la via che spazza tutte le cercate perché sempre imperfette leggi, le logore regole?
Il sogno!
Quale la via per non incontrare (come accade ad Andel) faccendieri e presunti imbroglioni?
Il brogliaccio, lo scarabocchio, l’annotazione per chi altrimenti non ricorda i sogni; notes magico da poter riprendere per il racconto del sogno.
Il sogno, il delirio, l’uscita dal solco.
“Hai cercato leggi, hai cavalcato regole, ma tutto quello che ti rimane sono i tuoi sogni”
Perché nel sogno la visione, la rappresentazione sono maschere, sono simulacri. Perché il sogno non può che portare al racconto del sogno, all’articolazione delle immagini, perché qualcosa, come diceva Picasso, si troverà, ci sorprenderà e farà sì che il viaggio cominci.
“Un fiume incontrollato di parole ed uccidi tuo padre”
Andel manifesta la necessità di non appartenere a nessuno.
“Non ti devo niente, non ti riconosco”
Andel enuncia la necessità del parricidio nell’accezione etimologica.
La trovata che scaturisce dalla simultaneità di sogno e racconto del sogno non ci appartiene, il verso del poeta non gli appartiene.
Cosa ci appartengono se non i significati, i ricordi, il patrimonio di famiglia, il partner, i figli?
Occorre il parricidio simbolico, occorre il fare, occorre lo scrivere, per alimentare il desiderio privo di oggetto ma che si sostiene facendo.
Non si può uccidere il padre, si può solamente rimuovere e dimenticare, con il nome che funziona nella rimozione e rilascia l’efficacia del suo funzionamento.
Il senso di colpa non è in relazione al fatto di aver desiderato la morte del padre o di qualcun altro, ma è riverbero di una condizione nella quale il nome del padre non funziona, ed invece di veleggiare sulle ali del significante ci sosteniamo alla zavorra dei significati.
Da riprendere quindi Lacan quando intende il nome del padre come quella condizione che occorre a ciascuno, che ciascuno occorre abbia in quanto capacità di racconto.
Così Freud nel 1915 in “Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte” – Navigare è necessario, vivere non lo è -.
L’approdo è il viaggio, quindi viaggio intellettuale ove le cose si possono solamente intendere; ma proprio perché in tensione precipitano nella precisione del lapsus, dell’atto mancato, del motto di spirito, dell’equivoco. Occorre la mano intellettuale per prendersi cura delle cose.
Altrimenti la mano del carnefice, il discorso di morte e quindi il matricidio, l’infanticidio.
Un figlio come un testo non si può avere, detenere, si può solamente adottare, accogliere.
Roberto Ghisu ha commesso il parricidio facendo questo film, non ha atteso ed ha fatto, e noi lo ringraziamo per la sua audacia.
Chi vi parla commette il parricidio, voi che interverrete qui o uscendo di qui commetterete il parricidio.
Noi come associazione abbiamo adottato il film di Roberto Ghisu per testimoniare del nostro viaggio, il viaggio intellettuale, perché l’incontro di questa sera sia per ciascuno dispositivo di rilancio intellettuale.

* [In corsivo frasi enunciate nel film dalla voce fuori campo].

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