LE CONSEGUENZE DELL’AMORE – Gianluca Delmastro

le-conseguenze-dellamoredi Paolo Sorrentino

recensione di Gianluca Delmastro

 

 

 

 

 

Film di piacevole regia, con musiche moderne ed elettroniche contrastanti ad hoc lo stile demodè dell’albergo svizzero in cui è ambientato, con una nuova originale storia.
La trama è sempre sorprendente, intessuta di vicende che si articolano, si spiegano improvvisamente ed inaspettatamente.
Film straordinario perché consente un ascolto distaccato (o meglio lo favorisce), necessario per poter cogliere qualcosa, per poter proseguire.
Un film triste, drammatico, cupo? Come ha detto chi, solito a giocarsi le visioni sul piano dell’abbaglio, lo ha giudicato brutto perché non favorente l’identificazione.
Ma la favorevole recensione di questo film non si basa su un giudizio moral-estetico, ma per quello che lascia come resto, per l’apertura che concede ad un’elaborazione teorica, alla possibilità del piacere intellettuale, cioè che qualcosa si faccia cogliere, che sia viatico perché qualcosa si dica.
Le conseguenze dell’amore quindi.
Ma di quale amore si tratta?
Dell’innamoramento per la cameriera, alla quale il protagonista fa un regalo che lo espone a grossi rischi (in primis il bluff con il direttore di banca e poi meno direttamente anche con i padrini siciliani), per poi accorgersi che la giovane ragazza potrebbe essere invece molto esperta nell’accompagnarsi ai facoltosi clienti dell’hotel?
Tutto il film è cosparso d’indizi che propongono gli accadimenti con la cameriera come la riproposizione d’un amore che parte in tempi lontani, e parte da dove partono tutti gli amori, cioè nel rapporto infantile con la madre.
L’amore, l’abbaglio, il fantasma materno.
Nel film si coglie bene come il protagonista apparentemente privo d’emozioni, di capacità d’amare la vita, di creare delle relazioni entusiasmanti, riproponga nelle ambientazioni che lo circondano, nel narcisismo in cui si trova immerso (un po’ come il cemento nel quale annegherà), l’incestuoso rapporto materno.
La Svizzera, con la sicurezza, l’ordine, la maniacale ossessione per i rituali, nel tentativo di padroneggiare l’Altro; ma anche la tristezza e la monotonia che spesso contraddistingue i suoi abitanti.
Ma di che tristezza stiamo parlando?
Della tristezza che proviene dalla mancanza di elaborazione del lutto, (occorre sempre ritornare a Freud quando sottolinea l’impossibilità che il non riuscire a riprendersi da un lutto o da una delusione d’amore, dipenda dalla gravità dell’accadimento in se, ma che sia solamente la ripetizione di un discorso di cui si caratterizza l’analizzante) dall’incapacità di giocarsi nel simbolico l’allontanamento, il tradimento della madre, e costruendo rappresentazioni di ambienti sicuri come può essere la Svizzera, o finendo in ambiti di massima chiusura come la mafia, la grande mamma, la grande cupola.
Da ricordare la frase del protagonista ai mafiosi “Mi avete rubato la vita… “, per cui il massimo gesto di protesta, cioè il suicidio.
L’abilità di correre grandi rischi (il bluff in banca, la carriera di giocatore di borsa, il finale suicidio) il voler dimostrare sempre qualcosa, anche queste rappresentazioni d’incapacità dell’unico rischio possibile: il rischio di parola.
Significativa la frase detta quando si avvicina alla cameriera “Devastanti saranno le conseguenze del sedermi a questo bancone”.
Curiosa anche la risposta quando gli chiedono perché vuole che i soldi siano contati a mano invece che con le macchinette “Perché se non ci fosse più la fiducia negli esseri umani non varrebbe più la pena vivere”; ennesimo tentativo di ricostruire questo rapporto con la madre e quando questo sembra irrimediabilmente disilluso, il fatale gesto, ma soprattutto l’ultima straordinaria convinzione: che il suo amico, che non vede e non sente da trent’anni, ogni tanto lo pensi, in conseguenza di un’amicizia permanente; assolutamente pieno fantasma materno: la mamma sa quello che voglio io e io so quello che vuole la mamma, con i seguenti discorsi di sapere e di credenza.
Sovviene il luogo comune “Io non credo a nulla, solo nell’amicizia” oppure “Come si fa nella vita a non credere a nulla, l’amore è alla base di tutto”.
Leggendo nelle recensioni e nelle interviste al regista non si colgono risposte vicine a queste tematiche ma può anche dipendere da chi, come e dove è stata posta la domanda, ma soprattutto non è nella dimensione della consapevolezza e della volontà che le opere possono essere straordinarie. Anzi è proprio da cosa rilasciano all’insaputa dell’autore materiale, da quel resto che testimonia la riuscita intellettuale, cioè che le cose non si possono scrivere ma accade che si scrivano, non si possono cogliere ma accade che si colgano.
Spesso la domanda: ma perché fare psicanalisi?
Non so quali e quante altre soddisfazioni si possono avere nella vita, ma uscire da una sala cinematografica e riuscire a cogliere qualcosa di un film come questo, essere in grado di cimentarsi nella scrittura e nella produzione di queste righe ha un piacere impagabile.
Ecco perché la riuscita nella vita può essere solamente intellettuale, ecco perché la psicanalisi attiene al lusso, quindi non ha prezzo.

Lascia un commento