LA DOPPIA VITA DI VERONICA – Valeria Ferrero

la-doppia-vitadi Krzysztof Kieslowski
recensione di Valeria Ferrero

 

 

 

 

 

 

La trama è complessa e si presta a molteplici chiavi di lettura.
La protagonista è Veronica, che viene presentata attraverso le immagini di lei bambina che sgranando gli occhi guarda il mondo intorno a sé.
Attraverso un flash forward incontriamo l’immagine della stessa cresciuta, e vediamo una giovane donna alla ricerca di apertura, che scegliendo di non sottrarsi al taglio del quotidiano arriverà ad accogliere se stessa e anche chi ha desiderio di lei.
Il personaggio non si accontenta di figure monotematiche: è alla ricerca di chi dietro ad un solo corpo riesce ad avere mille anime.
Attraverso la storia incentrata sulle vite vissute in parallelo dalla stessa Veronica, si riflette sul fatto che la ragazza salva se stessa vivendo la novità e il mutamento di prospettiva. Nelle strade che percorre parte alla ricerca di se stessa ma, rinasce, e dunque congiunge il suo passato con il suo futuro solo quando perde i confini del suo essere fatto di credenze stratificatesi lungo il corso della sua vita.
Si trovano rimandi alla figura del padre e della madre, non a caso le prime scene del film hanno come colonna sonora la voce materna. I continui rimandi all’infanzia proiettano Veronica nei ricordi, ma anche al possibile fantasma materno, quindi all’ideologia, ovvero all’idea totalizzante che si sostituisce alla parola, fulcro della creatività.
Madre che tra l’altro, sappiamo rivolgersi ad un altro: il padre, colui che si fa sostenitore del mondo simbolico di Veronica.
La realtà esterna è problematica, è imprigionata nelle convenzioni, non riesce a farsi invenzione, non sperimenta l’abuso.
Come pochi sanno fare, il regista interroga la realtà del quotidiano, descrive i momenti di vita scanditi anche nei dettagli. Le immagini si incanalano attraverso dettagli, primissimi piani, appaiano decentrate attraverso la tecnica del decradage e ci riconducono alla percezione, anche dinamica, del personaggio.
Il racconto procede attraverso tempi morti, di catalisi, ma al contempo, a tratti il tempo del racconto e della storia si velocizzano e questo accade quando la ragazza è sul filo del desiderio.
Kieslowski rende il film interessante anche nei momenti mortiferi, dove la catacresi è sospesa mediante un alone “poetico” che avvolge la pellicola. Se si osserva il lavoro da un punto di vista estetico, infatti, il film è illuminato in chiave bassa, in particolare, mantiene di base la stessa matrice di colore, restituendoci l’immagine di un infinita tela dipinta da un sublime pittore a cui non sfugge alcuna sfumatura rilevante.
La stessa Veronica è, del resto, un’artista, il suo strumento di espressione sono le corde vocali. Ma è solo quando la stessa comprende che non può rendersi schiava di un talento già consegnatole che può nascere come farfalla e non morire come crisalide; bellissima a questo proposito la metafora della ballerina, inserita nell’ultima parte del film.
“Sono qui per stupirmi”, scriveva Goethe, e a questo proposito chiudo con un dialogo del film:
-”Che cosa voglio veramente Papà?”
-”Non so. Certamente molto.”

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