Dal sogno al fantasma alla realtà. Dalla simmetria sferica a quella bilaterale

Seminario del 26.5.2011

 

 

Persino una pianta, per crescere e per rifiorire, ha bisogno dell’Altro. Così per l’uomo. L’uomo, ciò che isoliamo come tale e che crediamo di determinare chiamando essere umano, possiamo anche identificarlo a una frase la quale essendo scossa continuamente da un nome è orientata verso il sembiante. Noi non siamo che delle frasi scosse abitualmente da un nome che è il nostro sintomo e la nostra risorsa. E questa ultima è ancora soltanto una bella frase.

Dal sogno al fantasma alla realtà, per ciascuno è il percorso della vita. Ma nessun canone fissato, nessun codice già scritto, nessuna procedura già istituita che possano guidare ciascuno lungo tale percorso. Ed è un percorso da cui è assente il finalismo, se l’unica guida è l’Altro.

 

Diciamo uomo perché comunemente (aristotelicamente) nel discorso anteponiamo l’elemento di un insieme a ciascuno. Ma non esiste l’insieme già dato degli uomini, come non esiste quello delle donne. Noi possiamo dire ciascuno; è la nostra maniera di balbettare qualcosa per salvaguardare l’Altro e il sembiante con la sua singolarità e puntualità (non vogliamo certo tutelare il soggetto); diciamo ciascuno per salvaguardare le funzioni del sembiante: specchio, sguardo e voce. Ciascuno occorre che si ritrovi come oggetto.

Ciascuno è oggetto. Ciascuno è la pietra dello scandalo che non è fondamento (non è cellula, non è particella di Higgs, non è mattone fondamentale) ma è una pietra angolare, se vogliamo parodiare il vangelo. Si tratta della pietra continuamente scartata dal costruttore che ora diventa pietra angolare. E’ la pietra scartata, ovvero null’altro che la pietra che non è una pietra ma l’oggetto nella parola. Impossibile scartare la rimozione originaria che è quella della parola, che instaura l’equivoco e che non si ferma all’equivoco, la frase che procede nel racconto. La menzogna che si dissipa nel malinteso.

Se condizione è l’oggetto nella parola, se è il sembiante a introdurre la differenza, come possiamo distinguere il sogno dal fantasma e dalla realtà? Usiamo ciascuno di questi elementi (sogno, fantasma, realtà) per distinguere gli elementi stessi l’uno dall’altro. Non possiamo fare diversamente. Usiamo il fantasma per introdurre una dimensione temporale, per indicare la direzione, appunto dal sogno al fantasma alla realtà; poi usiamo il sogno per accorgerci che questo percorso non conduce ad alcuna realtà che non sia la qualità della parola. Usiamo, infine, la realtà per accorgerci che non esiste esperienza che non sia esperienza della parola e che l’oggetto resiste a qualsiasi presa. La realtà non è altro che la cifra.

 

Io alzo gli occhi e vedo l’albero davanti a me. Nient’altro che questo alzare gli occhi. Qualcuno alza gli occhi. E l’albero che compare davanti rappresenta la meraviglia del poi. Nonostante o proprio in ragione della sorpresa, l’albero era atteso in qualche modo, ma il semplice alzare gli occhi non è sufficiente per rilevare l’anticipazione della sua comparsa. Qualche filosofo nondimeno (Heidegger, per fare un solo nome, che ricorre precisamente a questo esempio in La questione della cosa, Mimesis Edizioni, Milano 2011) ha intuito che l’albero può essere anticipato, o almeno che anche l’albero trascorre nella sembianza e non dimora nel tempo lineare. Qualche filosofo è come se fosse quasi sempre in analisi e quindi parrebbe (come altre persone probabilmente) non avere bisogno di utilizzare questo strano dispositivo del divano. Che poi non è così strano se pensiamo che non fa altro che rilevare, come una cartina al tornasole, il miracolo del sembiante e presentare gli enigmi del tempo, che sono le meraviglie del cosiddetto mondo intorno. Certo, qualche filosofo a tutta questa meraviglia si è potuto avvicinare senza bisogno di ricorrere alla cartina al tornasole dell’analisi, al dispositivo.

L’analisi parrebbe rendere tutto più facilmente percettibile e più sottile. E’ un indicatore che stimola l’attenzione. Il dispositivo dell’analisi è quello di attivazione della parola, ovvero è l’attivazione dell’equivoco, della menzogna e del malinteso del racconto, essendo tale dispositivo idoneo a rilevare il sembiante.

Nell’analisi, inoltre, è tutto più sottilmente discernibile perché l’analista invece che l’albero si trova davanti, o meglio alle spalle, l’analizzante. E l’analizzante alle spalle l’analista. E’ tutto più discernibile giacché si evidenziano i paradossi; il paradosso dello spazio, quello del tempo, quello della sostanza ecc. E tutti i connettivi logici, che sono le invarianti, finiscono anch’essi per non tenere di fronte a ciò che sfugge e si sottrae nella sembianza, al confronto con l’invariante che varia incessantemente; il sembiante. L’invariante che incessantemente varia, il sembiante.

 

Per quanto il sembiante non occupi alcun posto determinato, per quanto dallo spazio prescinda e dimori nel tempo Altro, l’analista suo malgrado si trova a impersonarlo. E il malgrado vale soltanto per l’analista. Una tale personificazione vale finché vale, ma intanto funziona. Funziona perché è la cosiddetta realtà a funzionare così; una pianta che tende verso il sole, un animale che si avventa sulla preda, e così via. Il dispositivo, dicevamo, consente l’esistenza della funzione.

E’ questo malgrado che rende tutto più sottile e discernibile. Già in Freud. Ovvero, l’analista può far poco per impedirsi di funzionare per altri come sembiante, o per evitare che l’inganno della sembianza non sia smascherato, una volta che la cosa sia avviata. Prima o poi questo avviene e l’analisi segue allora il suo percorso. Il sembiante non è un corpo da incarnare ma si sviluppa nella parola, come esperienza di parola. E’ il dispositivo che lo rivela, come una cartina al tornasole. Lo rivela come risorsa e come ostacolo. Come il sole e la preda.

 

Prendiamo allora per esempio l’analista. L’analista si trova di fronte la sorpresa dell’analizzante, come il filosofo quella dell’albero. E l’analista sperimenta che l’analizzante si muove bene nella sembianza oppure avverte quando rispetto a questa l’analizzante è in difficoltà. E’ l’esperienza variegata del transfert. E l’analista diviene profeta, nel senso che risponde all’analizzante anticipandone le mosse (pur non sapendo nulla dei fatti che lo attendono), semplicemente risponde presentandogli in atto, come se ne fosse lui il contrappunto, le conseguenze del suo agire (dell’analizzante), del suo parlare. Ovvero egli anticipa, ma senza volerlo fare, tramite le funzioni del sembiante che gli consentono di individuare una direzione, restituire almeno il tono dell’evento che attende l’analizzante. L’analista sorride o ammonisce, si illumina o si rabbuia; avverte in sé la gioia che corrisponde a una trasformazione oppure la tristezza che corrisponde a un’altra trasformazione (e si tratta però soltanto di trasformazione e non del fatto). Avverte, cioè percepisce come se su di sé le riecheggiasse, le propaggini del funzionamento della sembianza nell’analizzante. Precisamente, avverte quando l’analizzante si trova nell’accrescimento, e pertanto se in qualche modo è ora disposto: se avverrà l’incontro, che è prossimo per lui, sotto l’aspetto (questo termine è da leggere esso stesso nell’equivoco, dunque anche nel senso dell’attesa) della risorsa; se si trova nell’impasse e l’incontro avverrà sotto l’aspetto della fortuna; o se si trova nell’intervallo e avverranno gli incontri sotto l’aspetto dell’avventura. Ma quando queste cose si avvertono, quasi fisicamente, durante la conversazione, significa che già qualcosa si è ribaltato. Dalla parte dell’analista non è più il sembiante ad avvertire ammonire o accondiscendere; semmai è la sua esperienza di analista. Le cose sono ribaltate e ormai al posto del sembiante si trova piuttosto l’analizzante.

Quali specificazioni possibili per questa eco stravagante che invade lo studio, per questo incrociarsi degli eventi a venire davanti all’analista sembiante? Il sembiante sorride all’evento, dicevamo qualche tempo fa. Ma di fronte all’evento può anche intristirsi. Solo che l’intristimento di fronte all’evento non è in opposizione al sorriso. Può sembrare in opposizione soltanto perché allude alla mancanza di sorriso; l’analista, sembiante e profeta, non può essere profeta di sventure. Ma anche l’evento partecipa del sembiante, nel senso che è in stretta comunione col sembiante. Ancora la simultaneità. E pertanto l’evento di cui si tratta, anche se è sempre e soltanto un ostacolo (risorsa, fortuna e avventura), non perde la sua natura di evento, per così dire, reale.

 

L’analista come uno specchio s’illumina o si rabbuia e può succedere che non sappia perché gli accade. E’ come se disponesse di un permesso speciale che gli concede l’accesso alla sembianza, per ritrovarsi nella simultaneità degli eventi. E’ quanto Lacan chiamava sapere inconscio o sapere dell’Altro. Per la formazione, vale a dire per la sua esperienza dell’Altro, è in grado di astrarre dalla linearità del tempo e, se vogliamo, di collegare il sogno alla cosiddetta realtà. E, in qualche modo, è in grado di utilizzare il fantasma per incidere sulla realtà. Poiché ha sufficientemente imparato che il sapere è dell’Altro, si affida all’Altro intuendo, per di più, che il sapere di cui si tratta non è nulla di più che un sapere profetico e che la sua prerogativa, essendo dell’Altro, è quella di prodursi quale effetto della parola. Nessun soggetto calcolante o progettante che possa avere successo in relazione al sembiante; questo sa l’analista che pertanto neppure lui dispone di ciò di cui nessuno può disporre, ovvero del sembiante. Il sapere dell’analista lo ha costretto ad abbandonarsi al sapere dell’Altro. Ha appreso che l’oggetto nella parola, il sembiante, esercita la sua padronanza non sul soggetto, ma in quanto sfugge al soggetto. Sa che la logica (del fantasma) procede dal sembiante e non può essere una logica del sembiante come oggetto.

 

Lacan annotava che l’analista risponde con il proprio essere. Ma questo modo di enunciare la questione del sembiante si presta a molta confusione. L’essere come l’avere non precedono il sembiante e forse possiamo intenderla nel senso che l’analista risponde come il sembiante, sottraendosi alla domanda per sostenerla ancora, perché è la domanda ad attivare le funzioni del sembiante. Non è l’analista a rispondere, nemmeno soltanto con il proprio essere. Anzi, l’analista non risponde, affinché il sembiante funzioni, come specchio, sguardo e voce, ossia come l’oggetto a venire che tali funzioni sono in grado di evocare.

Forse Lacan intendeva constatare che l’analista proprio non risponde, e con l’espressione “il proprio essere” intendeva mostrare il fatto che soltanto un essere che sia imprendibile è quello che può attivare l’equivoco, la menzogna e il malinteso della parola. Proprio perché e in quanto l’analista sembiante risulta imprendibile sarà in grado di suscitare il potere della parola sull’oggetto. L’equivoco, la menzogna e il malinteso sono il vero potere della parola.

Cosa può accadere durante una seduta qualsiasi? Molto frequentemente che l’analizzante occupi la seduta a lamentarsi, che esponga la propria sofferenza in modo circostanziato e minuzioso. E in che modo risponde l’analista? Non certo con quella che è comunemente definita l’empatia. Non certo confermando o addirittura rafforzando la medesima versione più o meno drammatica del fantasma che gli viene presentata. L’analista risponde alla sofferenza con la punta del dolore, oppone alla morte l’ostacolo che diviene risorsa nella parola.

 

La forma, come la simmetria, sono il risultato di una traiettoria deviata, ovvero di un sembiante schermato. Si tratta di uno schermo, quello della sembianza. E’ quanto avviene grosso modo in una pianta la quale progredisce con determinazione nella sua simmetria bilaterale. Una pianta certamente si muove verso il sole, che risulta però un sembiante schermato o mascherato poiché a noi non è dato di distinguerci così facilmente da un animale o da una pianta.

Solo il sintomo, l’equivoco di un nome che funziona, è quanto ci distingue da un animale e da una pianta. E’ ciò che fa sì che una frase risulti tale, ossia possa procedere oltre al discorso da cui sorge per approdare al racconto. L’interrogazione chiusa, o la risposta convincente, è quella a cui ci appigliamo per essere rassicurati nella nostra convinzione di poter facilmente distinguerci da un animale e da una pianta. La scienza risulta, in effetti, un’impresa gigantesca di rassicurazione.

Quali conseguenze sono provocate per gli umani forzando questo passaggio da una simmetria sferica a una simmetria bilaterale? Oppure dal sogno alla realtà? Abbiamo situato la simmetria sferica nel registro sintattico della parola e quella bilaterale nel registro frastico. Ora forse non potremmo considerare la supersimmetria come una costruzione concettuale obbligata, nel registro pragmatico della parola, a partire dalle esigenze concettuali introdotte? E’ certamente una direzione del pensiero sulla quale indagare.

Le esigenze concettuali sono senza ironia. Il tempo introduce il paradosso. Forse che la supersimmetria non è infine soltanto una simmetria cancellata? I fisici, gli scienziati in generale, non sanno volgere i loro dubbi verso l’ironia. La credenza nella sostanza (e nella simmetria originaria) contrassegna proprio la chiusura della domanda e dell’ironia.