La Babele che non approda alla Pentecoste

Seminario del 2.6.2011

 

 

non basta l’intera metafisica occidentale a

sopravanzare il valore di una tazza di caffè

 

 

 

 

Visto che questa sera siete così numerosi e che proprio domenica ricorre la festa cristiana (anche ebraica) della Pentecoste, cercherò di farmi intendere da ciascuno di voi esplorando questo complesso passaggio dal mito di Babele a quello della Pentecoste. Come passare dal labirinto, dalla confusione delle lingue, all’intendimento? Certo, questo passaggio possiamo considerarlo come metafora del percorso di un’analisi e quindi del viaggio della vita per ciascuno.

 

Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. Emigrando dall’oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono. Si dissero l’un l’altro: “Venite, facciamoci mattoni e cociamoli al fuoco”. Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. Poi dissero: “Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra”. Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. Il Signore disse: “Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro“. Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra. (Libro della Genesi 11, 1-9)

 

Leggere il passo biblico è di grande interesse perché il racconto procede proprio dal mito di un linguaggio universale che avrebbe permesso agli uomini di dedicarsi alla costruzione di una torre così alta da toccare il cielo. E’ curioso un particolare sul quale i teologi non si sono soffermati, ossia che gli uomini vogliano unirsi facendosi un nome e inoltre che la costruzione proceda nel nome di Sem, il capopopolo con il compito di guidare tutti gli altri nell’impresa. Orbene, il nome Sem in ebraico significa proprio nient’altro che Nome.

Volendo riassumere, a me non pare azzardato interpretare questo mito ipotizzando che la punizione divina si sarebbe abbattuta proprio perché gli uomini nella costruzione della torre si stavano affannando nella ricerca di un nome assoluto, ovvero del nome del nome. E confondere le lingue significherebbe allora riportare il nome alla sua autentica funzione salutare, ossia di rivelare l’equivoco che gli consente di funzionare in quanto tale. Ciascun popolo, come ciascun vivente, ha la sua lingua propria, ma questo significa soltanto che ciascuno parla nell’altra lingua, e il nome, come rende evidente qualsiasi tentativo di traduzione, non consente alcun approdo a un significato comune e universale. Se il nome comincia a funzionare, non più come nome del nome, soltanto allora gli esseri umani possono cercare di muoversi in un intento comune, seguendo un progetto, il quale non può che essere concordato sulla via del malinteso. Ciascuno parla nella lingua altra e ciascuno intende nella propria lingua. Dal mito di Babele a quello della Pentecoste. Pentecoste: è il dono della lingua, del fuoco, dello spirito che scende sul capo degli apostoli. E’ il dono dell’intendimento; ovvero, ancora il dono del malinteso.

 

Nella politica, nella scienza, nell’ideologia, avviene dappertutto che il nome del nome, quale retaggio del fantasma materno, sia rincorso e sia identificato con un maestro, con un testo comune, nella credenza in un presunto codice originario; facendo appello a un sistema dottrinale (oppure alla scuola Una), a una burocrazia generata dall’adesione a un canone prestabilito.

Possiamo dire che in tutti questi casi la traccia della parola originaria si è dissolta, si è dissolta la logica particolare a ciascuno, si è dileguata l’autorità che è della parola soltanto, in quanto altra. E si è scordato che soltanto recuperando questa traccia potrà avvenire l’intendimento. Al posto dell’intendimento sarà la burocrazia a imporsi, ossia il rituale per il rituale, nonché il finalismo del concetto. Credere che un comune intento possa conseguirsi nel nome del nome, rafforzando l’Uno e quindi per divisione dell’Uno, anziché per differenza dell’Uno da se stesso, non può evitare la ricaduta nella confusione delle lingue e nel fraintendimento.

 

La pentecoste è l’intendimento che avviene per ciascuno soltanto nella propria lingua.

Ciascuno comincia balbettando, ciascuno si sostiene sull’afasia originaria; è questa a consentirgli di parlare e poi di giungere a un intendimento. Senza afasia originaria nessuno può parlare.

Al principio, nulla possiamo dire. Questo è il nostro limite. Nulla possiamo dire intorno al nostro limite perché poterlo fare sarebbe già cominciare a parlare. Nessuno può dire quale sia il proprio limite. Gli umani non possono pretendere di definire nemmeno il proprio limite, il proprio mancare!

Per questa ragione si sono inventati quel limite estremo che è la morte. Ecco l’invenzione della morte: il limite è la morte, gli uomini sono mortali. Tutti. Ma questo limite della morte non è conoscibile, ovvero non può essere oggetto d’intendimento. Certo, sappiamo bene di non essere integri e completi. Sappiamo in qualche modo di essere limitati e sofferenti, imperfetti. Avvertiamo di mancare di qualcosa, da quando siamo nati. E allora constatiamo di essere mortali. Ci sosteniamo sull’enunciato per definire la nostra condizione. Ma siamo sicuri d’intenderci? Non ci si intende sulla certezza, che produce soltanto il silenzio, appropriato al pensiero di morte, bensì sull’equivoco in funzione che peraltro rimane tale finché non si fissa degradando nel fraintendimento. E se siamo nel fraintendimento non ci resta che litigare, ancora per evitare proprio il malinteso che ci consentirebbe l’intendimento.

Noi questo limite, della morte, non possiamo definirlo. Neppure questo estremo. Sull’oggetto non c’è alcuna presa. Se siamo nella parola, impossibile definire chi siamo, dove andiamo, da dove veniamo. Ma nel malinteso l’intendimento è l’interrogazione aperta che tale rimane. Gli enunciati delle risposte con cui definiamo la nostra condizione proprio essi sono già il nostro limite. Non c’è altro limite che non sia l’enunciato. Il limite è soltanto l’enunciato.

 

La difficoltà di questo passaggio dalla Babele alla Pentecoste non è per nulla cancellata dalla lingua universale, oggi potremmo anche dire: dal linguaggio scientifico o dai mezzi sempre più potenti di comunicazione. E’ una cosa su cui riflettere. Anzi, questi strumenti non sono proprio in grado di impedire un perenne soggiorno nel labirinto, all’inferno, senza occasione di accesso alla lingua diplomatica, quella del paradiso o dell’intendimento.

Questo passaggio non è, fra l’altro, garantito perché il tempo (ormai reso istantaneo) che si frappone tra me e l’interlocutore lontano, non basta ad assicurare che la parola non sia spazializzata. La sospensione della distanza non è quindi sufficiente a garantire l’inesistenza della parola spazializzata. E pertanto non salvaguarda dal ricadere nella tautologia, che è poi la stessa cosa della tanatologia. Solo l’intendimento, il malinteso, l’intervallo, consentono alla parola di non spazializzarsi, e di innalzarsi libera e sovrana.

 

Basta il caffè del mattino, a Marcel Duchamp, per dissipare la tautologia, e la tanatologia che è la stessa cosa. Ma cos’è il caffè del mattino se non un sorso di sembiante? Marcel Duchamp: la metafisica? tautologia. La religione? tautologia. Tutto è tautologia, salvo il caffè nero. Senza la punta inafferrabile del sembiante, senza il caffè del mattino, il mondo si accartoccia in un enunciato mortifero bloccando l’infinito rinvio nella parola. E altrettanto giustamente si può dire che il caffè nero è buono perché è sotto il controllo dei sensi quanto per il fatto che li eccita, i sensi, perché, se l’oggetto è nella parola, non può che presentarsi nella figura dell’ossimoro.

Ironia del due. Se non basta l’intera metafisica occidentale a sopravanzare il valore di una tazza di caffè, questo vuol anche dire che la tecnica (che della metafisica è il prodotto finale) non è una garanzia, né un viatico per la felicità. Le cose dimorano nella parola.

 

Dunque, non c’è prima lo spazio dell’intervallo, se l’intervallo è della parola. Quando diciamo la parola spazializzata, intendiamo allora semplicemente la parola orbata del suo intervallo e questa è immediatamente la lingua dei litiganti. L’intervallo non si frappone fra me e il mondo o il pianeta, ma è fra la rimozione e la resistenza; esige pertanto il ciascun parlante. Ciascuno dimora nell’intervallo; e questo non si può togliere, pena la parola spazializzata. Senza l’intervallo, non possono venire all’esistenza né lo spazio né il pianeta. Il sembiante è l’appiglio, ma la sua rappresentazione è all’origine di tutti i guai. La credenza che possa essere agguantato e conservato.

Risulta palese e conseguente che ci sia da confondersi anche sull’espressione che usiamo abitualmente di parola spazializzata. Inevitabilmente, dobbiamo considerarla come ossimoro anch’essa, per intenderla; questa è sempre la soluzione. Precisamente, la parola spazializzata è la degradazione di un ossimoro; è quella che considera lo spazio come un ente o sostanza e non come un effetto della parola stessa con le sue vicende. Il racconto che non sa proseguire, il racconto senza miracolo, è già parola spazializzata. Anche lo spazio è nella parola.

 

Corpo e scena, tempo e spazio: le cose vanno dal corpo alla scena, ovvero procedono dal tempo allo spazio. Kant avrebbe certamente approvato: per lui le cose procedono dall’intuizione pura (il tempo) e volgono all’intelletto (lo spazio).

Per quanto spazio e tempo siano entrambi nella parola, non costituiscono un vero ossimoro. O meglio: è la prerogativa degli umani di non riuscire a sperimentarli sempre come elementi di un ossimoro. E’ il tempo a instaurare la procedura e lo spazio ne deriva. Non: l’uno (spazio o tempo) non va senza l’altro (tempo o spazio), ma: l’uno non va senza la misura dell’altro. Per misurare lo spazio occorre intendere il tempo come durata. Questa è la condanna che pesa sugli umani. Sono condannati al contrappasso più grave di misurare sia lo spazio con il tempo che il tempo con lo spazio. La loro salvezza? Possono anche non misurare. Possono abbandonarsi alla sembianza dove il tempo non scorre…