La retorica e l’ostacolo da superare

Seminario del 9.6.2011

 

 

 

Soltanto il sembiante è individuo

 

 

Questa sera cercheremo di semplificare alcune questioni certamente un po’ intricate. Sollecitati da qualcuno fra voi, occorre precisare alcune formulazioni presentate la volta scorsa.

 

La leggerezza della retorica. Abbiamo ribadito che lo spazio e il tempo non costituiscono un vero e proprio ossimoro dato che l’impressione che lo spazio sia vassallo del tempo corrisponde a un’esperienza indiscutibile. Considerando anche la riflessione kantiana svolta nella Critica della ragion pura, la coppia tempo spazio potrebbe forse essere più agevolmente inquadrata nella catacresi, dal momento che, sia pure alquanto schematizzando, l’esperienza del tempo è per Kant un’esperienza interna al corpo che si contrappone a quella esterna dello spazio, ed è proprio nella figura della catacresi che interviene sempre il corpo (esempio, l’occhio del ciclone). Ma è ancora accettabile l’ormeggio del tempo a una presunta interiorità del corpo?

A partire da queste premesse, come abbiamo avuto occasione di ricordare, Kant finiva per ricondurre la coppia tempo spazio al rapporto fra intuizione pura e intelletto. Scostandosi da Leibniz che considerava il tempo e lo spazio come semplici relazioni fra corpi, Kant nell’Estetica trascendentale, pur considerandoli forme assolute della conoscenza, ha il merito di porre decisamente in questione il corpo inteso come sostanza.

 

Occorre allora indagare la differenza fra ossimoro e catacresi. Varrà, quale premessa, che la definizione di una qualsiasi figura retorica non può pretendere di delimitarne i confini, non può precedere la figura stessa. La retorica è originaria e non ha alcuno sfondo sostanziale sul quale dispiegarsi, non ricopre affatto un mondo reale soggiacente. A partire da qui, la retorica si presenta davvero come arte suprema della leggerezza della parola. Lo studio della retorica non è mai riuscito a svincolarsi da un’esigenza di classificazione eccessivamente formale e, specie negli ultimi decenni, nel quadro ideologico peculiare alle scienze cosiddette naturali. Ciascuna distinzione fra le figure di stile o di discorso è efficace perché ci rinvia alla differenza assoluta nella parola, ma quasi sempre si è invece inaridita irrigidendosi in un’applicazione a carattere prevalentemente scolastico e concettuale.

Lo studio della retorica, svilito da un eccesso di passione classificatoria, impoverisce e infine uccide la retorica stessa proprio perché la estirpa dal racconto. Come non accorgersi che la retorica è inscindibile dal racconto? Che essa è proprietà del racconto nel suo stesso svolgersi?

 

In quanto dimensione pragmatica assoluta, il racconto produce, nel suo esercizio stesso d’invenzione, di sostituzione e di spostamento, ciascuna differenza, ciascun soprassalto, ciascuna svolta, ciascun lampo, ciascuna novità. Il racconto si svolge e si ravvolge in se stesso producendosi in questo modo nelle invenzioni della retorica. La nebulosa originaria è il racconto, non certamente la lingua intesa come concetto. Il racconto si mantiene nell’originario, è risorsa estrema che non ha nulla dietro di sé e si pone, quindi, come l’approdo inevitabile anche per ogni riflessione teorica. La teoria si rianima e respira, trae il suo nutrimento muovendosi nei recessi del racconto.

La retorica, come avevano intuito gli antichi, è arte della persuasione non perché suggestiona l’interlocutore, ma perché non esiste altro convincimento possibile che non proceda intrinsecamente dalle figure stesse del discorso. Essa a ciascun racconto conferisce il tono dell’autenticità.

 

Inversamente, dobbiamo constatare che senza il rinvio allo sfondo del racconto è impossibile valutare qualsiasi differenza fra le diverse figure retoriche.

L’animale fantastico è originariamente animale pragmatico e infatti non è altro che la retorica a conferire al racconto la sua proprietà essenziale; quella pragmatica. Per prima cosa, perché la retorica cancellando la distinzione fra la parola e la cosa, cancella soprattutto quella fra il parlare e l’agire. In definitiva, la retorica ci offre la testimonianza che il racconto precede la realtà; che la realtà stessa procede dal racconto. Per tornare sulla vecchia e dibattuta questione: non ci sentiamo forse in grado di comporre la diatriba sul principio, quella che oppone Goethe al vangelo di Giovanni, fra l’atto e la parola, se arriviamo a constatare che in principio non è che il racconto? L’originario che non ammette origine alcuna; questo il racconto.

 

Quindi, se rinveniamo nella relazione tempo-spazio una procedura, se individuiamo una direzione in apparenza a priori, dovremmo rintracciare una particolare figura retorica a cui necessariamente saperla ricondurre, e potremo fare questa operazione soltanto differenziandola da un’altra figura.

 

Ritroviamo questa stessa condizione nella relazione originaria fra il corpo e la scena, ma in questo caso l’individuazione della figura retorica corrispondente, per noi è abbastanza agevole e nota: si tratta ancora della catacresi (il braccio del fiume, il ventre della nave, l’occhio del ciclone, ecc.). Quanto possiamo aggiungere ora è che, ipotizzando di riferire la relazione tempo spazio all’ossimoro, ciò che la differenzia dalla prima, corpo e scena, ovvero dalla catacresi, è il fatto che nell’ossimoro parrebbe non esistere un ormeggio prefissato (il corpo, o meglio una sua parte, poiché del corpo originariamente esistono, per così dire, soltanto le parti dato che esclusivamente il sembiante è individuo). Nell’ossimoro non esiste alcun possibile ormeggio stabile che lasci affiorare una sola direzione, poiché fra gli elementi di cui la figura si compone è possibile rilevare anche una direzione che si orienta nel senso contrario. O meglio, nel riecheggiare infinito dei sensi possibili suscitati da un ossimoro (esempio: un’illustre sconosciuta), dimostrazione del fatto che alle spalle a dominare è ancora il racconto, si impone l’antitesi che mantiene fra gli elementi contrapposti un equilibrio sempre instabile e che impedisce a una direzione del senso di sopraffare quella contraria.

 

Se il sembiante rimane la causa (e se, dunque, il sembiante coinvolge sia il corpo che la scena, sia lo spazio che il tempo), e se pertanto è giocoforza riferire qualsiasi traccia o direzione al sembiante, allora la differenze fra le due figure retoriche, responsabili della traccia che appare, possiamo limitarci a precisarla nel modo seguente: fra la direzione dal corpo alla scena (catacresi) e quella dal tempo allo spazio e viceversa (ossimoro) vi è soltanto una gradazione, un’accentuazione più o meno marcata del primo termine della stessa relazione, la quale si potrà presentare di volta in volta come ossimoro o catacresi.

 

L’ossimoro non è in fondo che una catacresi alleggerita dal peso (del corpo) che grava sul primo elemento di cui la relazione stessa si compone (nella metafora abusata, invece, il corpo è sempre inteso come totalità separata, come universale e non come parte in una relazione). O, viceversa, la catacresi non è che un ossimoro nel quale il primo elemento risulta appesantito. Stiamo adoperando metafore fisiche e questo ci dovrebbe suggerire una certa cautela. L’alleggerimento, in effetti, è funzione originaria, proprietà della retorica, virtù della parola, e pertanto è unicamente da intendersi come un’espressione della libertà assoluta della parola: non esiste alcuna direzione prevalente, né la sua inversa, senza ossimoro, non esiste alcuna direzione unica senza catacresi. Perciò quest’ultima è da considerarsi piuttosto come un ossimoro che si sta dissolvendo (ovvero che abbandona una direzione).

Le due direzioni dell’ossimoro: una è quella dal concetto al suo dissolvimento (al dissolvimento del corpo), l’altra è quella dal dissolvimento all’individuazione di una nuova traccia. Dalla metafora, all’ossimoro, alla catacresi. Una procedura senza alcuna direzione già istituita che non sia riferibile a quella solidificata (falsificata) nel concetto da cui si era preso l’avvio.

Dunque, nessuna distinzione fra ossimoro e catacresi che non si ritrovi a posteriori. Se il tempo non scorre, non ha una direzione prefissata. E’ la procedura che individua una direzione, non viceversa.

 

Impossibile ritrovare all’origine qualcosa come un corpo: il corpo si presenta differentemente a seconda della figura retorica che di volta in volta lo individua (cioè lo relaziona al sembiante che gli conferisce una direzione). Il corpo ciascuna volta lo si ritrova; e in analisi non si fa altro che adoperarsi, per così dire, a riplasmare un corpo affinché sia individuata una direzione, ovvero una traccia, a partire dal contrasto che dissolve la direzione contraria; contrasto realizzato mediante l’ossimoro che si manifesta nel flusso del parlare.

In analisi si parla, si procede alla scoperta dell’equivoco della parola (metafora); questo ci consente di incappare nell’ossimoro e quindi nel contrasto fra due direzioni egualmente possibili, e infine abbandonandosi al racconto si isola la catacresi (e non si tratta che di una nuova metafora) che lasci evidenziare l’unica direzione possibile, quella che ci consente di procedere nel nostro viaggio.

 

Parlando il corpo subisce trasformazioni, ovvero si manifesta per ciò che diviene in quanto corpo simbolico nella parola; esso, se vogliamo, risuscita nel sembiante, riversandosi nella relazione originaria. La trasformazione di qualcosa che fin qui era soltanto un corpo appesantito dagli enunciati o dal concetto, è qualcosa di essenziale soprattutto perché lo scioglie dal vincolo di uno spazio e di un tempo prefissati. Un corpo non occupa alcuno spazio né un tempo predeterminati, ma si muove nel tempo e nello spazio inaugurati dalle parole che di volta in volta si stanno proferendo. E’ così soprattutto noi operiamo affinché un corpo ritrovi nella parola anche la nuova direzione. Direzione verso un mondo di cose che si offrono e che non erano già date.

Il luogo comune, la prigione dei concetti che ci hanno appesantito, l’opinione, sono anche tutto quanto ci lascia indugiare nella direzione sbagliata, una direzione che è dettata soltanto dal calcolo, dalla ragione dei fatti. Al fatto tale ne è conseguito quest’altro e, dunque, questa è la direzione imposta dai fatti. Ma questa non è che una traccia rappresentata; è una direzione che ci fa entrare nel vicolo cieco, quella che ci fa volgere lo sguardo indietro soltanto. Occorre dunque la figura dell’ossimoro per dissolvere la ragione imposta dai fatti e i fatti stessi. Poi occorre la catacresi per individuare la direzione, la nuova traccia sospesa, leggera, da cui lasciarsi condurre.

 

Ossimoro, l’antitesi che comincia a tracciarsi come un vel non un aut. L’aut è imposto soltanto dai fatti, alternativa assoluta e mortale. Ma nel vel l’altalenare di tracce divergenti nella leggerezza della parola.

Infine il racconto, la catacresi: ritrovare il corpo e la scena. Se constatiamo che una direzione è tracciata dal corpo alla scena, dal tempo allo spazio, stiamo forse già dissolvendo il concetto e la metafora, ormai sterile, da cui essa si profila. Solo la retorica, ossimoro, catacresi, è efficace, giacché noi ci muoviamo sempre e soltanto seguendo il filo della direzione. E nessuna direzione valida, senza la retorica. Per ricorrere ancora a una figura, potremmo osservare che siamo costretti a muoverci come se fossimo delle creature filiformi, appiattite, giacché per vivere nel mondo, in fondo, disponiamo della direzione soltanto. La direzione è sempre altra e non dipende da noi, cioè non dipende dal nostro calcolo e dalla ragione.

La traccia che non è una traccia, ossia, che per essere efficace, non è mai tracciata a priori. E’ l’emergere di una direzione che ci orienta nel tempo e nello spazio, ma a questo originario livello di emergenza, quando si delinea una direzione, che è nella parola, non dobbiamo lasciarci fuorviare dal tempo e dallo spazio. A questo livello, il tempo si dà soltanto come ritmo e lo spazio è dissolto nell’intervallo. Quindi intervallo di tempo.

 

E’ per questa via che troviamo come l’ostacolo non costituisca affatto un impedimento rispetto al tempo e allo spazio, ma l’occasione per un superamento. Se l’oggetto è nella parola, l’ostacolo diviene risorsa e non più barriera invalicabile. Non si arrestano le acque del torrente, ma scorrono più vorticose. Se l’ostacolo è risorsa, la sua rappresentazione è invece una barriera invalicabile. Questo vale anche per il tempo. Il tempo dell’Altro nel suo fluire. Il tempo diventa barriera quando è pensato come durata, attesa di un futuro malefico o benefico che sia.

 

Con le parole si gioca più facilmente al mattino, e siccome per scrivere occorre lasciare che giochi l’equivoco della parola, di solito dovremmo scrivere al risveglio, giacché la funzione del sogno a questo ci ha preparati; è la funzione del sogno (o del racconto) che ci sollecita, appunto, a giocare con i nomi, che consente loro di funzionare in quanto nomi.

L’ostacolo è imparentato etimologicamente con il termine nemico per via di hostes, e potremmo anche osservare che si diviene ostaggi (sempre da hostes) quando vige un contratto che impone condizioni obbliganti.

La barriera ci trasforma in ostaggi dell’ostacolo. L’ostacolo di per sé, come il nemico, è una risorsa (come pure l’odio che, secondo alcuni, avrebbe ancora la medesima radice indoeuropea). Dunque, il confronto con l’ostacolo è la relazione con l’inconciliabile originario, e per noi questo non può che essere l’oggetto nella parola, il sembiante. Se istituisco un patto, ovvero mi affido sia al fantasma di padronanza che a quello di abbandono, ecco l’ostacolo trasformato in barriera invalicabile.

 

Chiedersi che cos’è il tempo significa già estirparlo dalla retorica. E conferirgli una sostanza significa fiaccare la retorica. La retorica vive nel movimento incessante; tocca l’eternità dell’istante e si abbandona al ritmo di un tempo che fluisce insieme con le figure di parola.