Dall’amore all’aggressività, l’erotismo della retorica

Seminario del 16.6.2011

 

 

L’universo è un fiore di retorica

J. Lacan

 

Noi non siamo animali aristotelici; non siamo animali politici, non puntiamo mediante l’etica direttamente al bene. Se mi è consentito esprimermi così, quasi sempre non siamo ossessionati dalla frase come lo era Aristotele. Noi siamo prima di tutto animali retorici. La culla di un sogno per ciascuno. Siamo animali che provengono da un sogno.

Quando saliamo sul tram o entriamo in un negozio, in qualunque banale situazione quotidiana ci possiamo trovare, ci comportiamo come animali retorici prima di tutto: non solo siamo divenuti esperti nel parlare in maniera retorica, ma pensiamo perlopiù retoricamente in qualsiasi situazione. Allo stesso modo rimuginiamo e fantastichiamo retoricamente.

Di primo acchito ci esprimiamo retoricamente. Non solo quando ci troviamo in ascensore con uno sconosciuto. Fin da bambini abbiamo sempre fatto così e non possiamo fare diversamente, anche perché abbiamo ciascuno il nostro carico di esperienza che senza tregua ci ricorda gli insuccessi della ragione. Invero, non possiamo fare che un’unica esperienza nella vita: quella degli insuccessi della nostra ragione scontata.

La bontà e la bellezza non precedono il racconto, la ragione autentica non può non attingere al racconto. Che anche la retorica di cui disponiamo sia scontata, e quindi ancora dipendente dalla ragione del luogo comune, non ci impedisce di tentare comunque quella via, perché in qualche modo sappiamo che è l’unica strada percorribile. Verso il malinteso che conferisce autenticità al racconto della vita.

 

In ciascun incontro, il fantasma originario di cui ci serviamo come guida si è costruito retoricamente. La relazione originaria con il sembiante è una relazione di parola che non è certo la logica a strutturare ma il gioco con le invenzioni della lingua, la retorica. Il fantasma è, per eccellenza, l’espressione singolare di una figura retorica che ha subito certamente mille trasformazioni e rivolgimenti. Se si tratta di una retorica che diamo per scontata (eh, signora mia! piove sempre, non ci sono più le mezze stagioni!), la usiamo diplomaticamente nel tentativo di accedere finalmente al racconto, ovvero alla retorica autentica in base alla quale riusciremo a far funzionare tutti i connettivi logici che sono in grado di animarci, entusiasmarci, piangere o lamentarci; anche di amoreggiare oppure di litigare. Se l’ideologia ha subordinato alla ragione la retorica, deprimendola a un frasario dei luoghi più comuni, non possiamo non avvertire abitualmente, quotidianamente, che alle spalle della ragione è in funzione una retorica originaria che affonda nel racconto.

 

Il nostro sogno prosegue nella veglia con il nostro racconto e, come Freud ci ha insegnato, è prerogativa del sogno quella di avvalersi delle figure retoriche per render conto dei rivolgimenti logici necessari per il nostro discorso. Il ragionamento freudiano sul sogno, nondimeno, teoricamente ci è utile e corretto se sappiamo almeno in parte rovesciarlo: dobbiamo cioè ipotizzare che i connettivi logici (che sono una proprietà della ragione) non siano originari, ovvero non precedano le figure retoriche che variamente tentano di renderne conto; al contrario, dobbiamo ipotizzare che ne siano una conseguenza. (A pensarci bene, per affermare che ne sono una conseguenza è ancora inevitabile che utilizziamo la ragione, precisamente che utilizziamo il connettivo causale se… allora, ossia, come dicevamo la volta scorsa, non possiamo dispensarci dall’individuare una direzione che alla prima si oppone, ma questo ci riconduce nuovamente alla retorica, all’ossimoro che ci consente anche questa operazione). Una volta isolate, estratte cioè dal racconto, le figure retoriche si agganciano subito al connettivo logico che è loro conveniente.

 

Il connettivo logico può esistere prima del rapporto fra le figure che lo esprimono? I connettivi logici, lo abbiamo già visto, esprimono la relazione originaria, disgiunzione congiunzione: il primo connettivo che qualsiasi figura retorica esprime è il non, con la funzione di specchio, sguardo e voce del sembiante. La negazione poi acquisisce lo statuto di connettivo logico quando è riferita a una sola proposizione. Ma una sola proposizione non precede il racconto, di cui costituisce un estratto, se non nel logos occidentale. Gli altri connettivi adoperati abitualmente implicano il confronto fra proposizioni e quindi suppongono l’attribuzione di un valore di verità alla proposizione. Non esiste alcuna verità che non sia l’espressione limitata di una proposizione isolata dal racconto. Essendo originario, di per sé il racconto non è mai né vero né falso. Al suo livello non c’è ancora una qualche figura retorica cui contrapporlo per stabilire un valore di verità.

Al più, una figura retorica è originaria in quanto è sempre e soltanto ciascuna figura. Ciascuna figura è differente in assoluto da ciascun altra; da qui la sua freschezza, la sua forza, vitalità. Ciascuna figura funziona retoricamente in quanto individuo. E individuo originario è il sembiante, all’origine della differenza. Ciascuna figura, quindi, non è ciascun altra. Oppure di conseguenza potrà anche essere eguale a ciascun altra: ecco il connettivo della negazione.

 

L’universo è un fiore di retorica, Lacan enunciava. Aggiungiamo che l’universo è un sogno originario che si replica variamente durante le nostre notti, un sogno dal quale, soltanto in un secondo tempo, l’intelletto estrapola le sue connessioni mediante la traduzione, delle varie figure retoriche, nella ragione della veglia. Fin da bambini, nella veglia abbiamo appreso a isolare delle figure come frasi, e abbiamo finito per considerarle invarianti con le quali abbiamo costruito i nostri sillogismi. Ecco la ragione d’occidente che quasi subito diventa anche la ragione che supporta la lingua dei litiganti. Quando la retorica, invece che procedere liberamente nel racconto, è assoggettata alla ragione. Il litigio si avvale dei connettivi logici fissati come originari.

Noi non siamo quasi mai ossessionati dalla frase come lo era Aristotele, se mi è permesso esprimermi così. Quando siamo ossessionati dalla frase allora il litigio è assicurato.

 

Il tempo è in balia della retorica, non solo viceversa. Nella lite tutto appare ridotto al presente, tutto si riduce a un presente mortifero, cioè senza apertura.

Durante il litigio è il tempo ad assumere le caratteristiche dell’urgenza, dell’indifferibile e dell’ineluttabile. Occorre assolutamente prorompere in quella frase offensiva, e il contatto diplomatico (ricordiamo che la lingua diplomatica è la lingua della retorica autentica, quella del sogno e del racconto) s’interrompe. Soppresso il tempo è il trionfo della frase, mentre la sua funzione, che dovrebbe essere quella del rinvio alla successiva per approdare al malinteso del racconto, svanisce.

Una frase contro un’altra: il fraintendimento al posto del malinteso. Allora le frasi fanno circolare un significato inesorabile e l’appello è rivolto sulla base del fatto. E’ il fatto che prende il posto della causa. Ma il fatto, qualsiasi fatto, risponde sempre a una causa deformata e mascherata, soprattutto quando è invocato come causa incontestabile. Mentre il sembiante, ossia la causa che non è un fatto, è indispensabile nel conversare perché esso conserva la provocazione e la profezia. La stessa giustizia si volge nel suo opposto; diviene tirannica e iniqua allorché è demandata alla ragione della frase contro un’altra frase. La frase produce sempre un effetto, mentre occorre giungere alla causa per accorgersi che gli effetti del sembiante si placano nella parola. Ovvero, che la causa non produce effetto alcuno.

 

Il tempo quale è inteso comunemente, quello degradato nella linearità della parola spazializzata, il passato, il presente e il futuro, non hanno alcuna esistenza fuori della proposizione logica da cui procedono e, a sua volta, questa non potrebbe esistere senza la retorica. Nella coniugazione dei tempi grammaticali del verbo, il passato è un passato prossimo oppure remoto, quindi un tempo assoggettato alla misura. Oppure è l’imperfetto o il trapassato, che sottintendono una concezione del tempo inteso come durata e quindi ancora come un tempo che avrebbe una fine. Si tratta di una retorica, quella espressa dai modi e dai tempi grammaticali del verbo, in via di possibile degradazione se considerati al di fuori del racconto.

Invece nel racconto originario, così come nel sogno, ad imporsi è la simultaneità; e, ancora, è soltanto la ragione che mi consente di affermare: questa notte ho sognato. Nel sogno, nel racconto originario, non esiste alcuna notte prima, né alcun ora cui rapportare questo prima. Nel racconto autentico, come nella vita, i tempi del verbo possono accennare soltanto alla misura e alla durata, e lo fanno in modo equivoco: si presentano piuttosto come un artificio retorico. E tali non dovrebbero forse restare?

 

L’universo è un fiore di retorica. Cominciamo dal fiore o dall’universo per spiegare? Non potremmo dire forse altrettanto giustamente: il fiore è un universo di retorica? Dal momento che a questo livello, che è quello della retorica e del sogno, il fiore non è ancora quella parte infinitesima di un universo che lo sovrasta. La retorica per spiegare l’inspiegabile: ovvero per spiegare ancora la retorica. Ma gli umani preferiscono di solito adornarsi con proposizioni alle quali di buon grado attribuiscono valori di verità che ritengono saldi e definitivi.

Il discorso è l’erotizzazione del racconto. Perché il godimento può coinvolgere l’universo intero. L’erotizzazione del fiore o dell’intero universo è soltanto il risultato della scelta di troncare il racconto. L’interruzione del racconto comporta già un’erotizzazione, se il racconto che si interrompe è racconto rappresentato, differenza rappresentata.

Nel litigio, poi, la retorica discorsiva è sostenuta adoperando figure, per così dire, secondarie o marginali: ellissi, iperboli, metafore abusate (compresi gli insulti), come una parodia che rimarca l’impossibile appello al sembiante. Quel sembiante che invece non sopporta attributi, come i poeti del Dolce stil novo avevano perfettamente intuito.