Il rapporto omosessuale

Seminario del 30.6.2011

 

 

 

L’omosessuale, avendo sconfessato

il padre, avendolo lasciato da parte

congelato nell’ideale, è costretto

alla posizione di un figlio eternizzato

 

 

Come non esiste l’insieme degli uomini così non esiste l’insieme delle donne. Anche sotto il profilo clinico è più corretto rivolgere la nostra attenzione alla donna come ciascuna. Ciascuna donna è confrontata con la sessualità: con la parola. Da parte di Freud l’invenzione della sessualità ha portato all’occasione di annotare – potremmo dire, con un gesto di ironia – che esiste una sola libido, quella maschile. Per indicare che la libido, che sorge soltanto nel campo dell’Altro, non può essere contrassegnata da alcun genere.

 

Il genere maschile o femminile si presenta come un colpo di rimbalzo; lo possiamo ritrovare soltanto a partire dalle vicende del significante fallico, che non è altro che il significante al quale può sostenersi il fantasma di padronanza. Un significante provvidenziale, poiché è in grado di tener conto simultaneamente del distacco e della congiunzione con l’oggetto originario. Il fallo è il significante che inaugura la possibilità dell’amore senza scartare l’odio originario. E’ inoltre il significante che inaugura la distinzione fra maschile e femminile, pur mantenendosi sul piano della combinazione nella parola, senza ancora quello squilibrio relativo alla distinzione algebrica di valore fra i sessi di cui sarà responsabile il fantasma di padronanza. In realtà, il fallo non è ancora il significante che sancisce il predominio di un sesso sull’altro, del maschile o del femminile; al contrario, richiama con insistenza la loro combinazione sempre aperta al paradosso. Il fallo preserva la traccia della parola (è, dunque, anche il significante della rimozione originaria) pur essendo coinvolto nel rapporto con l’oggetto.

Heidegger avrebbe forse potuto dire che proprio il fallo è il significante che rappresenta la differenza ontologica, inaugurando la distinzione e rinnovando la combinazione fra l’essere e l’ente.

 

A partire da tali premesse, nell’indagine da parte di Freud sulla sessualità femminile (e in seguito sulla scelta omosessuale) il primo paradosso che si profila è rinvenibile nel fatto che egli pare trovarsi costretto a rintracciarla sulla base del fantasma maschile di passività nei confronti del padre. Noi situiamo la passività e l’attività come i contraccolpi che marcano il primo installarsi del fantasma di padronanza, nel tentativo di assumere il fallo. Insistiamo sul fatto che entrambi i sessi possono essere coinvolti da questo evento. Ribadiamo che per entrambi la differenza assoluta, dunque la questione sessuale, originariamente, non può che situarsi nella parola.

 

La questione della sessualità femminile e quella della scelta omosessuale sono dunque correlate alle vicende del fantasma di passività verso il padre, ma questo fantasma ovviamente non può essere ancora contrassegnato dal genere. E’ nelle vicende successive di questo fantasma originario che possiamo distinguere una posizione maschile da quella femminile.

Soprattutto in Freud la questione del genere parrebbe essere rinviata alla questione edipica e quindi, per quanto concerne la nostra clinica del sembiante, alla logica della nominazione. Alla tripartizione, ovvero alla questione del nome, del significante e dell’Altro. L’enigma della sessualità non può che essere ricondotto all’enigma della nominazione. Sarà per l’accentuazione di qualcuna tra le funzioni del sembiante che potremo configurare qualsiasi differenza di genere. Non possiamo fare diversamente. Se ci riferiamo al significante fallico, dovremmo pertanto saperlo intendere come il significante che è in grado di mantenere aperta la tripartizione del segno. Il significante fallico non è il significante dell’Uno che si divide in due, non è il significante quale prefigurato nel mito dell’androgino, del maschile e del femminile che si originano per partenogenesi, anzi per mitosi. All’origine non c’è il serpente circolare, l’ouroboros, la completezza o il tutto che si divide in due metà, ma la differenza assoluta nella parola. Il significante fallico è il significante che è differente da sé e che è in atto, in quanto tale, nel confronto con l’oggetto imprendibile, nella parola. Si specifica come significante fallo perché mantiene nell’apertura la relazione con l’oggetto.

 

Proprio il fallo, che è sempre eccentrico e muta di posto, esprime con forza l’impossibilità di una rappresentazione del sesso, l’inesistenza del maschile e del femminile. Se il fallo è il significante originario della differenza, allora è da prendere concretamente come ciò a partire da cui si instaura la stessa differenza fra un esterno e un interno (fra un soggetto e l’oggetto), anche se la differenza originaria sembra procedere da un avere oppure un essere il fallo.

Avere o essere il fallo è la questione femminile per eccellenza, come ha variamente notato Lacan, ma ora occorre intendere questo essere o questo avere; rispettivamente, questo incarnarsi nel proprio corpo del fallo oppure questo andare a ricercarlo nell’Altro, come ciò che è all’origine, non della differenza assoluta, ma della differenza di genere maschile o femminile. Avere o essere il fallo è il modo in cui si gioca il fantasma di padronanza, la passività o l’attività (il soggetto e l’oggetto) in relazione al padre, ovvero in relazione al nome. E’ ciò che avviene nel tempo che Freud qualifica come edipico contrapponendolo a quello precedente, preedipico, in cui il bambino è piuttosto giocato nell’alternativa tra esserlo o non esserlo (essere o non essere il fallo per la madre, ovvero per l’Altro). Anche questo movimento si chiarisce, nella nostra logica della nominazione, considerandolo propriamente come il passaggio dal due al tre. Non è che l’avvio della tripartizione del segno.

Come dire che soltanto un soggetto (il soggetto, che è sempre prigioniero dell’ouroboros) potrà considerarsi affetto dal genere. Travolto nella mascherata del maschile e del femminile, quando il terzo della relazione è fissato.

 

All’origine non c’è alcuna distinzione fra le cose e quindi nemmeno fra i corpi; fra quello del bambino e della madre, fra quello del padre e del bambino; la distinzione è successiva e potrà avvenire a opera del fantasma. Affinché il bambino percorra la sua via, affinché il bambino, che ancora permane in ciascuno di noi nella relazione con gli altri, possa realizzarsi, occorre che il fantasma di padronanza si allenti e non si fissi, occorre cioè che il bambino (l’adulto) non sia irretito nel pensiero di poter afferrare e dominare l’oggetto nel campo dell’Altro. E’ soltanto per via dell’Altro, facendo funzionare il nome in quanto nome, e il significante in quanto significante, che le cose saranno in qualche modo agguantabili dagli umani. Nella logica della nominazione le cose si rivelano sempre per quello che sono: come una rappresentazione del sembiante. E nella logica della sessualità avere l’oggetto desiderato implica saper giocare il significante fallo senza doverlo rappresentare.

 

Ciò che definiamo omosessualità, in particolare l’omosessualità femminile (ma a questo punto potremmo dire, parafrasando Freud, che l’omosessualità è sempre e soltanto femminile) è dunque caratterizzata da una complicazione in relazione al funzionamento del nome. Il padre ideale non può funzionare come padre, ovvero come nome. Se il padre non è rigettato in quanto ideale, la scelta sessuale verso qualunque uomo pur presentando qualche difficoltà (vedi discorso isterico) e rincorrendo un godimento sempre precario, rimane in qualche modo ancorata all’Altro. Mentre nel discorso omosessuale, o nel rapporto omosessuale, dove il padre in quanto ideale è sconfessato (la Verleugnung freudiana), assistiamo alla regressione verso una posizione pre-edipica. Un ritorno che è reso possibile dalla permanenza o dal congelamento dell’ideale pur rigettato e, nel caso dell’omosessualità femminile, lasciando scaturire il godimento in relazione a un nome giocato nella sostituzione incessante, evitando l’accesso alla frase.

 

Ora la questione appare più semplice: una volta che il padre è sconfessato, la posizione di figlio può essere mantenuta soltanto in relazione alla madre. Ma può esistere ancora un figlio, oppure una figlia, in relazione a un nome che non funziona? Può non ridursi a una maschera? Il figlio esiste per definizione soltanto in relazione a un nome che funziona in quanto nome (a questo può corrispondere il nome del padre quale è stato teorizzato da Lacan), quindi esiste soltanto come significante, ovvero in gioco nel registro della frase. Potremmo concludere che, nel caso della scelta omosessuale, il posto del figlio è conservato al prezzo di una finzione; con l’abito di una finzione (oltre la finzione del maschile e del femminile, oltre il gioco del bambino e del genitore) che frequentemente può eccedere in una vera e propria mascherata allorché il partner è chiaramente identificato di volta in volta, secondo i casi, come padre e come madre. E di scorcio, non possiamo ora esimerci dal constatare che questo è molto frequentemente anche il destino della coppia cosiddetta etero o normale.

Il partner è la madre o il padre chiaramente identificati come tali, di volta in volta rappresentati. Il nome del padre (cioè il nome) non funziona se non in questa continua alternanza fra padre e madre. L’omosessuale, avendo sconfessato il padre, avendolo lasciato da parte congelato nell’ideale, è costretto per qualche verso alla posizione di un figlio eternizzato.