La logica singolare e triale

Seminario del 14.7.2011

 

 

 

 

Il tempo è soltanto nel fare. Non può essere pertanto attribuito alle cose.

 

Senza la traccia nessun debutto è possibile. Le cose non cominciano dal nulla, per esempio dall’istante dello sguardo, non si svolgono nel tempo per comprendere, che è la temporalità prigioniera del concetto. Le cose si fanno nel tempo, il tempo non ontologico, non oggettivo, ma pragmatico, e quindi che fluisce anziché durare. Il tempo dura nella frase? Certo, ma nella frase che s’interrompe introducendo la circolarità. E’ il significato attribuito alle cose a renderle durevoli e mortali.

L’istante dello sguardo può essere eterno. E dura soltanto un istante. Cioè, l’istante è assurdo senza la frase. La frase senza la pausazione è la ricaduta nel discorso, è la dialettica innalzata al rango dell’oggettività.

 

Impossibile aderire alla realtà, un’assurdità credere di aderire alla realtà togliendo la musica dalla parola e dal racconto! Assurdo avvalersi della prosa come strumento, non solo per definire, ma per accostare la realtà. E il discorso occidentale è finito a degradarsi, tranne rare eccezioni, tramutandosi nel discorso della prosa. Togliere il ritmo alla parola significa sottrarle la sua risorsa, renderla sterile, rendere vuota e convenzionale la sua retorica originaria; togliere alla parola la rapsodia significa contrapporre la sfortuna e il male alla fortuna, o quantomeno lasciare che a governare sia il discorso del caso, il caso cosiddetto; togliere alla parola la melodia significa condannarsi alla monotonia della vita, alla vita mortifera intesa come durata.

Mentre i greci, al contrario, non potevano immaginare alcun testo che fosse privo del metro; alcun testo senza ritmo, senza rapsodia e senza melodia. La parola senza modulazione e senza tempo, senza pausazione, per loro era impensabile.

 

Più in generale, è impensabile che la voce possa essere estirpata dalla logica e dalla ragione come invece è avvenuto. La logica risulta insensata, decade a una logistica, senza l’Altro e senza la voce. Senza tempo la logica smarrisce la rara proprietà di essere assoluta e trascendente; e la condizione affinché lo sia è la voce e il tempo dell’Altro. La logica esige la scrittura, ovvero il pragma. Altrimenti, come poi è avvenuto, sono la logica proposizionale o quella predicativa a prendere il sopravvento.

Una logistica, ossia una logica senza tempo, dove i connettivi logici perdono il loro valore di provvisorie invarianti che traggono origine soltanto dall’equivoco del nome, per divenire le invarianti del discorso. Così la logica, senza il sembiante, si riduce a una sillogistica. La logica necessita del tempo dell’Altro. Il connettivo logico è sempre singolare, soltanto riferibile al punto vuoto, al sembiante. Aprendo alla trialità del sembiante. Così funziona. Altrimenti diventa universale e rappresentato, non può più funzionare risultando catturato nel discorso. Il connettivo logico non può funzionare una volta espunto dal racconto, ossia tolta la voce.

In occidente il nome del nome ha reso sterile la logica, questa splendida invenzione, che procede dal nome funzionale. La logica è in definitiva l’invenzione che tiene conto del nome funzionale, trae origine dalla consapevolezza che è la parola ad agire.

Invece, nella logistica è sempre un soggetto (fosse pure il soggetto grammaticale) a compiere l’azione nella presunzione di poter rendere conto della dimensione pragmatica della parola, che in realtà oblitera. Nella logistica, invece che la parola, ad agire è sempre il soggetto. Potremmo dire che se dobbiamo al cristianesimo l’invenzione della parola originaria, troviamo nei primi filosofi greci la consapevolezza del nome funzionale. Una logica originaria non ancora deprivata dalla poesia, dal racconto.

Oggi, nella clinica del sembiante, la nostra logica non può che essere singolare e triale. Le logiche ridiventano pragmatiche e varie, non rincorrono più l’isolamento dottrinario, le scuole, i compartimenti, le confraternite, sulla base di un supposto codice soggiacente, dipendente dal nome del nome.

Privata del tempo, la legge si presenta come codice e l’etica come morale. Senza tempo, il godimento diviene imperativo, obbediente alla morale anziché al desiderio.

 

Senza scrittura sarebbe possibile l’apertura? Ecco l’invenzione della logica che allora non può che rinviare all’invenzione della scrittura.

L’espunzione della voce conduce alla spazializzazione della parola, alla rappresentazione del tempo che diviene durata. La simultaneità del sembiante che impedisce al connettivo logico di fissarsi nel tempo, e lo costringe a restare nell’apertura, è assicurata dalla voce. La voce buca in effetti la rappresentazione. Come opera la voce? Preservando la simultaneità e quindi sollecitando ciascun nome a funzionare. Sciogliendo il connettivo logico fissato e costringendolo a far emergere in primo piano un nuovo nome. Un significante che può fissarsi come nome: una nuova logica. Ma questa è anche l’operazione propria alla scrittura. L’invenzione del sogno è anche questa. Possiamo dire che nel sogno ad operare è la voce, mentre l’immagine funziona da connettivo logico provvisorio. L’immagine del sogno corrisponde al connettivo logico della veglia e viceversa. Il connettivo logico manifesta tutta la sua precarietà (e, proprio per questo, il suo valore) soprattutto nel racconto, nel sogno (come Freud ha dimostrato). Anzi, è il racconto che lo fa esistere come connettivo logico.

In genere, i pensatori occidentali hanno invece preteso di far funzionare i connettivi logici estirpandoli dalla poesia e dal racconto. Il principio d’identità, quello di non contraddizione e quello del terzo escluso, già con Aristotele sono stati estirpati dal racconto, per rafforzare ogni dualismo, a cominciare da quello materia spirito e di seguito tutti gli altri, promuovendo il concetto di sostanza oltre che quello di soggetto.

 

Hanno creduto di poter supplire all’assenza della voce con il nome del nome, con l’identità per controllare lo specchio, con il guardare per controllare lo sguardo. Ma lo specchio e lo sguardo sono accordati soltanto dalla voce. La voce, affinché la logica sia un’espressione dell’esperienza della vita per ciascuno. La logica appare allora come il tentativo di mettere in forma il malinteso e solo se rimane tale è efficace. Non scartando il paradosso, ma fondandosi su esso proprio per evitare il fraintendimento.

 

L’esperienza della vita, il percorso della nostra vita, è narrazione. L’esperienza della vita si scrive. Il compimento di questa scrittura dell’esperienza è, nel registro del nome o della sintassi, la legge; nel registro del significante o della frase, l’etica; e nel registro pragmatico l’esperienza analitica, che dunque non può essere separata dalla vita, dall’esperienza di vita.

In modo specifico, senza la voce nessuna esperienza della clinica è possibile. Il problema della formazione non può che essere ricondotto a questo: scrittura dell’esperienza nel registro sintattico, frastico e pragmatico.

L’analisi richiede l’assenza di presenza. E’ per promuovere questa assenza che l’analista si mette alle spalle dell’analizzante? Forse intendeva qualcosa di simile Freud quando confessava di non sopportare la presenza del paziente in faccia a lui. Senza la voce in primo piano, nessuna assenza, nessun incontro e nessuna invenzione.