Nulla è prima

Seminario del 21.7.2011

 

 

 

Con la locuzione di differenza ontologica, in filosofia si individua la distinzione possibile fra l’Essere e l’Ente. Questa espressione, che rinvia a problematiche ontologiche risalenti all’antica filosofia greca poi riprese dalla Scolastica , è variamente utilizzata nella filosofia contemporanea, in particolare da Heidegger per marcare l’irriducibilità dell’Essere a qualsivoglia ente, fosse pure supremo e perfettissimo. L’essere, annota Heidegger, non è l’ente: in tale formulazione apparentemente elementare è fondamentale il ruolo svolto dalla copula è, che distinguendo l’essere dall’ente nondimeno ne manifesta la fondamentale relazione. La differenza ontologica non è, infatti, una condizione di separazione; essere e ente sono inscindibilmente legati e l’essere è solo in quanto si manifesta nell’ente. Tuttavia da tempo, secondo Heidegger, come conseguenza in particolare dello sviluppo della metafisica, il pensiero ha perso la capacità di porre attenzione a questa differenza; l’uomo tende quindi a considerare l’Essere come un puro e semplice niente (posizione che si identifica col nichilismo). Ne consegue la riduzione dell’ente stesso a semplice-presenza, cioè a oggetto della manipolazione arbitraria dell’uomo, il quale per così dire perde di vista l’essenziale conducendo la propria esistenza nell’inautenticità.

In realtà, anche l’uomo stesso è un ente, per meglio dire un esserci, cioè l’ente in cui l’essere “ci è”; la capacità di pensare la differenza ontologica riveste quindi un’importanza fondamentale anche per l’uomo stesso dal punto di vista della sua condizione esistenziale.

 

Quali sono le critiche che possiamo rivolgere a siffatta formulazione del problema della differenza? Se la situiamo a livello della parola originaria, la differenza ontologica si dissolve in una differenza assoluta, questo lo abbiamo già frequentemente rilevato, ma possiamo notare come, anche la differenza della quale vorremmo occuparci questa sera, quella fra il nulla e il niente, risulti precedere quella fra essere ed ente. La differenza fra essere e ente è resa possibile dalla cosa, ma se la cosa è ospitata dalla parola, allora non può che risultare caratterizzata dalla negazione (dalla rimozione originaria); essa risulta inattingibile e inafferrabile strutturalmente, e non solo (come Heidegger ha voluto insistere nel denunciare) per un processo politico e storico di degradazione del discorso pertinente alla metafisica occidentale. Sappiamo le distorsioni ideologiche che ne sono conseguite, e l’adesione di Heidegger alle ideologie politiche ritenute capaci di ritrovare questo senso autentico e trascendente dell’essere, come il nazismo. E non solo ai suoi occhi.

Effettivamente, la differenza fra il nulla (se vogliamo, dalla parte dell’essere o dell’esserci) e il niente (se vogliamo, dalla parte dell’ente), sembra soltanto ricoprire in modo pertinente quella che l’ontologia, la scolastica in particolare, hanno sempre considerato come originaria, appunto quella fra l’essere e l’ente. Ma è un’illusione.

Tra l’altro, rien in francese (e per quanto mi consta soltanto in questa lingua) è precisamente la derivazione etimologica dell’accusativo latino rem. Ma come è potuto avvenire questo ribaltamento? Rien è semplicemente la cosa negata, ma la cosa non può esistere prima della sua negazione, che vale sia a renderla come la stessa, la cosa stessa (identità), sia la stessa cosa, cioè la stessa in quanto altra da sé (rinvio). La negazione, la rimozione originaria, la parola originaria, rende indistinta e infine pregiudica l’esistenza di qualsiasi differenza ontologica. Le cose sono nella parola, non prima né dopo la parola. Emergono nella parola.

Per Heidegger, non aver considerato la differenza assoluta, che è la differenza pragmatica nella parola, è valso ad accogliere una concezione ideologica le cui conseguenze politiche e sociali sono state, come è noto, devastanti. In sintesi; la provvidenza che si tramuta nel destino, un destino per questo catastrofico e, aggiungiamo noi, la cancellazione del niente che, da pleonasmo nella parola, inesorabilmente vaga appunto alla deriva annientando ogni cosa. Il nulla che si risolve nella nullificazione, il niente nell’annientamento.

 

In Sartre, fedelissimo allievo di Heidegger, che centra la sua riflessione sulla coscienza:

 

La coscienza, per esser se stessa, deve nullificare il suo essere, l’identità con se stessa, la sua “inseità”, il suo “essere in sé”. L’essere della coscienza pertanto dev’essere nulla, nel senso che deve continuamente “nullificarsi” per essere; l’essere della coscienza anzi consiste nel suo “nullificarsi” continuo, nel suo trascendersi, nel suo porsi al di là di se stesso. (L’essere e il nulla).

 

Sartre annota, in modo assolutamente pragmatico, che la questione del nulla può aprire alla dimensione trascendente interrogando l’ente, ma poiché non situa il nulla nella parola, finisce per ricadere nell’ontologia:

 

Il nulla, essendo nulla d’essere, non può venire alla luce che in virtù dell’essere stesso. E viene infatti all’essere ad opera d’un essere singolare, l’essere dell’uomo, l’Esserci. La realtà umana, l’Esserci, è l’essere in quanto, nel suo essere e per il suo essere, è il fondamento unico del nulla nel seno dell’essere. (L’essere e il nulla).


Possiamo dire che la riflessione sul nulla che tanto ha impegnato e influenzato la filosofia contemporanea, è la necessaria conclusione di una resa dei conti dell’ontologia, accostando sempre più la dimensione pragmatica dell’esistenza. Nondimeno, l’incertezza di una concezione del tempo ancora lineare e inteso oggettivamente non ha consentito di cogliere l’importanza del nulla con le sue implicazioni operative. L’intervallo della parola, per esempio, oppure lo zero. Come invece intuisce Peano, lo zero è precisamente quel pleonasmo del nulla che, applicato all’aritmetica, le consente di funzionare in quanto tale.

 

Non ho nulla da dire. Oggi proprio non ho nulla da dire. Come rispondere all’analizzante che esordisce con queste parole? E’ poi curioso che queste parole siano pronunciate assai di frequente soltanto da chi ha appena iniziato il viaggio, quasi sempre nel corso delle prime conversazioni. Da parte dell’analista, che non obbedisce a un codice prestabilito, non è dovuta ovviamente alcuna risposta, ma una cosa dovrebbe per lui essere indiscutibile. Dovrà considerare una fortuna il fatto che nel discorso dell’analizzante abbia fatto la sua comparsa proprio il nulla.

Un nulla importante, perché si tratta di un nulla particolare, come tutti i nulla che ci escono dalla bocca quotidianamente, ogni volta che conversiamo. Non voglio nulla. Non penso a nulla. Non ho da dire nulla, non se ne fa nulla, o semplicemente: no. Si tratta allora di comprendere la sua importanza, tralasciando il nulla assoluto o ontologico dei filosofi. Nulla da dire, vorrei dire, anzi ci sarebbero moltissime cose da dire, ma non è questo. Non riesco proprio a dire ciò che manca al mio dire. Non riesco a dire nulla di quello che vorrei dire. E’ una fortuna perché mi accorgo che questo proprio deve la sua esistenza soltanto al superfluo. Che l’oggetto è in effetti imprendibile. Che quello che davvero è necessario è proprio il superfluo. Ciò che cancella il questo, il tutto, e lo rende finalmente soltanto ostacolo. Nella parola. Niente è il colmo del pleonasmo, di cui il tutto costituisce una parte. E ciò la dice lunga sul non, sulle fonte e sulla ragione della parola.

 

Nessuna tecnica per far dire quello che non si riesce a dire, soltanto la cura del superfluo. Nessun codice cui conformarsi: il codice è la morte del diritto, il codice non può esistere prima del diritto che corrisponde alla legge della parola, la legge che è la sintassi del racconto. Il codice, il codex, la coda, è il diritto che diviene circolare, il diritto, diventato uoboros, che divora se stesso, il sintomo, ma anche l’impasse, che non sanno più suscitare il racconto. Con il codex, ciascuna rivoluzione, che è della parola, si tramuta in renovatio, restaurazione. Anche il fare diviene al massimo un affaccendarsi.

Oggi non ho proprio nulla da dire: perciò, finalmente, sarò costretto ad attenermi alla sintassi e alla frase, finalmente sono nella condizione favorevole per inventare. Ecco la regola della libera associazione. Occorre il nulla affinché le cose comincino, oltre il cominciare.

Nulla è prima. Ci si può innamorare di una simile frase, così essenziale ed enigmatica. Egualmente plausibile pare qualsiasi sentiero che possiamo imboccare nella riflessione per tentare di renderne conto. Divertiamoci a sondare alcuni percorsi possibili.

 

Questa frase è adatta a siglare l’ossimoro originario. Ossimoro o catacresi o qualsiasi figura retorica. Se l’ossimoro è originario non può non includere il tempo. Prima è nulla, nulla è prima. La frase non è preceduta dall’articolo determinativo: non si tratta di un qualche nulla, dato che non esiste la sostanza del nulla.

Esiste tuttavia la possibilità del determinativo ed è perciò che essa è aperta all’equivoco. Allora è funzionante in questa frase l’equivoco: nulla è prima, ovvero prima di ogni cosa c’è il nulla, ma anche: nulla viene prima.

Inoltre, non c’è la prima volta, poiché non c’è che il nulla al posto del prima. E’ il prima a dissolvere la sostanza del nulla, e, senza il nulla, il prima sarebbe catturato nella possibilità di un inizio della durata. Se le cose sono nella parola, le cose non hanno inizio né fine. Nella parola: al posto dell’inizio il nulla.

La varietà del nulla caratterizza anche il modo in cui le cose cominciano, ma non prima della parola. Del nulla che non è prima dell’inizio, se nulla è prima. Le cose scaturiscono dal nulla (anche Severino diceva qualcosa di simile), ma il nulla non è fuori dalla parola. Il nulla è una qualità delle cose che cominciano nella parola e nella parola si compiono. Ma nulla è prima significa anche che le cose non cominciano da qualche parte. Nulla al di fuori del corpo e della scena, del cielo e della terra della parola. Le cose emergono nella parola.

 

E le cose si concludono nel nulla, quindi non finiscono. Nulla è dopo. La varietà del nulla è anche il compimento.

Vogliamo essere corretti argomentando intorno al nulla? Dovremo prestare attenzione a non scartare mai il paradosso e la contraddizione, come invece hanno sempre tentato di fare i filosofi ingarbugliandosi. Dobbiamo cioè prestare attenzione a non togliere la rimozione originaria, la parola, o la negazione, e le sue conseguenze. Non dobbiamo affermare nulla che non sia equivoco, che non si risolva in una menzogna, per concederci di proseguire nel malinteso.

 

Nulla che non stia né nel corpo né nella scena. Questo è il limite della parola, ma non il limite dell’umano. Il nulla non è che il bordo della parola, la rimozione e la resistenza in funzione. Nulla fuori della parola. Nulla che non stia né in cielo né in terra. Siamo consapevoli che stiamo balbettando. Ma occorre prendere l’avvio dal balbettio. Il corpo non deve essere un corpo e la scena non deve essere una scena, se situiamo entrambi nella parola originaria. Il corpo e la scena, soltanto per individuare una direzione, la traccia della parola che ci consente d’inventare.

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