La sessualità e il nulla

Seminario del 28.7.2011

 

 

 

Nulla che definitivamente sia detto, inesorabilmente detto. Ciascuna cosa può ricominciare a dirsi. E allora proseguiamo. Abbiamo detto: in principio è la parola. E’ una menzogna. Poi abbiamo anche detto: in principio é l’azione. E abbiamo accentuato la menzogna.

Sembra che gli umani non riescano ad ammettere di non avere che un accesso pragmatico alla verità. Si affannano a voler costruire le loro frasi ben tornite e le gabbie dei concetti con l’illusione di averla catturata. Senza la voce e senza il malinteso, senza la frase che non si concluda con un punto, senza la frase cui sia concesso procedere nel ritmo del racconto, nessuna verità è possibile attingere. La verità, occorre l’Altro perché possa fare la sua apparizione. Ma la varietà delle cose, le cose stesse non possono emergere senza l’Altro.

 

Pertanto, noi decidiamo di accordare la nostra preferenza al primo enunciato, e aggiungiamo che se la parola si staglia sul proprio principio, questo vuol dire che la parola non è un ente. Per questo è al principio. La parola non ha nulla cui opporsi, nessuna realtà, nessun mondo che la preceda e al quale si possa sovrapporre. Impossibile, pertanto, rispondere alla domanda, cosa sia la parola. Per questo la scegliamo come principio. Occorre che la parola non si consolidi nell’ideale e qualsiasi enunciato è suscettibile di diventare ideale.

 

A questo punto, già la prima contraddizione: la parola, certo, è al principio, ma è l’oggetto a condurre sempre il gioco. E’ proprio l’oggetto a spodestarla, a vanificare le sue pretese di padronanza e compiutezza. Senza l’oggetto protagonista, la parola si contrapporrebbe a un ente soltanto, sarebbe perfettamente definibile: noi saremmo imprigionati nel dualismo di un mondo che finirebbe per impattare su se stesso. L’elemento terzo della nostra riflessione clinica e logica, l’Altro, adempie appunto a questa funzione: l’Altro dissolve il dualismo introducendo senza tregua l’indistinzione e la nuova separazione fra oggetto e parola. Introduce la varietà e fa in modo che la parola possa volgere alla cifra. Trae la parola verso la qualità. La realtà, il movimento, la parola stessa, si riducono a nulla senza l’Altro. Nulla di un altro nulla, se la parola è al principio.

 

Ora anche il nulla è valorizzato. Infatti, occorre il nulla che fa funzionare la parola e la parola occorre che sia il nulla. La parola non può non incontrare il nulla e non può non sostenersi sul nulla. Il nulla è nella parola. Non il margine della parola sull’orlo di un altro nulla.

Impossibile, quindi, dire della parola, impossibile dire del movimento, della realtà, senza incontrare il nulla. Impossibile dire qualcosa della parola. Per questo l’abbiamo scelta come principio. Proprio perché la parola non significa nulla che la preceda, non significa. E allora non ci resta che raccontare.

 

E’ un’assurdità affrontare la questione della sessualità, o dell’omosessualità, senza comprendere il ruolo svolto dall’ideale. Al contrario; non c’è proprio null’altro su cui indagare.

Un frammento di una conversazione. E’ una giovane che parla dei suoi rapporti che sembrano sempre più difficili con il compagno con cui vive da diverso tempo.

 

Si è avvicinato, ha cominciato a baciarmi. E’ sempre così, io mi irrigidisco, qualcosa di demoniaco s’impossessa di me. Mi sottraggo e la cosa finisce lì. Non che mi dispiaccia il suo approccio, dopo mi pento sempre del rifiuto che ho opposto, anzi talvolta mi eccito ripensando a lui. Come posso fare?

 

Già, come fare se è l’ideale a bloccare? Se l’ideale fissandosi impedisce il movimento?

Le cose stesse non possono emergere senza l’Altro. L’ideale non si limita a rappresentare le cose o il mondo, la cosiddetta realtà. L’ideale le cose le immobilizza, non consente loro di emergere, le rende impossibili. Senza il nome funzionale, ossia il nome nell’Altro, l’ideale mantiene in funzione soltanto il nome del nome, e paralizza il mondo. Anche la sincronia o la diacronia sono il risultato della cancellazione della simultaneità. La simultaneità è una virtù del sembiante, cioè lascia che le cose compaiano nell’Altro, che l’oggetto si profili in quanto oggetto nella parola.

 

Rispondere: ma perché non compie lei il primo passo? perché non è lei a prendere l’iniziativa? E’ un intervento che può avere risvolti interessanti, ma certo non è ancora sufficiente. Varrebbe semplicemente a rispondere con una proposizione contraria, saremmo ancora intrappolati nel registro frastico della parola. Non sarebbe poi diverso dal consiglio banale che possiamo leggere in un manuale qualsiasi di psicologia cognitivo comportamentale. Quale effetto avrebbe, però, un simile intervento? Una sorta di cortocircuito in grado di mettere in questione l’interpretazione dell’intera sequenza dei gesti, del movimento dell’approccio con cui si svolge l’incontro. Ancora nessuna evocazione del nome funzionale e quindi nessun ricorso all’Altro della parola. Ancora nessun equivoco che possa rinviare all’Altro del racconto, che è il solo in grado di suscitare il desiderio e il movimento.

 

Tuttavia, un simile intervento mette in questione il fatto, porta almeno a spostare la questione, provoca una sorta di dissoluzione del fatto in apparenza incontrovertibile che qualcosa non funzioni. Contro lo scoglio apparente della realtà dei fatti, almeno è il nulla che interviene a bordare il registro frastico della parola. E l’effetto di un intervento come questo è proprio il nulla. Perciò, un tale intervento è in qualche modo sintattico, mette in questione il movimento avendo messo in questione la direzione verso cui la significazione era orientata e irretita, e la prima conseguenza é la dissoluzione della proposizione nella quale il soggetto era impigliato e dipendente. Il risultato è almeno la cancellazione della proposizione e del soggetto. Poiché il soggetto è sempre e soltanto il soggetto di una proposizione. Questo genere di intervento, diciamo, ha almeno il vantaggio di aprire una questione. Come se dopo ciascuna proposizione enunciata potesse ora aggiungersi il punto interrogativo.

Questo il primo passo. Il nulla è precisamente questo effetto di dissolvimento provocato nella proposizione ad opera di una proposizione contrastante. E’ un nulla operativo, certo; ovvero un nulla che costituisce il terreno di coltura di una sessualità che ancora non riesce a emergere nel racconto. E’ il nulla dell’impasse che ora può cominciare a volgere verso la fortuna, o verso l’incontro fortunato, per riprendere un’espressione che dobbiamo a Lacan.

 

La posizione dell’analista è quella per cui l’esperienza lo conduce alla quieta consapevolezza che soltanto dall’Altro giungono le risorse, la sessualità e il desiderio. Che questo nulla di cui avrà fatto la piena e ricorrente esperienza è ormai giunto a valere per lui come un nulla che è niente se al di fuori dell’Altro e del racconto. L’esperienza gli avrà dovuto insegnare che pulsionale è il Due e non l’Uno; e il nulla vale allora come cancellazione dell’Uno. Il Nulla diventa ancora una volta la condizione della varietà che è una proprietà dell’Altro.

 

E’ l’ideale a impedire il movimento. Il movimento per cui è piuttosto l’oggetto a fare la sua apparizione davanti a ciascuno di noi. Forzare questo movimento con l’agitazione oppure con l’immobilità, con il passare all’azione o con l’attendere, con l’affaccendarsi oppure con il rinvio, è ancora la diretta conseguenza di questo ideale congelato. In tale caso, nessuna alternativa fra essere rimbambiti o indaffarati.

La sessualità emerge dal nulla di un confronto fra proposizioni contrastanti. Evocazione dell’oggetto, del sembiante, che libera la frase dissolvendola. Non vi è alcuna sostanza, tanto meno sostrato fisiologico, organico, della sessualità.

 

E’ proprio intorno a questo nulla che insiste la domanda femminile, possiamo anche rievocare l’annotazione lacaniana che: in amore si dà ciò che non si ha. E la donna esige proprio questo nulla quale condizione imprescindibile dell’apertura. Inoltre, registriamo una precisa affinità fra questo nulla, su cui si fonda la relazione d’amore, che mira a dissolvere la gravezza del rapporto, e il nulla intorno a cui ruota e insiste la domanda anoressica. Anoressia intellettuale, ovviamente, particolarmente femminile, vale a dire di chi ha già compiuto il passo di affidarsi unicamente alla sintassi, dopo che il conflitto sostanzialista fra le proposizioni contrastanti si è dissolto. Dopo che il registro frastico della parola, insieme a se stesso ha dissolto l’erotismo.

E’ la punta di questo “nulla” a renderci più perspicaci, accodandoci all’intuizione femminile, nel distinguere l’erotismo dalla sessualità. E, in merito, se gli uomini ne sono colti di sorpresa, le donne invece parrebbero dimostrarsi più avvertite. L’erotismo si configura come chiusura, anche se dal genere maschile non avvertita come tale, mentre la sessualità è il modo di far fruttare questo nulla.

A far innamorare è proprio un nulla: un batter d’occhi, un gesto appena abbozzato, una rinuncia. Una rinuncia che, per una donna, può valere quanto l’oro del mondo.

 

Secondo la visione maschile, dal nulla non si estraggono prodigi ma soltanto dei mali incurabili come attesta il mito del vaso di Pandora. Ma è la stessa Pandora a riaprire il vaso per lasciare che ne fuoriesca la sola virtù che non si era potuta liberare: la speranza. Se la curiosità femminile è ritenuta tanto pericolosa e fonte di tutti i mali, è perché questa curiosità è già intrinsecamente sessuale. E’ il nulla da cui scaturisce la sessualità. Ed è la paura del nulla, dell’imponderabile, a spaventare gli umani.

 

Dal nulla la sessualità. Proprio perché essa interviene quando il nome è in funzione. Potrebbe presentarsi la sessualità (nella relazione originaria, altrimenti è l’erotismo) senza il parricidio? Il parricidio: quando il nome funziona come nome. L’omosessualità fallisce ed è il modo comune d’intendere il rapporto, proprio perché si pretende di farla funzionare in assenza del parricidio. Senza il parricidio nessuna sessualità. Lacan chiamava l’omosessualità perversione, pére-version, versione del padre. Volendo indicare probabilmente che l’omosessualità non è che la versione più normale e diffusa della sessualità, quella per cui il nome si blocca identificato a un padre, e non è più nome funzionale. Pére version, ossia versione unica e bloccata del padre.

 

Se siamo nella parola, non ci resta che agitarci nella parola, ma agitarsi nella parola allude già al tentativo di imboccare la sola strada possibile, quella che la conduce alla cifra. L’agitazione preclude la sessualità. Il nulla dell’amore da cui può sorgere la sessualità è quello per cui il destinatario non si differenzia dal destinatore, quella per cui non è più il soggetto ad agitarsi, a pretendere o comandare.

E’ l’oggetto a tenere saldamente le redini dell’incontro, non il soggetto. Nessuna strategia, pertanto, nei confronti dell’omosessualità o della sessualità in generale. Piuttosto fare in modo che il sintomo possa tornare a manifestare le sue risorse.