<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
		>
<channel>
	<title>Commenti per Tracce Freudiane</title>
	<atom:link href="http://traccefreudiane.com/wp/comments/feed" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://traccefreudiane.com/wp</link>
	<description>Associazione culturale - Torino</description>
	<lastBuildDate>Thu, 07 Oct 2010 12:23:56 +0000</lastBuildDate>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.3.1</generator>
	<item>
		<title>Commenti su Il simbolismo sessuale nel sogno di Gianluca Delmastro</title>
		<link>http://traccefreudiane.com/wp/archives/107/comment-page-1#comment-3949</link>
		<dc:creator>Gianluca Delmastro</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Oct 2010 12:23:56 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://traccefreudiane.com/wp/?p=107#comment-3949</guid>
		<description>Metafora, metonimia, catacresi.

Una piccola ricerca su questi tre termini porta a precisare che sono figure retoriche, cioè, come riporta una definizione: qualsiasi artificio nel discorso, volto a creare un particolare effetto sonoro o di significato. L&#039;identificazione e la catalogazione delle figure ha creato fin dall’antichità problemi di base agli studiosi di retorica.

Innanzitutto si ribadisce anche in questo campo l’impossibilità di classificare ed identificare, che i discorsi sono infiniti, cioè che ogni discorso è singolare.
Ritorna di primo acchito ciò che accadeva a Charcot, con le sintomatologie che si confondevano l’una con l’altra, sia perché le malattie avevano sintomi in comune, ma anche perché ogni malattia non era ontologizzabile, non manifestava sempre gli stessi sintomi. Di conseguenza il chiedersi come fare a differenziare una malattia dall’altra e quindi proporre per ciascuna la cura, ma soprattutto: quando si parla di malattia di cosa si sta parlando?
Oggi in apparati psico-assistenziali nessun intento di elaborazione teorica su queste sintomatologie ma dibattimenti e discussioni su un caso clinico per decidere se il soggetto in questione sia isterico, ossessivo, paranoico, schizofrenico, borderline, ecc..e quindi somministrare lo psicofarmaco, la risposta, la frase, l’ordine da propinare all’utente in questione.
L’identificare, il catalogare, dunque operazioni frastiche, revisionistiche, dicotomiche, atte strategicamente a far fuori l’Altra possibilità, l’Altro, a tagliar via la precarietà, la punta d’angoscia della Parola Originaria.
Cosa accade nella strettoia angusta della sospensione occorrente per relazionarsi senza nessun sapere su un ipotetico discorso psicotico, o comunque con qualsiasi simile? 
Accade l’inedito, la novità, l’incontro, il miracolo di una conversazione che diventa efficace, piacevole, narrativa, imprenditoriale.
Le cose accadono e proseguono senza possibilità alcuna di volontà e responsabilità soggettuale. Le cose accadono e si dicono da se, oltre noi stessi.
L’ipotetico dominio a cui porterebbe una classificazione, una normalizzazione, un’analisi soggettuale degli oggetti, delle cose, dei simili, del mondo, del linguaggio inteso come strumento, porta anche a pensare di poter riprodurre il naturale e quindi creare l’artificiale.
Quanto spettacolo oggi, tutto va reso spettacolare: riverbero di un discorso frastico, quantitativo, di un discorso ossessivo non più alle prese con esplicite manie, ma che essendo nella posizione “dell’Uno” vuole fare l’originale a tutti i costi, vuole fare numeri mirabolanti, vuole essere un campione per perpetuare il discorso della copia originale, vuole essere il primo per consolidare “l’Uno”. Va oltre la timidezza proponendo l’esibizione, la sfilata: pensate al fenomeno del nudisti, dei naturisti che si può trovare d’estate sulle spiagge. Va a caccia di primati e di record per poter stare nell’ordinalità della scalata. Il record, la registrazione del primato, abbagliato dal pensare che per ricordare occorra tenere le cose sott’occhio e resistere alla rimozione, che tramite il ritorno del rimosso e la sua fecondità, la sua secondità originaria gli consentirebbero invece la memoria del gerundio, di poca cosa certo rispetto al memorabile, spettacolare ricordo che si troverebbe ad abbandonare!
Va in crisi di fronte alla smisurata vastità di una biblioteca, alla scelta di infiniti viaggi possibili, perché non può terminare la sua raccolta, perché non potrà vedere tutti i paesi del mondo; così opta per essere lui famoso ed essere visto da tutto il mondo, oppure si limita a specifiche raccolte per completare le quali diventa perfezionista.
Anche l’isteria ha perso l’enfasi dei sintomi plateali offerti a Freud e Charcot. L’isteria, avendolo idealizzato, non pensa di padroneggiare l’oggetto, e passa quindi da uno all’altro con facilità di rimozione, cercando continuamente qualcosa di nuovo. Essendo nella parte dello zero vuole sempre ripartire da zero, vuole fare le rivoluzioni. I numeri non sono ordinali ma cardinali in quanto metaforicamente sono sigle, sono nomi che si danno a dei punti, a delle cose che consentono di dire: “è questo - non è quello”; pensate a certe chiacchiere infarcite continuamente da: “io sono così, lui è così, mio figlio è così, tuo marito non è così”. Ecco il discorso isterico inteso come sintattico, come la mappa, il corpo, lo scheletro, la struttura, i punti cardinali che consentono o che hanno consentito il viaggio.
Nelle faccende della vita sa farci molto di più perché non rappresenta l’oggetto. Ecco perché, come già diceva Lou Salomè ne “Il mio ringraziamento a Freud” il discorso isterico (tendenzialmente la donna) è per l’imprenditoria, mentre quello maschile ossessivo può portare con più facilità alla poesia, all’arte. L’isteria sa che occorre giungere all’abbandono, ma fa la furba ed abusa della rimozione adoperandola come atto soggettivo. “Sono brava a rimuovere e quindi continuo a rimuovere, con questa arma sempre mi salverò!”, non lascia spazio alla resistenza, al silenzio che apporterebbe quella punta d’angoscia di cui s’accennava precedentemente, dove il nuovo viene scalzato dall’imminenza dell’inedito.
Non giungere all’abbandono ma abbandonare porta all’impotenza, all’infertilità, all’inconcepimento, all’intolleranza.
Trovarsi ad abbandonare, giungere all’abbandono ove l’energia si rivela solamente potenziale; nella sospensione onirica il propellente per galleggiare è fornito dall’Altro, è l’Altro, è la gravità assoluta, in un “non spazio”, in un “non tempo” dove le cose giungono per abduzione.
Abbandonare come abbandonare le cose a metà, come proseguimento di un discorso che vede l’energia trasmissibile, bloccata, nascosta, immagazzinabile, risparmiabile; un discorso dell’induzione che rispolvera la deduzione invece che aprire all’abduzione. 
Rispetto all’ossessivo stratega militare l’isteria è tattica, prende le decisioni in atto, ma non coglie che il programma che lei scarta non è l’obiettivo militare. Lei sta scartando la scrittura come dispositivo che minerebbe quel soggetto tanto nascosto ma tanto forte, tanto ambizioso, tanto assassino. Il programma è necessario, si scrive facendo, così come la scrittura dell’esperienza. Senza scrittura non vi è l’apertura, la generosità e si cade nell’altruismo crocerossino.
Perpetuando la prolissità della fuga rispetto alla prolissità della parola corre il rischio del prolasso, della caduta, va incontro alla lussazione invece che al lusso, al plus ultra, all’inedito.
Nello scappare imbocca la scappatoia invece che accogliere la strettoia, l’angustia della Parola originaria.
Per essere generosi occorre l’inedito, perché, come diceva Lacan, per amare il simile occorre dare quello che non si ha: l’ascolto. Lasciare che sia l’Altro a guidare l’interlocutore alle prese con le peripezie, con le acrobazie, con le difficoltà dell’articolazione delle sue presunte questioni.
L’efficacia e la generosità di un testo è nella sua ineditabilità; ciò che è edito è un pretesto per il testo che è sempre ancora da scriversi per ciascuno. Non la rivendicazione, il capriccio “voglio godere ancora!”, ma “andiamo avanti, continuiamo perché c’è ancora da dire, da fare, da programmare” come incipit sulla prua della Nave dei folli. 


Impossibile separare e distinguere nettamente le innumerevoli figure retoriche.
Dicendo Luigi è un leone, e quindi facendo una metafora, non è poi così diverso da Luigi è come un leone, con cui farei una metonimia.
Anche l’etimo è simile: Metafora = io trasporto; Metonimia = qualcosa che ha che vedere con il trasporto.
Molto dipende dal come vengono pronunciate le frasi, e appunto il perentorio verbo dell’io trasporto da l’idea del troncamento isterico, mentre qualcosa che ha che vedere con da l’idea della leziosità che consente di girare ossessivamente in tondo.
Così come la guerriera isterica vuole essere la più bella del reame e fa fuori le contendenti, vuole essere migliore delle donne che la hanno preceduta; mentre l’ossessivo (la parte per il tutto, come una vela per indicare la barca) vuole essere l’unico al mondo.
Catacresi invece = abuso; già da subito l’intendimento di metafora abusata, che accade senza volerlo: quindi sulla via del lapsus, dell’atto mancato, dell’incontro.
Giungere quindi al sogno, alla catacresi e non sognare, volere, fantasticare qualcosa, abusare di qualcosa.
Sognare attività necessaria a ciascuno per gli accadimenti, per gli incontri, per il miracolo.
Del sogno nessuna interpretazione possibile, nessun appagamento di desideri inconsci, ma il sogno come condizione rilanciante un desiderio intorpidito piuttosto da troppo appagamento, da un’indigestione di godimento.
Ecco perché dopo un troppo mangiare si viene attanagliati dal sonno: perché il sogno, con il suo procedere inconscio possa riaprire la strada del desiderio, ove l’oggetto non è rappresentabile, non è fagocitabile.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Metafora, metonimia, catacresi.</p>
<p>Una piccola ricerca su questi tre termini porta a precisare che sono figure retoriche, cioè, come riporta una definizione: qualsiasi artificio nel discorso, volto a creare un particolare effetto sonoro o di significato. L&#8217;identificazione e la catalogazione delle figure ha creato fin dall’antichità problemi di base agli studiosi di retorica.</p>
<p>Innanzitutto si ribadisce anche in questo campo l’impossibilità di classificare ed identificare, che i discorsi sono infiniti, cioè che ogni discorso è singolare.<br />
Ritorna di primo acchito ciò che accadeva a Charcot, con le sintomatologie che si confondevano l’una con l’altra, sia perché le malattie avevano sintomi in comune, ma anche perché ogni malattia non era ontologizzabile, non manifestava sempre gli stessi sintomi. Di conseguenza il chiedersi come fare a differenziare una malattia dall’altra e quindi proporre per ciascuna la cura, ma soprattutto: quando si parla di malattia di cosa si sta parlando?<br />
Oggi in apparati psico-assistenziali nessun intento di elaborazione teorica su queste sintomatologie ma dibattimenti e discussioni su un caso clinico per decidere se il soggetto in questione sia isterico, ossessivo, paranoico, schizofrenico, borderline, ecc..e quindi somministrare lo psicofarmaco, la risposta, la frase, l’ordine da propinare all’utente in questione.<br />
L’identificare, il catalogare, dunque operazioni frastiche, revisionistiche, dicotomiche, atte strategicamente a far fuori l’Altra possibilità, l’Altro, a tagliar via la precarietà, la punta d’angoscia della Parola Originaria.<br />
Cosa accade nella strettoia angusta della sospensione occorrente per relazionarsi senza nessun sapere su un ipotetico discorso psicotico, o comunque con qualsiasi simile?<br />
Accade l’inedito, la novità, l’incontro, il miracolo di una conversazione che diventa efficace, piacevole, narrativa, imprenditoriale.<br />
Le cose accadono e proseguono senza possibilità alcuna di volontà e responsabilità soggettuale. Le cose accadono e si dicono da se, oltre noi stessi.<br />
L’ipotetico dominio a cui porterebbe una classificazione, una normalizzazione, un’analisi soggettuale degli oggetti, delle cose, dei simili, del mondo, del linguaggio inteso come strumento, porta anche a pensare di poter riprodurre il naturale e quindi creare l’artificiale.<br />
Quanto spettacolo oggi, tutto va reso spettacolare: riverbero di un discorso frastico, quantitativo, di un discorso ossessivo non più alle prese con esplicite manie, ma che essendo nella posizione “dell’Uno” vuole fare l’originale a tutti i costi, vuole fare numeri mirabolanti, vuole essere un campione per perpetuare il discorso della copia originale, vuole essere il primo per consolidare “l’Uno”. Va oltre la timidezza proponendo l’esibizione, la sfilata: pensate al fenomeno del nudisti, dei naturisti che si può trovare d’estate sulle spiagge. Va a caccia di primati e di record per poter stare nell’ordinalità della scalata. Il record, la registrazione del primato, abbagliato dal pensare che per ricordare occorra tenere le cose sott’occhio e resistere alla rimozione, che tramite il ritorno del rimosso e la sua fecondità, la sua secondità originaria gli consentirebbero invece la memoria del gerundio, di poca cosa certo rispetto al memorabile, spettacolare ricordo che si troverebbe ad abbandonare!<br />
Va in crisi di fronte alla smisurata vastità di una biblioteca, alla scelta di infiniti viaggi possibili, perché non può terminare la sua raccolta, perché non potrà vedere tutti i paesi del mondo; così opta per essere lui famoso ed essere visto da tutto il mondo, oppure si limita a specifiche raccolte per completare le quali diventa perfezionista.<br />
Anche l’isteria ha perso l’enfasi dei sintomi plateali offerti a Freud e Charcot. L’isteria, avendolo idealizzato, non pensa di padroneggiare l’oggetto, e passa quindi da uno all’altro con facilità di rimozione, cercando continuamente qualcosa di nuovo. Essendo nella parte dello zero vuole sempre ripartire da zero, vuole fare le rivoluzioni. I numeri non sono ordinali ma cardinali in quanto metaforicamente sono sigle, sono nomi che si danno a dei punti, a delle cose che consentono di dire: “è questo &#8211; non è quello”; pensate a certe chiacchiere infarcite continuamente da: “io sono così, lui è così, mio figlio è così, tuo marito non è così”. Ecco il discorso isterico inteso come sintattico, come la mappa, il corpo, lo scheletro, la struttura, i punti cardinali che consentono o che hanno consentito il viaggio.<br />
Nelle faccende della vita sa farci molto di più perché non rappresenta l’oggetto. Ecco perché, come già diceva Lou Salomè ne “Il mio ringraziamento a Freud” il discorso isterico (tendenzialmente la donna) è per l’imprenditoria, mentre quello maschile ossessivo può portare con più facilità alla poesia, all’arte. L’isteria sa che occorre giungere all’abbandono, ma fa la furba ed abusa della rimozione adoperandola come atto soggettivo. “Sono brava a rimuovere e quindi continuo a rimuovere, con questa arma sempre mi salverò!”, non lascia spazio alla resistenza, al silenzio che apporterebbe quella punta d’angoscia di cui s’accennava precedentemente, dove il nuovo viene scalzato dall’imminenza dell’inedito.<br />
Non giungere all’abbandono ma abbandonare porta all’impotenza, all’infertilità, all’inconcepimento, all’intolleranza.<br />
Trovarsi ad abbandonare, giungere all’abbandono ove l’energia si rivela solamente potenziale; nella sospensione onirica il propellente per galleggiare è fornito dall’Altro, è l’Altro, è la gravità assoluta, in un “non spazio”, in un “non tempo” dove le cose giungono per abduzione.<br />
Abbandonare come abbandonare le cose a metà, come proseguimento di un discorso che vede l’energia trasmissibile, bloccata, nascosta, immagazzinabile, risparmiabile; un discorso dell’induzione che rispolvera la deduzione invece che aprire all’abduzione.<br />
Rispetto all’ossessivo stratega militare l’isteria è tattica, prende le decisioni in atto, ma non coglie che il programma che lei scarta non è l’obiettivo militare. Lei sta scartando la scrittura come dispositivo che minerebbe quel soggetto tanto nascosto ma tanto forte, tanto ambizioso, tanto assassino. Il programma è necessario, si scrive facendo, così come la scrittura dell’esperienza. Senza scrittura non vi è l’apertura, la generosità e si cade nell’altruismo crocerossino.<br />
Perpetuando la prolissità della fuga rispetto alla prolissità della parola corre il rischio del prolasso, della caduta, va incontro alla lussazione invece che al lusso, al plus ultra, all’inedito.<br />
Nello scappare imbocca la scappatoia invece che accogliere la strettoia, l’angustia della Parola originaria.<br />
Per essere generosi occorre l’inedito, perché, come diceva Lacan, per amare il simile occorre dare quello che non si ha: l’ascolto. Lasciare che sia l’Altro a guidare l’interlocutore alle prese con le peripezie, con le acrobazie, con le difficoltà dell’articolazione delle sue presunte questioni.<br />
L’efficacia e la generosità di un testo è nella sua ineditabilità; ciò che è edito è un pretesto per il testo che è sempre ancora da scriversi per ciascuno. Non la rivendicazione, il capriccio “voglio godere ancora!”, ma “andiamo avanti, continuiamo perché c’è ancora da dire, da fare, da programmare” come incipit sulla prua della Nave dei folli. </p>
<p>Impossibile separare e distinguere nettamente le innumerevoli figure retoriche.<br />
Dicendo Luigi è un leone, e quindi facendo una metafora, non è poi così diverso da Luigi è come un leone, con cui farei una metonimia.<br />
Anche l’etimo è simile: Metafora = io trasporto; Metonimia = qualcosa che ha che vedere con il trasporto.<br />
Molto dipende dal come vengono pronunciate le frasi, e appunto il perentorio verbo dell’io trasporto da l’idea del troncamento isterico, mentre qualcosa che ha che vedere con da l’idea della leziosità che consente di girare ossessivamente in tondo.<br />
Così come la guerriera isterica vuole essere la più bella del reame e fa fuori le contendenti, vuole essere migliore delle donne che la hanno preceduta; mentre l’ossessivo (la parte per il tutto, come una vela per indicare la barca) vuole essere l’unico al mondo.<br />
Catacresi invece = abuso; già da subito l’intendimento di metafora abusata, che accade senza volerlo: quindi sulla via del lapsus, dell’atto mancato, dell’incontro.<br />
Giungere quindi al sogno, alla catacresi e non sognare, volere, fantasticare qualcosa, abusare di qualcosa.<br />
Sognare attività necessaria a ciascuno per gli accadimenti, per gli incontri, per il miracolo.<br />
Del sogno nessuna interpretazione possibile, nessun appagamento di desideri inconsci, ma il sogno come condizione rilanciante un desiderio intorpidito piuttosto da troppo appagamento, da un’indigestione di godimento.<br />
Ecco perché dopo un troppo mangiare si viene attanagliati dal sonno: perché il sogno, con il suo procedere inconscio possa riaprire la strada del desiderio, ove l’oggetto non è rappresentabile, non è fagocitabile.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Commenti su L’interlocuzione erotica di Gianluca Delmastro</title>
		<link>http://traccefreudiane.com/wp/archives/67/comment-page-1#comment-3948</link>
		<dc:creator>Gianluca Delmastro</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Oct 2010 12:11:33 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://traccefreudiane.com/wp/archives/67#comment-3948</guid>
		<description>Uno scantonamento che è venuto specificandosi con interesse nella serata è stato quello del bordo, del confine tra corpo e scena.
Interessante proporre fobie come la claustrofobia e l’agorafobia come effetti della mobilizzazione tra corpo e scena.
L’esempio classico della claustrofobia è quello dell’ascensore, cioè persone che sono soggette ad attacchi di panico o che soffrono quando si trovano in ascensore; fobia particolare perché assume enfasi anche senza che l’ascensore rimanga bloccato.
Comunque rende bene l’idea di come in un ascensore chiuso possa perdersi il confine tra corpo e scena. Ma quando una persona è soggetta a fobia siamo in un discorso di rappresentazione tra soggetto ed oggetto, e quindi tra corpo e scena. Cioè si va in crisi quando crolla il mondo della rappresentazione, e quindi si spalanca il confine ed il limite diventa infinito, un infinito in atto, un transfinito.
Come sostenere questo squarcio?
Perché in ogni fobia c’è una forte attrazione?
Verso cosa siamo attratti?
Siamo attratti verso la tratta, verso la trattazione, verso la scrittura di questo limite.
Come dice Pavese ne “Il mestiere di vivere” le difficoltà non vanno accantonate ma attraversate.
La scrittura di questo limite come attraversamento, come cifratura.
Certo l’amore, così come il transfert in analisi va attraversato.
Se c’è amore tra due parlanti è perché c’è coppia e quindi rapporto algebrico, c’è la divisione senza resto dell’uno che si fa in due.
Com’è che è così difficile sostenere ed attraversare la fine di un amore senza giungere allo sfinimento, senza che la coppia scoppi.
Spesso si sente dire che occorre desiderare il partner.
No! Il desiderio è desiderio di nulla, è una condizione non ontologizzabile, non fissabile su qualcosa.
Dire che desideriamo sempre altro vuol dire che da qualche parte c’è un oggetto idealizzato e quindi quelli che si presentano sono inadeguati.
Dire che desideriamo Altro vuol dire che siamo nella condizione magnificamente detta da Carmelo Bene come nostalgia: “la nostalgia è del tempo che non fu mai presente a se stesso”.
Il desiderio è dell’Altro, cioè ci troviamo desideranti senza sapere di cosa, in una condizione magica, miracolistica.
Come rendere una situazione insituabile?
Occorrono dispositivi intellettuali. Dispositivi perché dispongono verso altre situazioni, perché propongono il gerundio che non è il tempo presente, ma il passato che procede dal futuro, la simultaneità tra sogno e racconto di sogno, perché introducono la voce e l’eco della voce.
Occorrono situazioni ove non ci siano disposizioni ma dove si possa incontrare il sembiante.
Non accade dall’oggi al domani di poter essere sembiante per altri.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Uno scantonamento che è venuto specificandosi con interesse nella serata è stato quello del bordo, del confine tra corpo e scena.<br />
Interessante proporre fobie come la claustrofobia e l’agorafobia come effetti della mobilizzazione tra corpo e scena.<br />
L’esempio classico della claustrofobia è quello dell’ascensore, cioè persone che sono soggette ad attacchi di panico o che soffrono quando si trovano in ascensore; fobia particolare perché assume enfasi anche senza che l’ascensore rimanga bloccato.<br />
Comunque rende bene l’idea di come in un ascensore chiuso possa perdersi il confine tra corpo e scena. Ma quando una persona è soggetta a fobia siamo in un discorso di rappresentazione tra soggetto ed oggetto, e quindi tra corpo e scena. Cioè si va in crisi quando crolla il mondo della rappresentazione, e quindi si spalanca il confine ed il limite diventa infinito, un infinito in atto, un transfinito.<br />
Come sostenere questo squarcio?<br />
Perché in ogni fobia c’è una forte attrazione?<br />
Verso cosa siamo attratti?<br />
Siamo attratti verso la tratta, verso la trattazione, verso la scrittura di questo limite.<br />
Come dice Pavese ne “Il mestiere di vivere” le difficoltà non vanno accantonate ma attraversate.<br />
La scrittura di questo limite come attraversamento, come cifratura.<br />
Certo l’amore, così come il transfert in analisi va attraversato.<br />
Se c’è amore tra due parlanti è perché c’è coppia e quindi rapporto algebrico, c’è la divisione senza resto dell’uno che si fa in due.<br />
Com’è che è così difficile sostenere ed attraversare la fine di un amore senza giungere allo sfinimento, senza che la coppia scoppi.<br />
Spesso si sente dire che occorre desiderare il partner.<br />
No! Il desiderio è desiderio di nulla, è una condizione non ontologizzabile, non fissabile su qualcosa.<br />
Dire che desideriamo sempre altro vuol dire che da qualche parte c’è un oggetto idealizzato e quindi quelli che si presentano sono inadeguati.<br />
Dire che desideriamo Altro vuol dire che siamo nella condizione magnificamente detta da Carmelo Bene come nostalgia: “la nostalgia è del tempo che non fu mai presente a se stesso”.<br />
Il desiderio è dell’Altro, cioè ci troviamo desideranti senza sapere di cosa, in una condizione magica, miracolistica.<br />
Come rendere una situazione insituabile?<br />
Occorrono dispositivi intellettuali. Dispositivi perché dispongono verso altre situazioni, perché propongono il gerundio che non è il tempo presente, ma il passato che procede dal futuro, la simultaneità tra sogno e racconto di sogno, perché introducono la voce e l’eco della voce.<br />
Occorrono situazioni ove non ci siano disposizioni ma dove si possa incontrare il sembiante.<br />
Non accade dall’oggi al domani di poter essere sembiante per altri.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Mobile e immobile. La coincidenza di Gianluca Delmastro</title>
		<link>http://traccefreudiane.com/wp/archives/531/comment-page-1#comment-3946</link>
		<dc:creator>Gianluca Delmastro</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Oct 2010 07:18:49 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://traccefreudiane.com/wp/?p=531#comment-3946</guid>
		<description>Con la parola coincidenza è possibile intendere differenti accezioni, così come differenti sono le reazioni di chi incappa in alcune di esse.
Intendendo la coincidenza come qualcosa che si sovrappone, che si incontra, che corrisponde, come non pensare al principio di identità e quindi di ripetibilità. Sarebbe cioè possibile fissare una cosa e quindi ripeterla tanto uguale da poterla sovrapporre.
Ma ciò non è possibile, perché due cose solo apparentemente possono risultare uguali, mai perfettamente.
L&#039;etimo di perfezione è per (fino in fondo) facere (fare), come a dire che una cosa sarebbe perfetta se fatta fino in fondo, come fosse impossibile andare al di là delle colonne d&#039;Ercole.
Dalla fabbricazione di oggetti, si evince che le cose non sono mai perfette come erano state progettate, seguendo come riferimento un disegno e delle misure, e la loro imperfezione si evidenzia inoltrandosi nell&#039;infinitamente piccolo, quando le imprecisioni di fabbricazione divengono infinitamente grandi. Eppure nelle officine ci sono i pezzi di ricambio, che, anche se non perfettamente uguali, assolvono il compito di sostituire quelli vecchi o guasti, lasciando pur comunque immaginare che la meccanica di precisione non sarà mai tale da evitare in futuro che gli aerei talvolta cadano.
Alcuni artisti, di fronte all&#039;impossibilità della perfezione, hanno reso monche le proprie opere, proprio perché non erano per loro perfette, quindi quel palese difetto per dire che l&#039;opera è difettosa, che l&#039;imperfezione continua ad esistere nella sua impossibilità d&#039;espressione, che l&#039;autore non viveva la stessa possibile meraviglia dell&#039;ammiratore.
Qualcosa di simile si è assistito nelle coppie di ballerini (in special modo di tango argentino), che dopo performance straordinarie sono andati incontro nelle di lui ire, sfociate nel pestaggio della ballerina.
Quest&#039;accezione di coincidenza trova la sua miglior sociale esemplificazione e prosieguo nel sapere già rispetto a come sono le cose, le persone, se stessi, a come andranno a finire e a viverle come siano sempre uguali. Un&#039;identità che si esplicita  non solo sull&#039;oggetto cosa, ma sul soggetto che nell&#039;insieme dei soggetti si intende con essi sulle emozioni, sul carattere, sulle situazioni, arrivando ad accettarsi “Io sono fatto così, lui è fatto cosà”, con le situazioni che non possono che ripetersi, ancor più uguali dei pezzi di ricambio.
Specialmente per le donne la questione salta fuori con i figli: lui è come me, è tutto sua madre e dove non lo è allora è tutto suo padre, o suo nonno...
E la madre di fronte all&#039;imperfezione del figlio, evitando l&#039;elaborazione e la teorizzazione della cosiddetta depressione post-partum, il figlioletto caro, il tesoro di mamma, arriva anche a sopprimerlo, a ricacciarlo sotto terra.
Quando si dice “E&#039; la stessa cosa”, si indica in qualche modo la cosa stessa, cioè il “due”, la differenza originaria che procede dal 3, perché ciascun elemento sarà differente dall&#039;altro.
Certo arrivare logicamente a quest&#039;intendimento è molto più facile che vivere nell&#039;aura della novità rispetto a quella della noia, del girare a vuoto e in tondo, dell&#039;asfissia sociale nel luogo comune, nell&#039;enunciato, nella logica della domanda e della risposta, della comunicazione diretta, del sintomo come godimento. Vivere con gioia, soddisfazione,  e piacere della riuscita, è arduo, comporta difficoltà rispetto alla contentezza beota dell&#039;accontentarsi godendo, chiacchierando, spettegolando. 

Rispetto alla coincidenza come corrispondenza occorre introdurre la questione dello specchio, partendo dallo strumento specchio adoperato per proporre la copia conforme dell&#039;oggetto: “E proprio quello lì”, cioè non una copia materiale dell&#039;oggetto ma una copia dell&#039;immagine dell&#039;oggetto, così da far divenire l&#039;immagine punto di riferimento sociale, come qualcosa di catturabile. Rispetto alla fotografia, dove inoltre c&#039;è una sorta di ribaltamento proiettivo, l&#039;immagine risulta perfetta perché non in balia del numero di pixel che definiscono la nitidezza.
Intorno allo specchio si rileva comunque qualcosa di abissale, perché rispetto ad esso ci sono discorsi per i quali lo specchio non presenta più l&#039;immagine a chi si sta guardando, o altri che rispetto ad un continuo smagrimento continuano a vedersi nello specchio grassi.
Lo specchio introduce quindi la questione della sembianza. Lo specchio quindi come funzione del sembiante.
Può esserci una cosa non presa nella sembianza?
Si può ancora parlare di un oggetto e dell&#039;immagine di esso rispetto a qualcosa, a “qualche cosa” che procede dalla sembianza, che la sembianza è quindi originaria e non la cosa e tanto meno l&#039;oggetto?
L&#039;etimo di specchio è speculu, da specere = guardare. Potrebbe quindi esistere la funzione di  specchio senza quello di sguardo?
Ci si guarda allo specchio pensando di guardare la copia della nostra immagine, ma quella figura ci guarda ed è ipnotico se la si fissa, se ci fissa.
La figura di una sala piena di sedie non provoca nessun timore, viceversa con la sala piena di persone si parla di sofferenza rispetto allo sguardo, lo sguardo diventa destabilizzante.
E quindi la prospettiva, il prospectum, il vedere come stanno, starebbero e staranno le cose va di pari passo con la sofferenza rispetto allo sguardo. Si conoscono così bene le cose che è possibile prevedere come andrà l&#039;intervento in pubblico, cosa penserà il pubblico, lo si leggerà dai loro sguardi.
Differente è la profezia come attributo del fare e non del soggetto che fa, che vede, che prevede.
Anche l&#039;esistenza, il sintomo, la sofferenza ha da essere presa nella sembianza. Certo una sembianza che zoppica ma dalla quale è impossibile uscire. Nessuna possibilità di entificazione, di ontologizzazione.
La sembianza zoppica quando si può dire che c&#039;è coincidenza tra sguardo e specchio, che c&#039;è dicotomia, sovrapposizione. Se prevale timorantemente lo sguardo la funzione di specchio è deficitaria e quindi le cose “stanno così”. Se prevale lo specchio allora la presunzione che sia possibile occupare, stare sulla scena impassibili rispetto allo sguardo, paradossalmente in un overdose di sguardo, stare appunto nella Theama.
La voce dunque come punto di astrazione, insituabile, singolare, proveniente dagli astri, da un altro mondo, perché lo specchio possa essere punto di distrazione a rendere impossibile la rappresentazione d&#039;oggetto e lo sguardo punto di sottrazione rispetto ad un soggetto che pensa di vedere come starebbero le cose.

Ancora rispetto alla coincidenza, è interessante notare che possa provocare una totale indifferenza o uno scatenarsi ansiogeno.
Quelle che vengono chiamate coincidenze sono accadimenti imprevedibili, incredibili, fuori logica, fuori previsione.
La frase più comune rispetto ad esse è “il mondo è piccolo”: sono tre giorni che incontro la stessa persona in tre punti differenti di una città di un milione di abitanti – pensavo o parlavo di una persona ed eccola che compare, ecco che telefona “parli del diavolo e spuntano le corna”. Sono cose incredibili, appunto quasi diaboliche.
La coincidenza può essere contaminata da questo “co” inteso oggi come qualcosa di comunitario, di sociale, ma l&#039;essenziale è l&#039;incidere.
L&#039;incisione, la scrittura dell&#039;esperienza non può essere tradotta o copiata, è originaria, attiene alla caduta, cioè qualcosa precipita e si scrive.
Per questa scrittura occorre la mano intellettuale, la mano instrumentale.
La traccia è dell&#039;avvenire, non è la traccia come segnale di qualcosa che è stato, da interpretare.
E&#039; come se ciò che resta di questo lavoro di scrittura fosse in anticipo rispetto a ciò che accadrà, in qualche modo direzionandolo.
Oltre Kronos le coincidenze, così come i sogni ed i collegamenti con la presunta realtà (es. il trillo della sveglia mentre nel sogno suonano la campane).
C&#039;è un tempo che dice bene della condizione per assaporare che la strada sia quella giusta, che il fallimento non sia possibile, che il piacere è il piacere del compimento, delle cose che si scrivono. Questo il gerundio: facendo, vivendo, respirando.
Certo per il sentire, per accogliere l&#039;Ascolto occorre il dispositivo.
In certe civiltà dove la scultura era un taglio, un abbozzo originario, e non la rappresentazione di qualche cosa nel vano tentativo di toglierla dall&#039;apertura, dall&#039;eternità della Parola, non vi era la necessità dell&#039;analisi come preambolo di una scrittura come urgenza di taglio, di tono intellettuale.
Non è possibile dire le cose, le cose si dicono scrivendo, procedono dal lavoro della scrittura, oltre ogni possibilità soggettuale, volenterosa nell&#039;ottica del sacrificio.
Senza la scrittura nessuna possibilità di ascolto, nessuna possibilità di lettura.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Con la parola coincidenza è possibile intendere differenti accezioni, così come differenti sono le reazioni di chi incappa in alcune di esse.<br />
Intendendo la coincidenza come qualcosa che si sovrappone, che si incontra, che corrisponde, come non pensare al principio di identità e quindi di ripetibilità. Sarebbe cioè possibile fissare una cosa e quindi ripeterla tanto uguale da poterla sovrapporre.<br />
Ma ciò non è possibile, perché due cose solo apparentemente possono risultare uguali, mai perfettamente.<br />
L&#8217;etimo di perfezione è per (fino in fondo) facere (fare), come a dire che una cosa sarebbe perfetta se fatta fino in fondo, come fosse impossibile andare al di là delle colonne d&#8217;Ercole.<br />
Dalla fabbricazione di oggetti, si evince che le cose non sono mai perfette come erano state progettate, seguendo come riferimento un disegno e delle misure, e la loro imperfezione si evidenzia inoltrandosi nell&#8217;infinitamente piccolo, quando le imprecisioni di fabbricazione divengono infinitamente grandi. Eppure nelle officine ci sono i pezzi di ricambio, che, anche se non perfettamente uguali, assolvono il compito di sostituire quelli vecchi o guasti, lasciando pur comunque immaginare che la meccanica di precisione non sarà mai tale da evitare in futuro che gli aerei talvolta cadano.<br />
Alcuni artisti, di fronte all&#8217;impossibilità della perfezione, hanno reso monche le proprie opere, proprio perché non erano per loro perfette, quindi quel palese difetto per dire che l&#8217;opera è difettosa, che l&#8217;imperfezione continua ad esistere nella sua impossibilità d&#8217;espressione, che l&#8217;autore non viveva la stessa possibile meraviglia dell&#8217;ammiratore.<br />
Qualcosa di simile si è assistito nelle coppie di ballerini (in special modo di tango argentino), che dopo performance straordinarie sono andati incontro nelle di lui ire, sfociate nel pestaggio della ballerina.<br />
Quest&#8217;accezione di coincidenza trova la sua miglior sociale esemplificazione e prosieguo nel sapere già rispetto a come sono le cose, le persone, se stessi, a come andranno a finire e a viverle come siano sempre uguali. Un&#8217;identità che si esplicita  non solo sull&#8217;oggetto cosa, ma sul soggetto che nell&#8217;insieme dei soggetti si intende con essi sulle emozioni, sul carattere, sulle situazioni, arrivando ad accettarsi “Io sono fatto così, lui è fatto cosà”, con le situazioni che non possono che ripetersi, ancor più uguali dei pezzi di ricambio.<br />
Specialmente per le donne la questione salta fuori con i figli: lui è come me, è tutto sua madre e dove non lo è allora è tutto suo padre, o suo nonno&#8230;<br />
E la madre di fronte all&#8217;imperfezione del figlio, evitando l&#8217;elaborazione e la teorizzazione della cosiddetta depressione post-partum, il figlioletto caro, il tesoro di mamma, arriva anche a sopprimerlo, a ricacciarlo sotto terra.<br />
Quando si dice “E&#8217; la stessa cosa”, si indica in qualche modo la cosa stessa, cioè il “due”, la differenza originaria che procede dal 3, perché ciascun elemento sarà differente dall&#8217;altro.<br />
Certo arrivare logicamente a quest&#8217;intendimento è molto più facile che vivere nell&#8217;aura della novità rispetto a quella della noia, del girare a vuoto e in tondo, dell&#8217;asfissia sociale nel luogo comune, nell&#8217;enunciato, nella logica della domanda e della risposta, della comunicazione diretta, del sintomo come godimento. Vivere con gioia, soddisfazione,  e piacere della riuscita, è arduo, comporta difficoltà rispetto alla contentezza beota dell&#8217;accontentarsi godendo, chiacchierando, spettegolando. </p>
<p>Rispetto alla coincidenza come corrispondenza occorre introdurre la questione dello specchio, partendo dallo strumento specchio adoperato per proporre la copia conforme dell&#8217;oggetto: “E proprio quello lì”, cioè non una copia materiale dell&#8217;oggetto ma una copia dell&#8217;immagine dell&#8217;oggetto, così da far divenire l&#8217;immagine punto di riferimento sociale, come qualcosa di catturabile. Rispetto alla fotografia, dove inoltre c&#8217;è una sorta di ribaltamento proiettivo, l&#8217;immagine risulta perfetta perché non in balia del numero di pixel che definiscono la nitidezza.<br />
Intorno allo specchio si rileva comunque qualcosa di abissale, perché rispetto ad esso ci sono discorsi per i quali lo specchio non presenta più l&#8217;immagine a chi si sta guardando, o altri che rispetto ad un continuo smagrimento continuano a vedersi nello specchio grassi.<br />
Lo specchio introduce quindi la questione della sembianza. Lo specchio quindi come funzione del sembiante.<br />
Può esserci una cosa non presa nella sembianza?<br />
Si può ancora parlare di un oggetto e dell&#8217;immagine di esso rispetto a qualcosa, a “qualche cosa” che procede dalla sembianza, che la sembianza è quindi originaria e non la cosa e tanto meno l&#8217;oggetto?<br />
L&#8217;etimo di specchio è speculu, da specere = guardare. Potrebbe quindi esistere la funzione di  specchio senza quello di sguardo?<br />
Ci si guarda allo specchio pensando di guardare la copia della nostra immagine, ma quella figura ci guarda ed è ipnotico se la si fissa, se ci fissa.<br />
La figura di una sala piena di sedie non provoca nessun timore, viceversa con la sala piena di persone si parla di sofferenza rispetto allo sguardo, lo sguardo diventa destabilizzante.<br />
E quindi la prospettiva, il prospectum, il vedere come stanno, starebbero e staranno le cose va di pari passo con la sofferenza rispetto allo sguardo. Si conoscono così bene le cose che è possibile prevedere come andrà l&#8217;intervento in pubblico, cosa penserà il pubblico, lo si leggerà dai loro sguardi.<br />
Differente è la profezia come attributo del fare e non del soggetto che fa, che vede, che prevede.<br />
Anche l&#8217;esistenza, il sintomo, la sofferenza ha da essere presa nella sembianza. Certo una sembianza che zoppica ma dalla quale è impossibile uscire. Nessuna possibilità di entificazione, di ontologizzazione.<br />
La sembianza zoppica quando si può dire che c&#8217;è coincidenza tra sguardo e specchio, che c&#8217;è dicotomia, sovrapposizione. Se prevale timorantemente lo sguardo la funzione di specchio è deficitaria e quindi le cose “stanno così”. Se prevale lo specchio allora la presunzione che sia possibile occupare, stare sulla scena impassibili rispetto allo sguardo, paradossalmente in un overdose di sguardo, stare appunto nella Theama.<br />
La voce dunque come punto di astrazione, insituabile, singolare, proveniente dagli astri, da un altro mondo, perché lo specchio possa essere punto di distrazione a rendere impossibile la rappresentazione d&#8217;oggetto e lo sguardo punto di sottrazione rispetto ad un soggetto che pensa di vedere come starebbero le cose.</p>
<p>Ancora rispetto alla coincidenza, è interessante notare che possa provocare una totale indifferenza o uno scatenarsi ansiogeno.<br />
Quelle che vengono chiamate coincidenze sono accadimenti imprevedibili, incredibili, fuori logica, fuori previsione.<br />
La frase più comune rispetto ad esse è “il mondo è piccolo”: sono tre giorni che incontro la stessa persona in tre punti differenti di una città di un milione di abitanti – pensavo o parlavo di una persona ed eccola che compare, ecco che telefona “parli del diavolo e spuntano le corna”. Sono cose incredibili, appunto quasi diaboliche.<br />
La coincidenza può essere contaminata da questo “co” inteso oggi come qualcosa di comunitario, di sociale, ma l&#8217;essenziale è l&#8217;incidere.<br />
L&#8217;incisione, la scrittura dell&#8217;esperienza non può essere tradotta o copiata, è originaria, attiene alla caduta, cioè qualcosa precipita e si scrive.<br />
Per questa scrittura occorre la mano intellettuale, la mano instrumentale.<br />
La traccia è dell&#8217;avvenire, non è la traccia come segnale di qualcosa che è stato, da interpretare.<br />
E&#8217; come se ciò che resta di questo lavoro di scrittura fosse in anticipo rispetto a ciò che accadrà, in qualche modo direzionandolo.<br />
Oltre Kronos le coincidenze, così come i sogni ed i collegamenti con la presunta realtà (es. il trillo della sveglia mentre nel sogno suonano la campane).<br />
C&#8217;è un tempo che dice bene della condizione per assaporare che la strada sia quella giusta, che il fallimento non sia possibile, che il piacere è il piacere del compimento, delle cose che si scrivono. Questo il gerundio: facendo, vivendo, respirando.<br />
Certo per il sentire, per accogliere l&#8217;Ascolto occorre il dispositivo.<br />
In certe civiltà dove la scultura era un taglio, un abbozzo originario, e non la rappresentazione di qualche cosa nel vano tentativo di toglierla dall&#8217;apertura, dall&#8217;eternità della Parola, non vi era la necessità dell&#8217;analisi come preambolo di una scrittura come urgenza di taglio, di tono intellettuale.<br />
Non è possibile dire le cose, le cose si dicono scrivendo, procedono dal lavoro della scrittura, oltre ogni possibilità soggettuale, volenterosa nell&#8217;ottica del sacrificio.<br />
Senza la scrittura nessuna possibilità di ascolto, nessuna possibilità di lettura.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
</channel>
</rss>

